Recensioni

Alla fin fine il terremoto pronosticato e amplificato da quella forma particolare di allarmismo tipicamente made in Italy c’è stato. Soltanto che la capitale al mattino dopo non raccoglie macerie, ma stracci di suono-bomba che restano appiccicati come grumi nelle orecchie e sensazioni nel cervello.

Copertine ovunque e live rodato come una macchina da formula 1, i tre bresciani si presentano ad un pubblico romano numeroso quanto, al solito, indisponente e perso nelle proprie chiacchiere autoreferenziali. Nonostante tutto, compreso un volume lievemente basso per gli standard dei tre ma ottimamente calibrato per il Circolo, gli Aucan lasciano comunque il segno con uno spettacolo denso e iridescente, potente e frastagliato, proprio come ci aveva mostrato l’ultimo Black Rainbow. Incappucciati come d’ordinanza, i tre si dispongono sul palco specularmente, quasi a comporre un triangolo: Giovanni Ferliga e Francesco D’Abbraccio, entrambi a chitarre e synth, ai lati; Dario Dassenno, a tamburi & pad, dietro e al centro, a ricordare ai presenti che il cuore propulsivo degli Aucan è il ritmo e che gli Aucan sanno come gestire lo spazio del palco. Supportati da un gioco di luci minimale ma efficace, infatti, i tre ci danno dentro di spinta e sudore, puntando su trame corpose e avvolgenti, fatte di pieni (di bassi che spostano l’aria) e vuoti (pneumatici da togliere il fiato, quasi apnee istologiche) e necessariamente trascinanti verso una sorta di sciamanesimo ipnotico.

L’alchimia non sembra scattare da subito, e nemmeno i momenti più coinvolgenti (Red Minoga, Black Rainbow, Away) fanno abbandonare all’estasi collettiva, ma forse la ragione è nella natura della musica del trio bresciano: più trip individuale in cui scivolare e perdersi, anche senza darlo a vedere, che tripudio da dancefloor classico. Forse l’aiuto dei tanto abusati visuals in questo caso potrebbe essere benvenuto, perché l’estetica cui l’ottimo live degli Aucan fa riferimento è innegabilmente anche visiva. Per il momento accontentiamoci, perché averne di live-set (e gruppi, di conseguenza) di questa portata.

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