Recensioni

A quasi trent’anni dal debutto di 1977, gli Ash dimostrano di non voler vivere di sola nostalgia. Ad Astra, nono album in studio del trio nordirlandese, arriva due anni dopo Race the Night e si presenta fin dal titolo come una dichiarazione d’intenti: guardare alle stelle, sì, ma con i piedi ben saldi in un presente sonoro ancora vivo, ancora affamato.
Da sempre affascinati dall’immaginario sci-fi – il loro primo album prendeva il nome dall’anno di uscita di Star Wars, e il singolo Girl From Mars dice già molto – con Ad Astra gli Ash decidono di rilanciare quell’estetica spaziale, ma senza farne un semplice revival. Più che un vezzo nostalgico, l’interesse per lo spazio diventa qui un pretesto per spingere il proprio sound oltre i confini abituali, pur restando riconoscibili.
L’apertura affidata a Zarathustra (non è un caso il riferimento a Strauss e a 2001: Odissea nello Spazio) chiarisce fin da subito l’ambizione cinematica del progetto: archi maestosi, chitarre dense e una tensione quasi epica che lancia l’ascoltatore in orbita. Ma è solo l’inizio di un disco che si muove con una certa disinvoltura tra punk-pop, melodie power-pop e aperture più riflessive.
Tra i momenti più rilevanti ci sono sicuramente le due collaborazioni con Graham Coxon (Blur, The Waeve), che arricchiscono il disco di sfumature post-punk e texture chitarristiche più articolate. Fun People, invece, è un brano che colpisce per energia (devoluta vedi Devo) e attitudine (motorizzata, vedi Stooges), affrontando con ironia e rabbia il malessere sociale contemporaneo. Which One Do You Want? vira verso territori più introspettivi, con un incedere à la Smiths e una struttura melodica che si apre in modo graduale, lasciando emergere una certa malinconia di fondo.
Il tema della disconnessione emotiva viene esplorato in Ghosting, brano che affronta una delle derive più emblematiche delle relazioni nell’era delle app: sparire senza spiegazioni. Il tono è sarcastico, certo, ma anche profondamente disilluso. È in questi frangenti che gli Ash riescono a uscire dai canoni power-pop per raccontare qualcosa di più sottile.
C’è spazio anche per momenti spiazzanti, come la cover punk-calypso di Jump in the Line di Harry Belafonte – un’operazione che, sulla carta, potrebbe sembrare una boutade ma che nella pratica funziona, con un’energia che strizza l’occhio ai Ramones e un’ironia che non scade mai nel demenziale.
Sul versante opposto si collocano brani come Dehumanised, denso e abrasivo, e Keep Dreaming, quasi una ballata spaziale che rallenta il ritmo e introduce una dimensione più contemplativa. E poi c’è Give Me Back My World, scritta durante il lockdown ma ancora attuale: un inno al desiderio di riconnettersi con la realtà, con il mondo esterno, con una forma di normalità che sembra sempre un po’ fuori portata.
Nel complesso, Ad Astra è un disco che conferma lo stato di forma di una band che ha saputo invecchiare con una certa dignità, senza rinunciare alle proprie radici ma neanche a una sana voglia di sperimentare. Non è un capolavoro né vuole esserlo: è un album coerente, solido, con alcuni picchi notevoli e pochi veri passi falsi. Soprattutto, è un lavoro che riesce ad affermare la rilevanza degli Ash anche oggi, senza dover ricorrere alla carta “effetti speciali”.
Un disco spaziale? In senso lato, sì. Ma con il cuore (e qualche difetto) ancora ben ancorato alla Terra.
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