Recensioni

Sei anni di registrazioni tra un progetto parallelo e l’altro – principalmente Port Royal e Tupolev – confluiscono, per l’austriaco di origini ucraine Alexandr Vatagin, in un disco come Serza. Ovvero in un equilibrio ragionato tra contemporanea e ambient, sperimentazione ed elementi strumentali classici, trasposizione in musica di un titolo allusivo (“serzo” in russo, significa “cuore”, la “a” finale è una licenza voluta) e di un packaging elegantissimo e minimalista già di suo.
Sembra di guardare attraverso il cristallo, negli otto brani di questo terzo disco solista di Vatagin (Valeot è l’esordio del 2006, Shards il secondo disco del 2009), tra trasparenze e suoni fragilissimi, bordi arrotondati e atmosfere impalpabili, sempre avvolti da una consistenza e una coerenza estetica che non sfociano mai in dispersione, nonostante i ricchi input strumentali. Un labirinto di strade strette ma senza vicoli ciechi, in cui i volumi e il silenzio hanno la stessa importanza (una Bows And Airplanes che tra arpeggi acustici di chitarra, disturbi elettronici sullo sfondo e cesure, costruisce un minimalismo soffuso e intrigante), certi crescendo free di batteria nascono da un pulsare spacey con aspirazioni industriali (Elbe), il post-rock diventa una faccenda privata e senza interlocutori chiassosi (Mantova).
C’è una coesistenza armonica tra strumenti “canonici” (violoncello, pianoforte, chitarra, ecc..) quasi per nulla trattati e inserti elettronici che giocano a rimpiattino, un sostenersi a vicenda che esalta le tessiture e genera un ritmo cerebrale, inconscio, supposto, anche nei brani più ambientali (March Of The Dancing Barriers). Oltre a questo, in tutto il disco si respira grande pacatezza e una consapevolezza nel dosare i suoni che lascia piacevolmente stupiti. Ed è forse questo l’elemento centrale del lavoro.
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