Recensioni

Life is hard / Enough for living / Leave some space / For giving / Life is tough / And then it’s over / Like a broken down / Rollercoaster ride / Life is tough / And unforgiving / Leave some space / For living
Your Only Life
Falsetto lunare e testi agrodolci, sospesi tra sublimazioni dancefloor e riflessioni essenziali. È questo il perimetro di Your Only Life, apertura e pietra d’angolo del settimo album solista di Alexis Taylor, da sempre cuore melodico ed emotivo degli Hot Chip, e da qui alle prese con quello che sembra l’album della vita.
Non siamo troppo distanti dalla proposta del gruppo, né da quella del precedente lavoro solista Silence: le differenze sono soprattutto una questione di gradiente; nello specifico, nell’espansione della rete di collaborazioni, da cui derivano nuovi stimoli e tocchi vocali e/o arrangiativi.
Nicolas Godin degli Air, gli Avalanches, Étienne de Crécy, la cantante e attrice Lola Kirke, Pierre Rousseau dei Paradis, Ewan Pearson, Elizabeth White dei Pale Blue, Oli Bayston e Green Gartside degli Scritti Politti si alternano in varie forme, talvolta quasi impercettibili, lasciando comunque il centro della scena nelle mani del timoniere.
House (I Can Feel Your Love, co-prodotta dagli Avalanches, e la deep texture di Out Of Phase con Lola Kirke) ed electro-pop (Your Only Life, Black Lodge In The Sky) restano componenti centrali, ma sono soprattutto le ballate e le derive più intime a definire il disco. Il funk, quando affiora — come in On A Whim, rilettura anni ’80 scritta con un Green Gartside in filigrana — rimane dunque materia cosmica e sospesa, coerente con il resto del lavoro.
Altrove, il piano accende la dimensione emotiva di For A Toy, mentre sono “sintetizzatori lasciati sotto la pioggia” — come li definisce lo stesso Taylor — quelli che emergono in Colombia e Fainting By Numbers. Il raccoglimento si apre poi a pieghe country, vedi Wild Horses, rilettura dei Rolling Stones trasfigurata in chiave lunare e atmosferica, con Rob Smoughton alla lap steel.
La scrittura di Taylor resta limpida, con una immediatezza melodica che richiama Paul McCartney, malinconie comprese. Disco solido, coerente e più che dignitoso, in equilibrio costante tra scrittura e produzione.
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