Recensioni

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Quando si dice album estivo si dice tutto e non si dice niente. Assumiamo per convenzione che un album estivo è in generale un lavoro dai toni pop melliflui inzuppato di delicati rintocchi di piano e avvolgenti chitarre acustiche, ma anche sostenuto da un mood solare, positivo. A undici anni dalla loro ultima prova lunga (e a tre dall’EP Waves con cui erano tornate a farsi sentire dopo la lunga pausa seguita a Drawing Down the Moon) Orenda Fink e Maria Taylor tornano in pista sotto la sigla da loro coniata vent’anni or sono e lo fanno alla grande con un disco che davvero potremmo elevare a colonna sonora delle riaperture post pandemia dopo mesi di dolore, rabbia, isolamento e paura. Remedy, perché – hanno spiegato loro – «in quei momenti in cui non riesci a trovare conforto nei luoghi abituali, devi cercarlo dentro di te. Alla fine, sei la tua fonte di potere, la tua fonte di speranza. Sei tu stesso un rimedio». Non a caso, come singolo di lancio è stata scelta proprio la title-track, che nel testo ripete più o meno il concetto appena riportato.

Come si sa, la coppia statunitense mescola Americana à la Joan Baez e psichedelia à la Byrds alle arie dreamy di Mazzy Star e Cocteau Twins, rielaborando il tutto in una suggestiva soluzione dai toni southern folk ideale per essere ascoltata sotto il portico di una casa di campagna degli Stati Uniti del Sud mentre ci si culla su una sdraio a dondolo con in mano un bicchierone di tè alla pesca ghiacciato. Oppure, se siete sprovvisti di un tale idilliaco scenario e vivete in città, da ascoltare in cameretta con le cuffie a palla sognando di trovarvi lì, stravaccati su un giallo campo di grano le cui spighe obbediscono all’unisono ai capricci della brezzolina di un tardo pomeriggio di fine giugno.

Tra azzeccatissimi composti beachboysiano/lennoniani (Swallowing Words), oniriche divagazioni dall’immenso gusto melodico (il secondo, meraviglioso, estratto Bad Dream), solenni ballad sostenute da drum machine (Phantom Lover), saggi di dolceamaro bedroom pop che a dispetto del titolo (Already Written) suonano nuovi e freschi, e solenni aperture su naturistici scenari (Desert Waterfall), Remedy è la rappresentazione sonora di un eden reso ancor più celestiale dai delicati intrecci vocali delle due protagoniste, invero affiatate anche su questo terreno oltre che su quello compositivo. Un gran ritorno da annoverare, a nostro avviso, tra le cose migliori ascoltate quest’anno.

C’è anche una curiosa coincidenza geografico/temporale che riguarda le Azure Ray: il sodalizio artistico nacque ad Athens (Georgia), la città natale dei R.E.M., e l’anno della fondazione è il 2001, ossia quello in cui uscì Reveal, l’album che la critica di ogni latitudine ha sempre descritto come quello “estivo” per eccellenza di Michael Stipe e soci. Chissà che non le abbia influenzate nella decisione di intraprendere un determinato percorso, anche se a giudicare dall’impatto che le due artiste originarie di Birmingham (Alabama: sangue meridionale non mente) hanno avuto sulla scena a loro contemporanea, specialmente negli anni Zero, forse sono stati più gli altri ad aver guardato a loro.

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