Recensioni

Era il 1975 quando i Goblin raggiunsero la fama mondiale con la sola pubblicazione del loro debutto discografico: un’accattivante miscela di rock progressive e atmosfere oscure destinata in poco tempo a diventare una vera e propria pietra miliare del genere. Stiamo ovviamente parlando della colonna sonora dell’omonimo capolavoro di Dario Argento, Profondo Rosso.
Da questa prima collaborazione con il cineasta romano ne sono nate anche altre che hanno contribuito alla permanenza della band nell’immaginario collettivo (una su tutte l’OST di Suspiria). Originariamente capitanati da Claudio Simonetti e Massimo Morante, i Goblin hanno provato nel corso del tempo a cavalcare questo successo fatto principalmente di fortunate soundtrack: dei tentativi non sempre riusciti che, dagli anni Duemila in poi, hanno portato a fratture interne e a relativi progetti paralleli quali Back To The Goblin, New Goblin, Goblin Rebirth e Claudio Simonetti’s Goblin, giusto per citarne alcuni. Adesso, gli ostinati musicisti ci riprovano e tornano alla ribalta in una veste tutta nuova.

Fortemente voluti da Maurizio Guarini – tastierista subentrato dal secondo album, Roller –, e dal batterista Walter Martino, i Goblin Legacy sono adesso pronti a salire sui palchi nazionali, e non, insieme a Giacomo Anselmi alla chitarra e Roberto Fasciani al basso. E quale momento ideale per annunciare in patria la nuova vita dei Goblin se non in concomitanza con il Torino Film Festival? Ospite della terza edizione della rassegna torinese Fuori Campo (evento collaterale del TFF che nei giorni scorsi ha già portato in città personaggi del calibro di Prince Fatty e Leeroy Thornhill), lo scorso 24 novembre il gruppo prog rock ha così varcato la soglia del Magazzino sul Po per mettere in scena uno spettacolo potente della durata di ben due ore.
Scaldato a puntino da una selezione di musica d’atmosfera, il pubblico è letteralmente andato in visibilio nel momento in cui l’iconica nenia di Profondo Rosso ha cominciato a riecheggiare all’interno del locale: un incipit infallibile che ha accompagnato l’ingresso in scena della band. Fatte le dovute presentazioni e gli immancabili ringraziamenti, si è così dato il via a uno show energico che, supportato dalla proiezione di spezzoni di film cult, non ha deluso le aspettative. In scaletta, oltre ai successi tratti da Profondo Rosso, numerosi brani estratti da colonne sonore per film quali Non ho sonno, Buio Omega, Contamination, Zombi (diretto nel 1978 da George A. Romero), Tenebre, Suspiria e da dischi quali Roller e Back to the Goblin 2005.

Il risultato complessivo è stato un vortice calzante fatto di virtuosismi, inflessioni funk psichedeliche e una voglia invidiabile di rimettersi ancora in gioco: una specie di dichiarazione d’intenti messa in pratica soprattutto da un Walter Martino in splendida forma che, a metà concerto, ha dato la dimostrazione di tutta la sua bravura attraverso un poderoso assolo di batteria. Uno più talentuoso dell’altro, i quattro musicisti sono così riusciti a riportare in vita quei paesaggi sonori sontuosi e conturbanti che tanto hanno influenzato sia la storia della musica sia quella del cinema.
Accompagnati sul finire dello show dalla stessa cantilena infantile mandata a inizio concerto, i Goblin Legacy hanno portato a termine un live magistrale che al contempo ha restituito anche diverse riflessioni. Nonostante tutto è stato infatti impossibile non pensare allo scorrere del tempo e alla difficoltà mostruosa che spesso gli artisti possono provare nel prendere le distanze dalle proprie glorie dei giorni che furono: un’attitudine nobile e affettuosa da un lato quanto discutibile dall’altro.
Quanto senso hanno allora reunion e operazioni simili dopo quasi mezzo secolo? A fare la differenza, come sempre, sono la passione e la genuinità, due elementi che il 24 novembre sera non solo erano presenti ma hanno addirittura danzato armoniosamente alla faccia di tutti i vecchi fantasmi del passato.

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