Recensioni

La big band più freak-psych di Milano torna a distanza di cinque anni dal precedente Freaky People ed è subito un’esplosione di colori e direzioni, suoni e movimenti d’anca come avviene da almeno quindici anni e sei dischi. Ipnagogico è il lavoro paradossalmente più diretto e libero della congrega, forse meno pensato e di sicuro più incandescente, nato da session in studio (il Guscio Recording Studio del chitarrista Lorenz, vero e proprio guscio in cui covare visioni e comunità, condivisione e gioia di suonare) che immaginiamo free e scomposte come si confà a una musica del genere.
Poi su disco quelle session libere assumono forme più compiute e finite, anche se in questo lavoro i componenti – Davide “Dome” Domenichini a basso e voce; Lorenz alla chitarra; Marina Ladduca, Maddalena Silveravalle e Cecilia Iaconelli alle voci; Antonio Marmora, Matteo “Sauron” Saronni e Stefano “Puma” Tamagni a batteria e percussioni; Ivan Maddio al sax soprano; Gaetano “Tano” Pappalardo al sax tenore; Alessandro Luppi al clarinetto basso e Andrea “Jimmi” Catagnoli al sax alto – forniscono forse una visione di sé più ruspante e cruda e insieme più solida e compatta.
Contraddizioni? Non parrebbe, all’ascolto delle otto tracce che lo compongono e che contengono, appunto, doppie versioni di tre pezzi (Arise I e II, Money I e II, Utopia I e II), mostrando la stessa anima sonora in forme diverse, quasi scomposte e ricomposte nel loro muoversi agile, con estrema e navigata naturalezza, tra afrobeat e psichedelia cangiante, jazz spirituale e collettivo, terzo/quartomondismo, fanfara etno e improvvisazione.
Party Cells ne è esempio perfetto, con ritmiche irresistibili, pause e ripartenze, percussività accesa, svisate fiatistiche e melodie vocali in continuo inseguimento. Ma il resto non è da meno: Utopia I è una centrifuga ritmico-visionaria ad alto voltaggio, mentre la gemella diversa Utopia II è una dilatazione lisergico-desertica; la borrachera tutta clap clap, wah-wah e fiati in delirio di Borracho è una fiesta multicolor e ancheggiante; le due Money, rispettivamente un’ipnosi in bassa battuta e un brandello etno-psych, sublimano una tensione caleidoscopica verso suoni in libertà, tratteggiati per disegnare visioni outworld.
Una musica, quella di Al Doum & The Faryds, che ancora una volta si mostra comunitaria e libera, priva di steccati e interessata a disegnare un mondo sonoro che è un vero e proprio viaggio, da leggere come trip, al crinale tra percezione e realtà, sogno e veglia, qui e altrove. Insomma, parafrasando, Al Doum è grande e i Faryds i suoi profeti.
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