Recensioni

7

L’iniziale Supermatteron, con quel suono di basso barbaro e glaciale, ripetitivo e inchiodato a una ritmica anfetaminica e ballabile, parla già di un disco diverso dal precedente Trance44. Se là era una psichedelia deforme a dettare le regole del suono, qui gli Appaloosa si affidano a una sorta di math-dance suonata con gli strumenti musicali, tribale (Halle 9000), inquietante e stratificata.

Il suono della band, tuttavia, difficilmente si accontenta di un solo vocabolario, mantenendo quella piacevole tendenza alla destabilizzazione ormai insita in ogni produzione della formazione di Livorno. Beat quasi hip hop (Creepy) ma anche il suono di synth come il Korg Trydent definiscono un grana strumentale che usa a suo piacimento concetti come spazio, riverbero, consistenza: Bab e Dani ricorda in apertura gli Agitation Free di Malesch e finisce per giocare col mixer e una circolarità percettiva piena di groove e sincopati, Mulligan sembra rubata a dei Popol Vuh in versione math-rock, Beefman gioca con un trip-hop lisergico e malatissimo. Il tutto ottenuto attraverso una ridefinizione costante di uno spessore sonoro modulabile e capace di cambiare prospettiva, ampliando e riducendo gli spazi tra un input strumentale e l’altro.

Concepito da Marco Zaninello e Niccolò Mazzantini (come del resto Trance44) e presentato dalla bellissima copertina di Timo Ketola (artista finlandese già autore di lavori per Sunn o))) e Opeth, tra gli altri), BaB è un album che si avvicina al mondo dell’elettronica passando dalla porta di servizio. Il che significa, per una band la cui struttura essenziale rimane ancorata a due bassi e a una batteria (più una sovrastruttura di synth, campionatori, drum machine), non scadere nei cliché da laptop e mostrare personalità. Un buon risultato complessivo, nonostante Bab sia forse un album meno omogeneo e immersivo rispetto all’episodio discografico precedente degli Appaloosa.

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