Recensioni

6.2

Dieci anni dall’ultimo disco di inediti It’s What I’m Thinking Pt.1, non contando la OST di Being Flynn (che comunque risale al 2012, non proprio l’altro ieri). Uno iato notevole che corrisponde alla metà esatta del ventennio passato dallo spettacolare esordio The Hour Of Bewilderbeast, a cui seguì – nel 2002 – l’incantevole soundtrack (così ricca di spunti e canzoni da costituire un album vero e proprio) di About A Boy: mi perdonerete se dopo una doppietta del genere avevo preso l’abitudine di considerare Badly Drawn Boy un genio dal futuro luminosissimo. Poi sono stati gli anni Zero, dove abbiamo visto Mr. Gough avvitarsi in una creatività febbrile ma piuttosto dispersiva, mettendo in fila album tanto ambiziosi (dal pop cameristico al prog passando da Broadway) quanto isterici, alle prese con insofferenze sempre più ombelicali, in flagrante controtendenza rispetto a un panorama impegnato a cicatrizzare ferite collettive (una terapia retromaniaca dopo l’altra).

Non stupisce che di quella fase più che i suoi dischi in molti ricordino le burrascose esibizioni, caratterizzate da epiche litigate col pubblico e spettacoli interrrotti per ritiro dello sfidante/frontman. Un talento sempre sull’orlo di una crisi di nervi, troppo, tanto da caderci dentro e buonanotte. E chi si aspettava più un disco da Badly Drawn Boy? Anzi: chi si aspettava più un buon disco da BDB? Invece questo 2020, tra le molte altre cose, ci consegna un ritorno del ragazzo disegnato male, con un lavoro che potrebbe rivelarsi assai significativo. Mai, infatti, un album di Gough era stato tanto pop. Tanto catchy. Tanto radiofonico. Ascoltarlo alle prese con canzoni così gradevoli, così ben disegnate, mi lascia con un dubbio amletico: avrà finalmente sconfitto i propri demoni o si sarà arreso?

Quattordici le tracce in scaletta, inaugurata da una title track che da un lato è un vero e proprio corpo estraneo – un patchwork funk con più nervi che sangue a mollo in un dadaismo volenteroso ma dal cuore ingolfato – e dall’altro incanala il lavoro su un binario preciso: il cantautore del Bedfordshire indossa scarpe di lusso ma bizzarre, confezionate col materiale scivoloso per eccellenza (“Banana skin shoes/I keep slipping on”). Verrebbe quindi da interpretare i pezzi che seguono – un impasto di speranze stropicciate e malinconie esauste, buoni propositi con le batterie scariche e fierezza disillusa – come lo spettacolo d’arte varia di chi ha passato il Rubicone della mezza età lasciandosi alle spalle tutte le battaglie che non vale più la pena di combattere, e soprattutto intenzionato a seminare il proprio orticello col talento residuo concimato a mestiere. Se così fosse, come fargliene una colpa? 

È lui stesso a mettere in chiaro le cose: se nella jazzata I’m Not Sure What It Is canta “I’m tired of climbing ladders/Just to slip down all the snakes”, nella conclusiva I’ll Do My Best (titolo, come dire, emblematico) aggiunge “I’ve known for a while now/That I haven’t been my best/It’s hard to start a fire when it rains”. A questo senso di impotenza – beh – esistenziale, Damon sembra quindi opporre una disarmante espressività pop: ascoltando la freschezza semplice e a tratti facilona di Is This A Dream?, l’impeto romantico di I Need Someone To Trust (aperta da una quasi-citazione di If You Leave Me Now dei Chicago), il generoso omaggio latin-funk a uno dei fondatori della Factory di Tony Wilson Said o la cremosa mestizia di I Just Wanna Wish You Happiness (una roba da nipotino depresso di Bacharach), viene da pensare a una calcolatissima applicazione di formule, all’artigianato dell’artista che si è stancato di tirare la cinghia e tutto sommato è meglio allietare i turisti in crociera che far collassare il sistema nervoso.

Se in ciò appare onesto è perché non si fa problemi a renderlo evidente, ma questo non lo esime da suonare tanto innocuo da annodare lo stomaco, soprattutto se pensiamo al groviglio di inquietudine e disagio, alle trame di incanto e disincanto, all’intensità dissimulata tra abbandono e slackerismo sprezzante di cui Badly Drawn Boy era un tempo capace. Al posto di ciò che non è stato, oggi ci si può accontentare casomai di sprazzi di songwriting d’alta classe, vedi quella specie di emulsione Paul McCartney che risponde al nome di Never Change (non a caso tra i produttori c’è Martin Glover, aka Youth, già bassista dei Killing Joke, sodale di Macca fin dai tempi dei the Fireman) o il languore bossa solarizzato di You And Me Against The World (immaginatevi una jam crepuscolare tra Matt Bianco ed Elliott Smith). Tutto il resto è radiofonia in cerca di gloria ai tempi delle playlist. 

Va detto tuttavia che questo disco potrebbe rivelarsi quanto mai opportuno alla luce del periodo storico, dal momento che la necessità individuale di Damon Gough sembra trovare corrispondenza in una necessità collettiva, quella cioè di lasciarsi un bel po’ di cose alle spalle, di chiudere una parentesi, non di metabolizzare ma di uscirne e basta. E quindi, chissà, stai a vedere che nel basso peso specifico di queste canzoni, nella loro capacità di scivolare rimanendo in piedi e senza lasciare impronte profonde, riusciremo a trovare un po’ di quella leggerezza (di quella amnesia) di cui abbiamo bisogno. 

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette