Recensioni

Dopo le dichiarazioni della stessa Amber Coffman è stato chiaro a tutti che la sua strada e quella del suo ormai ex fidanzato David Longstreth si sono divise qualche anno fa; alla separazione sono seguiti l’abbandono dei Dirty Projectors e l’uscita dell’ultimo omonimo album della band, che ha metabolizzato la rottura usandola come main theme nello storytelling del disco ma ne ha anche tratto nuova linfa vitale, cambiando pelle e (r)innovandosi. Anche Amber non ha perso tempo e – archiviata la dolorosa separazione – ha proseguito la sua carriera, continuando a collaborare con altri artisti (il suo nome compare anche tra credit di Blonde di Frank Ocean) e scrivendo nuovo materiale per sé.
Prima del definitivo distacco la cantante ha lavorato al suo disco d’esordio con Longhtstreth, ed è forse questo il fil rouge che continua a tenere strette le carriere dei due artisti; un legame evidente al punto che Kindness, per quanto suona vicina a I See You, potrebbe tranquillamente far parte dell’ultimo album dei DP. City of no reply è un disco che – come appunto la sua ex band – si nutre inevitabilmente della malinconica rottura, ma l’affronta in modo diverso. Riesce forse ad andare oltre, costruendosi e modellandosi sui concetti di solitudine e individualità. All to Myself, non a caso posta in apertura, è una canzone d’amore da dedicare a sé stessi; i versi «You gotta sing it out, sing it all to yourself, there’s no one to run to, there’s a voice inside of you, and it’s time to listen» sono infatti una chiara dichiarazione di intenti che configura il pezzo come programmatico dell’intero album.
Proseguendo l’inevitabile parallelo con i DP, l’esordio solista della Coffman è nel complesso meno esigente e ricercato dell’ultimo lavoro della sua ex band. Non che questo si traduca in esiti modesti: orientato verso un atteggiamento più pop e leggero girato a salutare gli anni ’70, si arricchisce della voce dolce ma sensuale della cantante che conferisce al mix un tono dolce e delicato, ma per nulla languido. Il risultato è un equilibrato mix di malinconia e leggerezza, che gioca anche sui diversi ritmi dei vari pezzi; si passa infatti istantaneamente dal folk luminoso di No Coffee alle tinte r’n’b di Nobody Knows, mentre spesso sono proprio i ritornelli più ballabili e memorabili a nascondere i testi più cupi.
Insomma, dopo Dirty Projectors, la separazione tra la Coffman e Longstrecth, anziché portare a esiti disastrosi, ci ha regalato un altro nuovo ed entusiasmante inizio.
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