Recensioni

7.5

Quest’anno niente Berlin Atonal, così come niente tante altre cose. Amen. Malgrado il doppio assedio, dell’affluente e nerovestita rampante borghesia espressione della gentrificazione della capitale tedesca da un lato, e delle orde di technoturisti pronti all’headbanger ad ogni sentore di drop dall’altro, il festival, risorto nel terzo millennio dopo la prima pionieristica fase 1982-1990 al mitico SO36, e dal 2013 in poi proposto negli spazi da cattedrale postatomica del Kraftwerk, l’ex centrale elettrica adiacente al Tresor, sarebbe stato anche quest’anno l’appuntamento da non perdere per tutti gli amanti del massaggio intracranico e dell’überstimolazione sensoriale, in grado di fronteggiare indefessi le bordate di subfrequenze spettinaciuffi e di fresature sanguinaorecchie, accompagnate da video installazioni, fumi e raggi laser d’ordinanza, e parimenti in grado di non perdere il filo neppure leggendo un periodo così insopportabilmente lungo e verboso come il qui presente (phew!), volutamente faticoso e denso per rendere l’idea dei livelli di sopportazione martirizzante che gli appassionati Atonaler devono sostenere per trarre piacere intellettuale e fisico da ogni edizione. Ogni edizione, tranne quella del 2020, annullata per manifesta pandemicità. Amen.

Consoliamoci parzialmente, ognuno a casa propria, con questa ottima e abbondante compilation che il braccio discografico del festival berlinese propone in digitale e/o in cinque 12” (acquistabili separatamente o in boxset in edizione limitata): 19 pezzi (quasi tutti inediti) di 19 artisti/progetti rappresentanti 14 diverse nazionalità, per un microhappening condensato in un’ora e cinquanta di elettronica (e non solo) di alto livello. La selezione rispecchia la varietà stilistica che, sotto l’ormai ampia ala di mamma sperimentazione, viene solitamente espressa dalla line-up del festival: non di sola techno vive l’Atonaler. Seguiamo l’ordine proposto dall’ascolto in streaming: si parte con lo spleen cinematico degli Altar (ovvero Roly Porter e Paul Jebanasam) e il nu-trip hop dark à la Hector Zazou dei Pablo’s Eye (impreziosito dalla voce declamante di Marie Mandi), a cui segue l’assalto lucidamente frontale di The Hit of Enlightenment firmato LABOUR (ovvero Farahnaz Hatam e Colin Hacklander): dodici minuti di sorprendente dialogo stop & go di layer sintetici e live drums, dove il tellurico diventa cosmico. L’etno-elettronica naïf di Lafawndah lascia spazio alle ampie praterie sinfoniche approcciate da un’ispirata Laurel Halo e ai magici pattern elettronici ormai marchio di fabbrica di Caterina Barbieri (il vertiginoso Sufyosowirl), quindi le cose si fanno più estreme con l’inquietante DIN DIAN di Hiro Kone/Tot Onyx. Con la IQ-techno house di Polis e la cavalcata a 166 bpm de La Parole, Lee Gamble e Nkisi rispettivamente si confermano ai vertici del suono contemporaneo; con Boolean Logic Gate Gerald Donald (Drexciya! Dopplereffect!), qui con l’alias XOR Gate, ricorda a tutti noi malati di elettronica chi siamo, da dove veniamo e dove dobbiamo andare.

Con il già edito (da pochissimo: settembre 2020) Aralkum la violinista anglo-kazaka Galya Bisengalieva segnala con triste consapevolezza il disastro dell’ex-lago-ora-deserto d’Aral; riferimenti asiatici sono fortemente presenti anche in Unremembered, pezzo offerto da Shackleton nella sua incarnazione psycho-kraut Tunes of Negation. Nella björkeggiante Wondertomb la voce di Exzald S (alias di Sarah Foulquiere) emerge dai detriti acusmatici organizzati da Aho Ssan (alias di Désiré Niamké). Con lo Squishy Mix del già edito (da poco: maggio 2020) Circle, EXAEL (aka Naemi) consegna un ottimo esercizio di stile sci-fi HD. Con il salmodiare del cantautore egiziano Abdullah Miniawy ancora accompagnato dai Carl Gari siamo in area Real World anni Novanta, ma con Let’s Get Metaphysical di Peder Mannerfelt e Direct Reflection di dBridge ritorniamo a bomba in un Duemilaventi techno e cattivo. Nei 3 minuti e 16 di Isonainen Vladislav Delay comprime decenni di EBM estrema, noise e industrial. L’arpeggio gothic di I Wish I Could Save You proposto dal nostro Alessandro Adriani chiude pacatamente il lotto.

Ah, per la cronaca: io finora all’Atonal non ci sono mai andato. Ci vediamo l’anno prossimo al Kraftwerk? Adda venì vaccino.

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