Recensioni

Immaginate cinque giovani di bell’aspetto con la passione per la musica, aggiungete un certo gusto per le camice a quadri e la barba curata, unite il tutto all’indispensabile chitarra acustica: avrete così i Boy & Bear, quintetto neo folk-rock proveniente dall’Australia, approdato al sophomore Harlequin Dream dopo il discreto successo, in patria e fuori, dell’album di debutto Moonfire pubblicato nel 2011.
Loro si descrivono come “a combination of drivey indie folk and choral harmonies” ed è una definizione che calza a pennello per un gruppo formatosi a ridosso dell’ondata folk di cinque/sei anni fa, la stessa che ha affascinato (e, a tratti, invaso) le orecchie e le classifiche di mezzo mondo. Il dubbio lecito che sorge ascoltando Harlequin Dream, dunque, proviene dalla natura dei Boy & Bear: in altre parole, ci troviamo di fronte alla consueta formazione che cerca di cavalcare l’entusiasmo del momento oppure abbiamo a che fare con un genuino tentativo di abbracciare una musica, per definizione, onesta e secolare?
Opteremo per la prima ipotesi. Grattando la superficie, comunque, si scopre che il disco non è male, con canzoni che oscillano abilmente tra orecchiabilità pop e chitarre elettriche ed acustiche, ritornelli di facile presa e melodie bucoliche, con la forma e l’aspetto proprii del folk mainstream più stereotipato. Evocando i verdi pascoli delle lande australiane – e non più i gelidi paesaggi delle Blue Ridge Mountains, né l’isolamento di una baita in Wisconsin -, assistiamo ad un’ulteriore metamorfosi dell’esotismo folkish, ancora sotto i colpi del banjo e del mandolino, dei cori angelici e di una voce, quella del front-man Dave Hosking, molto somigliante a quella di Robin Pecknold dei Fleet Foxes. Insomma, al di là dei gusti personali, niente che non si sia già visto e sentito – ché il folk, quello vero, resta comunque ad altre altezze e latitudini -, anche se non mancano episodi piacevoli, ad esempio le placide armonie vocali di A Moment’s Grace, il pop sixties di Real Estate o gli accenni brit di Bridges e Three Headed Woman.
La magia, però, finisce qui. Al di là delle intenzioni e delle vendite, mancano pathos e anima, originalità e voglia di proporre qualcosa che non sia soltanto un prodotto ottimo per la classifiche. Di sicuro, i fan apprezzeranno, e altri verranno conquistati da una musica gradevole e solare, simile, se non uguale, ad un certo pop “alto” e diverso dal solito; chi invece ama del folk soprattutto la poesia e la sincerità, resterà indifferente davanti ai cinque di Sidney.
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