Recensioni

Tra i tanti microfenomeni degli anni zero italiani, quello del recupero della musica da banda è stato uno dei più curiosi e proficui. Merito di un manipolo di musicisti appassionatisi ad un mondo la cui tradizione va ben oltre il folklorismo da strapaese, su tutti Roy Paci e Fabio Barovero, e merito di un’etichetta come la Felmay che di alcune di queste riscoperte è stata convinta sostenitrice. Ci riferiamo al bel progetto ChantSong Orchestra (canzoni dell’indie anni novanta rifatte in chiave bandistico-orchestrale e ricantate da alcuni dei protagonisti di quella stagione) e ovviamente alla siracusana Banda di Avola. Ma rimanendo a sud, anche ai due splendidi dischi della Banda Ionica, il secondo dei quali (Matri Mia, assolutamente da avere) coniugava musica da banda e songwriting di qualità (coinvolgendo fra gli altri Vinicio Capossela e La Crus).
Sugli stessi binari si muove questo lavoro della Banda di Avola insieme al cantautore Mirco Menna, titolare fino ad oggi di due discreti dischi del più tipico cantautorato italiano, che per l’occasione riprende alcune canzoni già pubblicate e le affida alle mani del maestro arrangiatore Sebastiano Bell’Arte, ovvero il direttore dei cinquanta elementi – età media sotto i vent’anni – della banda.
L’esito dell’operazione è buono; la scrittura agile e densa sotto il profilo lessicale di Menna trova un’ulteriore pronuncia nelle vestiture bandistiche, le quali accrescono i toni più drammatici e danno al tutto maggior vigore e presa. Certo è che a lungo andare si percepisce come questi brani non siano stati scritti appositamente per l’occasione e nel confrontarsi con ance e ottoni pagano a tratti uno scarto coloristico. Ma è questione da poco. In …e l’italiano ride ad emergere è soprattutto la carica vitale della Banda, sostegno perfetto a liriche spesso intrise di critica al malcostume del palazzo come del popolo. Tipico compito della musica realmente popolare.
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