Recensioni

Un gruppo importante è tale per le scelte che compie. I Bark Psychosis ancora oggi sono considerati di quella natura grazie al loro primo parto, Hex, pietra d’angolo della nascente scena (siamo nel 1994) post rock e per la lungimirante decisione di togliere il disturbo alla vigilia di quell’albo, perché consapevoli di un’ispirazione mai più ripetibile e quindi sparire lasciando dietro di sé una lunga scia di alone mistico. Ma a sorpresa Sutton (ormai unico rimasto della line-up originale) ripesca la vecchia ragione sociale e dà un successore, a distanza di dieci anni, a quel debutto.
In questa nuova incarnazione, però, Graham Sutton non dimostra la solita saggezza: perché riprendere la vecchia sigla quando ormai dei vecchi Psychosis è rimasto solo lui?
Non era meglio darsi un altro nome (tipo Boymerang nella sua dozzinale parentesi drum&bass del 1997) invece di “sfruttare” la vecchia sigla? Codename: Dustsucker suona come l’ultimo gesto disperato di un vecchio reduce, proprio come successo agli Ui (altri dati per dispersi per poi ricomparire dopo sei anni col brutto Answers) qualche mese fa. Ovviamente la classe non è acqua e Codename vive di momenti interessanti (vedi The Black Meat e 400 Winters), ma la loro visibilità è tale solo perché su di loro brilla il marchio Bark Psychosis. Nove nuove e discrete canzoni che non intaccheranno il mito perché impossibili da accostare ad esso. 5 al disco. 10 al (vero!) gruppo.
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