Recensioni

Si chiama capitalizzazione di successo ma è anche un tester live di nuovi percorsi e direzioni. Di solito le tournée “di richiamo”, a distanza di un anno dall’ultima uscita discografica e conseguenti date promozionali, hanno questa funzione: si fanno soldi facili, si raccolgono grandi soddisfazioni e se si hanno i coglioni si saggiano nuovi brani e reazioni. Si studiano le prossime mosse.

Al sottoscritto in particolare interessa l’affiatamento dei ragazzi, le dialettiche loop/improvvisazione, l’energia che ne scaturisce, nonché la capacità di lasciarsi trasportare dall’onda ancora una volta. Regalarsi/ci un altro picco di adrenalina. E i Battles per buona metà dello show sono sicuramente questa grande band. Cresciuta in questo lasso di tempo. Più potente e scafata come ce la si immagina, soprattutto abile nel tentare quella via al rock “di adesso”, perché se questo “genere” possiede un volto credibile nei 2000 non è certo per i britannici, i Black Mountain, o gli White Stripes…

E si parlava di capitalizzazione: i Battles tesaurizzano eccome, specie Ian Williams, arrivatissimo in quell’atteggiamento da fratello maggiore. Lui che al prodotto ha messo sicuramente la firma più riconoscibile e adesso si gode lo spettacolo. Passerà metà del concerto con una chitarra muta, ballando e cincischiando con i volumi, contrappuntando le melodie da direttore d’orchestra. È dunque Braxton (chitarra, tastiere, voce, effetti) a tenere in piedi i brani più tosti di Mirrored anche con posture e phisique du role. Stainer e il quarto (di cui non ci si ricorda mai il nome) lavorano di struttura. E Ian, appunto, gioca di sponda.

Il concerto non disattende l’hype, la macchina attacca le orecchie e domina la folla, ma è giusto anche pretendere di più da una band che in un’ora (e pochissimo di più) i riempitivi in scaletta non li risparmia – e il costo del biglietto non è proprio esiguo. Alcuni musicisti in sala mi dicono che “mica è facile improvvisare con l’echoplex”, ma come non notare che l’ex Storm&Stress si getta sugli amati loop soltanto quando nota un Tyondai visibilmente scarico? Dunque attenzione sul finale quando l’unico brano inedito del quartetto vede tanta (se non tutta) farina del suo sacco. Sembra un nuovo corso fatto di partiture aperte, chitarre sciolte, canto dreamy quello dei Battles di domani. Niente giochetti cartoon à la Atlas e cose più melodiche. I contorni, è vero, sono ancora troppo labili. Eppure tra un ragazzo prodigio che ha idee da vendere e un ex-Don Caballero montato e cazzone potrebbero generarsi dei conflitti … come in tutte le grandi band del resto.

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