Recensioni

7.0

Da Dada, esordio del 2017 omaggiante il Dadaismo, a Dudu (in slang, interpretabile anche come “shit”), sempre all’insegna dell’amore per l’arte astratta che contrassegna le copertine della band, in palese stile Wire (e sempre su Captured Tracks): i B Boys – niente a che fare con l’hip hop, al di là dell’attenzione per quanto di controcorrente avviene per le strade – amano farsi beffe di se stessi, ma in realtà fanno maledettamente sul serio. Andrew Kerr, Brendon Avalos/Gift Wrape e Britton Walker provengono da New York, città che in questo secondo album li ha influenzati ancora di più, in virtù di un caos tentacolare che si traduce nelle asperità scattose del suono, tra voci nevrotiche, riff elettrici, bassi groovosi e saliscendi ritmici.

Registrati da Gabe Wax (Deerhunter, Ought, Crumb) e mixati da Andy Chugg (Pill, Pop. 1280, Bambara), i quindici brani, vieppiù concisi compresa la title track strumentale, vanno via che è un piacere, ricollegandosi al punk curioso dei Clash e alla new wave arty dei Talking Heads, in linea con i giovani inglesi Shame in quanto a disagio contemporaneo nel misurarsi con l’ansia dell’iperattività odierna, la solitudine dell’affollata metropoli, l’avidità da capitalismo (avviene nel singolo I Want, con ospite Veronica Torres dei Pill). Dal crescendo di Cognitive Dissonance al piccolo inno Automation, oppure all’anti-inno Another Anthem, la soddisfazione è assicurata: non saranno originali e la sorpresa della scoperta viene meno rispetto a due anni fa, eppure i tre punk-rocker americani – dietro al sarcasmo che è acuta e acuminata arma di difesa contro il mondo là fuori – sono ben consapevoli di ciò che stanno suonando/cantando. Un album più da ascoltare, per ritrovarsi contagiati dall’empatica energia di fondo, che non da raccontare. A loro piacerebbe così.

 

 

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette