Recensioni

Nel 1976, all’atto della rivelazione al mondo del Project, Alan Parsons è una celebrità. Solo tra gli addetti ai lavori, però. Il pubblico dovrà aspettare la fine di giugno e la pubblicazione di Tales Of Mystery And Imagination (Edgar Allan Poe), che velocemente – era il tempo nel quale le radio si preoccupavano di trasmettere buona musica – propaga il verbo musicale del mago dello studio di registrazione londinese e ne impone il nome a livello globale.
Parsons ha cominciato agli Abbey Road studios come assistente fonico, il gradino più basso della sala di registrazione, e passo passo si è conquistato la poltrona più importante dello studio, fatto salva quella dei musicisti e del produttore (che raggiungerà in breve). Affianca i Beatles, quando questi si scioglieranno, i Wings di Paul McCartney, poi Roy Harper, ma soprattutto i Pink Floyd di Atom Heart Mother, che tre anni dopo lo vorranno per registrare The Dark Side Of The Moon. Capace di offrire soluzioni tecniche ma anche di trovare risoluzione a problemi musicali, dopo lo straordinario successo di The Dark Side Of The Moon – registrazione per la quale ottiene una nomination per il Grammy Award – Roger Waters e David Gilmour chiedono a Parsons di lavorare con loro anche per Wish You Were Here.
Lui però alza il tiro: vorrebbe una partecipazione alle royalty del disco, che i Floyd non concedono. Dunque molla gli ormeggi e comincia a pensare in grande, mettendosi in proprio con la sigla Alan Parsons Project. Al posto di comando ci sono lui ed Eric Woolfson, multi-talentuoso scozzese che si divide tra i ruoli di musicista, cantante, produttore, compositore e infine agente. I due si sono conosciuti proprio agli studi di Abbey Road, dove Parsons chiede all’altro di fargli da manager. È l’inizio di una brillante storia discografica che dal 1976 al 1980 vede il Project realizzare un disco all’anno. Il 1982 è la data di Eye In The Sky, che proprio grazie al sesto capitolo vinilico fa toccare alla coppia il vertice in fatto di popolarità; fino a quando, tra momenti di alterna fortuna, il sodalizio si arenerà sulle secche di Freudiana, di fatto undicesimo album dell’Alan Parsons Project che per divergenze artistiche uscirà sotto la sigla Freudiana.
Eye In The Sky, che nonostante i forzosi accostamenti non ha nulla a che vedere col l’omonimo romanzo del 1957 di Philip K. Dick, è un disco che si consuma come un calice di vino frizzante durante una afosa serata estiva, alla spina, senza etichetta. Perché ha tante derivazioni ma non appartiene a nessuna per piacere a tanti. Tra i solchi c’è il barocchismo di Silence And I, dardo che pure mettendo in mostra una melodia di adamantina sensibilità non centra il bersaglio pieno perché ingolfata da un ridondante arrangiamento in stile musical (il tallone di Achille di Eric Woolfson), un simil-prog rock che tira per la giacchetta Genesis e Renaissance così come Children Of The Moon fa con gli Yes; e c’è il mainstream accattivante e radio friendly di You’re Gonna Get Your Fingers Burned, di Psychobabble confusa quanto il titolo, di Step By Step e di Gemini, riuscita per una onirica melodiosità senza fronzoli. Ma soprattutto c’è l’A.O.R. della immarcesibile title track, cantata da Woolfson tra i tanti vocalist che si alternano, che ancora oggi imperversa sulle frequenze radio FM. Ci sono persino “i ballabili”: Mammagamma, dagli ovvi riferimenti nel titolo ai tempi trascorsi al servizio dei Floyd ma per lungo tempo campione del dance floor da shake, e il contraltare Old And Wise, il cosiddetto lento da danzare guancia a guancia, peraltro infiammato da un ispiratissimo solo di sax (di Mel Collins) che sul finire ne innalza il tono, soluzione vincente che Parsons produttore aveva adottato nel 1976 con Year Of The Cat e nel 1978 con Time Passages e Song On The Radio di Al Stewart.
C’è infine, ma soprattutto, Sirius: i 100” che hanno gonfiato a suon di royalty il portafoglio di Alan Parsons fino a farlo esplodere. Tema da film di John Carpenter, drammatico in modo teatrale (finto), il brano è stato adottato come inno nel mondo dello sport dai soggetti più disparati: da posticci (appunto) eroi del wrestling a franchise del basket NBA (i Chicago Bulls per gli impegni casalinghi dal 1984 al 2004, ma anche Phoenix Suns e Milwaukee Bucks; i New Orleans Saints nel 2009 per scendere in campo addirittura al Super Bowl XLIV), da squadre di football (come Nebraska Cornhuskers e Kansas City Chiefs, quest’ultima per 10 anni) al tennis per la finale di Coppa Davis (il team francese). Ma Sirius ha illuminato il cielo della pallamano, della ginnastica, del rugby e perfino del calcio. Limitandoci all’Italia, in serie A ci pensa il Sassuolo a entrare in campo sulle note del breve brano, universale a questo punto, di Parsons. Insomma, un doping sonoro ammesso dalle regole.
Sirius è la cartina di tornasole di un lavoro che omaggia uno dei motti latini più famosi: Eye In The Sky esplicita un campionario di brani sviluppati ed eseguiti con perizia ma non troppo, non ci sono dimostrazioni di visceralità, di abbandono alla tecnica o di quella insofferenza compositiva che porta a saltare steccati o sfidare convenzioni. Tutto suona bene, ci mancherebbe (è Alan Parsons!), ma le scosse che si alternano sono a bassa tensione. Un innocuo stimolo qua e là, sulla sedia non si salta. Magari si balla, come abbiamo visto.
In medio stat virtus: l’ascoltare (dall’orecchio) non troppo educato apprezza, colui che ha palato più fino non disprezza. In tal modo non si costruisce una leggenda, parlo del Project (non di Parsons), ma una carriera sì.
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