Recensioni

Pozzo senza fondo, l’Africa in musica, così che a ogni scavo ti chiedi cosa possa ancora esserci che le tue orecchie non conoscono. Guarda caso, Vampisoul riporta alla luce dalla fertile Nigeria materiali provenienti dall’età d’oro dei ’60/primi ’70 e intestati a Bola Johnson. Un talento – classe 1947 oggi ritirato in un sobborgo di Lagos – di seconda schiera epperò da conoscere, rimasto all’epoca schiacciato dai più titolati Fela Kuti o Victor Olaiya nonostante corde vocali gioiose, competenza di fiatista e arrangiatore e apprezzabile senso melodico. Coi quali allestiva un funk atavico sovente al sapor di calypso, cosparso di chitarre guizzanti, percussioni tribal-caraibiche e malinconica gioia di vivere che con discrezione si fa strada nel cuore.
Non aveva però la fortuna dalla sua, Bola: quindicenne, preferiva alla scuola la corte del maestro Eddy Okonta per farsi poi le ossa da cantante nella popolarissima band highlife di Eric Akeaze; messosi successivamente in proprio con gli Easy Life Top Beats, firmava giovanissimo per la West African (succursale della Philips) pubblicando una serie di 7” di buon successo qui antologizzati. Nel ’68, avvertite anche lui le vibrazioni nell’aria, abbracciava un funk sanguigno di buon caratura negli lp Papa Rebecca Special e Ashewo Ajegunle Yakare, anch’essi bignamizzati in Man No Die. Accadeva però che nel “roster” dell’etichetta il ragazzo si trovasse a fianco di nomi più navigati e fosse dunque dura emergere e spuntare ingaggi coi quali acquistare strumenti al gruppo.
Guerra civile e imporsi di juju e afrobeat facevano il resto: Bola scivolava in retroguardia, dandosi per vivere alla radiofonia e svanendo pian piano. Speranza è che questi ventidue brani, qui solari e là più terrigni ma sempre godibili, gli restituiscano almeno un po’ di giustizia postuma.
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