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Ciò che ha mosso gli Stati Uniti di George Bush Jr. a invadere l’Iraq nel 2003 è stata la fantomatica ricerca delle armi di distruzione di massa celate da Saddam Hussein, una missione messianica e illusoria. Ciò che ha mosso le truppe sul terreno sabbioso del Paese mediorientale sono invece i corpi scolpiti degli esempi ideali di bellezza statunitense, evocatori di benessere, atletismo, sensualità e moda. Gli stessi protagonisti che si possono ritrovare nel videoclip di Call on me, il brano più famoso di Eric Prydz.

Un parallelismo impietoso, collocato da Alex Garland in Warfare – Tempo di Guerra, dà vita a un incipit in cui è rintracciabile il senso politico profondo di una pellicola che vive del continuo cortocircuito tra fiction e racconto del reale, collocandosi in una dimensione narrativa cinematografica sempre borderline. È un approccio molto simile a quello alla base del precedente Civil War.

“We’re the same boys we used to be!”

Dal clima anni ’80 evocato dalle immagini sullo schermo televisivo, il film passa al controcampo della periferia di Baghdad, dove incontriamo il gruppo di Navy Seal protagonista della vicenda. I soldati si ritrovano, loro malgrado, intrappolati all’interno di un edificio e assediati da jihadisti affiliati ad Al-Qaeda. L’intera storia si basa sui ricordi dei corrispettivi reali dei marines statunitensi, in particolare di Ray Mendoza (interpretato da D’Pharaoh Woon-A-Tai), co-regista e già consulente di Garland nel film precedentemente citato.

Probabilmente Warfare – Tempo di Guerra nasce, non solo a livello semantico ma anche pratico, proprio sul set di Civil War. Durante quelle settimane di riprese, Garland venne a conoscenza della tragica vicenda di quel giorno, in cui un soldato lottava tra la vita e la morte in una casa qualsiasi durante una guerra qualsiasi. Da lì alla decisione di girarlo con la prospettiva di un reporter – cioè esattamente la professione dei personaggi filmati – il passo è breve.

Eddie a Baghdad.

Di fatto, Garland veste i panni di un’ipotetica Lee Smith e porta lo spettatore all’interno di una missione di recupero, facendolo sentire parte della sfortunata brigata. In questo modo può condividere battiti cardiaci, pulsazioni, gocce di sudore, battute tipiche del cameratismo militare e, soprattutto, l’attesa spasmodica prima dello scoppio della violenza. Una violenza accompagnata da un silenzio assordante, che avvolge la vista dei corpi sbrindellati e si dipana solo davanti al suono delle urla, evocatrici del caos che le comunicazioni radio cercano faticosamente di ordinare. Un insieme di effetti in cui scompare ogni possibilità di redenzione e, persino, il senso stesso del conflitto.

Il trucco per dare l’impressione che tutto sia selvaggiamente reale riesce solo grazie all’incredibile struttura sottostante. Dall’organizzazione di un’abitazione a due piani, concepita diegeticamente in cui il dentro e il fuori assumono un ruolo fondamentale – sia rispetto all’edificio sia rispetto ai soldati (divisi tra statunitensi e non) e alle famiglie ostaggio – fino a una regia che riempie gli spazi del film quasi come fossero attori di una pièce teatrale ad alta intensità.

Modern Warfare.

Ruolo fondamentale nel raccordare l’orchestrazione di Warfare – Tempo di Guerra lo riveste il montaggio, decisivo nel miscelare la dimensione sporca ed esperienziale, quella analitica che privilegia lo sguardo individuale e, naturalmente, quella atavica propria della guerra in quanto entità distruttiva, portatrice di morte e dispersione. Dall’alto, lo sguardo di satelliti e aerei osserva tutto nella sola modalità sopportabile: quella della distanza e della deumanizzazione.

Alex Garland ha trovato una nuova forma e una nuova collocazione per il war movie, rileggendone la classicità in termini morali – con i soldati visti più come vittime che come eroi – e di struttura, così come per il loro spirito commerciale, spesso in grado di lanciare o consacrare giovani nomi. Basti guardare il cast: da Joseph Quinn a Will Poulter, passando per Michael Gandolfini e Cosmo Jarvis. Tutto questo mantenendo una voce personalissima, elemento essenziale per utilizzare il genere al fine di parlare a un contemporaneo tragico e fungere da monito urgentissimo per ciò che potrebbe essere e, purtroppo, già è in alcune parti del mondo.

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