Steve Albini
Steve Albini

Steve Albini ci aveva visto giusto con gli Slint di “Spiderland”

L'ingegnere del suono aveva lavorato in precedenza con la band per l'album “Tweez”

Steve Albini, scomparso improvvisamente all’età di 61 anni, è stato tante cose: un cantante, un chitarrista, un produttore discografico, o meglio, un ingegnere del suono e, non ultimo, un critico musicale.

Aveva studiato giornalismo alla Northwestern University di Chicago, del resto, e nei primi anni ’80 la sua penna ha avuto un ruolo cruciale nel plasmare la scena underground locale. Un critico musicale non può definirsi tale senza scrivere delle recensioni e senz’altro la più famosa tra quelle da lui scritte riguarda un disco che ha fatto la storia del rock, Spiderland degli Slint.

Albini e la band si conoscevano già: sotto la sua supervisione era stato registrato nel ’87 Tweez, lavoro che aveva visto la luce soltanto due anni più tardi. Per il seminale disco che ha dato la stura al post rock, colui che si appresta a diventare il “produttore” più richiesto sulla piazza rock non ha mezzi termini: è un capolavoro destinato a lasciare il segno. Una di quelle prove spartiacque nella storia del rock. E non c’è che dire, tempo gli ha dato ragione. Di seguito la traduzione della recensione scritta all’epoca per il Melody Maker, twittata da Jerry Thackray (ovvero Everett True).

“Dal 1980 in avanti, l’America è stata teatro di un esponenziale (e parassitario) incremento di rock band dall’originalità inversamente proporzionale. Sembra che non sia rimasto nessun aspirante chitarrista nel continente a non aver già formato una band o pubblicato un album. E quell’album a suonare un po’ come quelli dei Dinosaur Jr. Fidatevi di me, tutti tranne forse tre di quei dischi sono pura spazzatura. Il mio legame primario con il rock è che ne sono fan. Quegli album mi hanno quasi spento ogni interesse per questa musica. Al suo meglio, il rock tonifica, cambia l’umore, stimola all’introspezione e avvolge di sonorità pure. Spiderland garantisce tutti questi elementi, vuoi separatamente vuoi simultaneamente, e lo fa meglio di qualsiasi altro disco a cui posso pensare degli ultimi cinque anni.

Spiderland è anche il canto del cigno degli Slint, il capolinea di una band che ha ceduto a quelle pressioni interne che spesso ritrovi nelle biografie. E’ un grande album però, e chiunque sia ancora in grado di farsi trasportare dal rock non dovrebbe farselo scappare. Fra dieci anni sarà una pietra miliare e dovrai darti da fare per procuratene una copia, per cui evitati lo sbattimento.

Gli Slint si sono formati nel 1986 come passatempo di quattro amici di Louisville, nel Kentucky. La loro musica era strana, assolutamente personale, rada e appuntita. Quel che da subito li ha resi riconoscibili era la loro precisione ed economia di mezzi. Gli Slint erano una di quelle rare formazioni che suonava una o due note alla volta, e talvolta neanche quelle. L’unico loro altro LP, Tweeze* del 1989  (prodotto da Steve Albini se non vado errato – Ed) contiene indizi del loro genio ma soltanto un paio di  queste tracce possiedono la forza di Spiderland.

Spiderland è un album magnifico, sublime, strano, reso ancor più brillante dalla sua semplicità e garbo. Le sue canzoni si sviluppano ed espandono da semplici statement, invertiti o troncati in un modo che sembra del tutto spontaneo. Sono così precisi e empatici che devono essere intuitivi o orchestrati o entrambe le cose. Difficile trovare band che assomiglino a loro – mi vengono in mente due esempi, e gli Slint non suonano come nessuno dei due. A livello di tonalità e struttura ricordano i Television di Marquee Moon e i Crazy Horse, di cui riecheggia la loro semplicità ma certamente non il loro stile. A chi sono stati paragonati i Pere Ubu e i Chrome nel 1972? Perdonatemi, ma non ne ho idea.

La musica degli Slint è fondamentalmente strumentale e Spiderland non fa differenza, ma le poche parti vocali sono tra le più penetranti di ogni album in circolazione. Quando ho sentito per la prima volta Brian McMahan sussurrare quelle patetiche parole in Washer ero imbarazzato per lui. Quando ho sentito il pezzo una seconda volta sono rimasto impressionato dalla sofisticazione e dalla sottile bellezza del fraseggio. La terza volta la storia mi ha rattristato fino alle lacrime. Geniale.

Spiderland è perfetto. La registrazione così scarna e asciutta è rivelatrice e a volte sembra che il suono vada intercettato. Le cristalline chitarre di Brian McMahan e quelle vitree e fluide di Dave Pajo sembrano fluttuare in aria oltre il naso dell’ascoltatore. Quel drumming incredibilmente preciso eppure indistinto ha la stessa ampiezza e impatto che avrebbe nel tuo soggiorno. Solo due altre band hanno significato per me tanto quanto gli Slint negli utlimi anni e solo una di loro ha fatto un disco altrettanto valido, i Jesus Lizard. Viviamo in un tempo di nani: la musica dance, tre merdose tipologie di ingenua musica hard rock, crooning senz’anima, rap stipato di slogan infantili, cantastorie senza palle. I miei istinti mi dicono che questo periodo di siccità continuerà per un bel po’. Possibilmente fino a quando band come gli Slint ispireranno a raggiungere la maturità. Fino ad allora, suonate questo disco e datevi una mossa se non li avete mai visti live. Fra dieci anni mentirai come la testa di cazzo che sei, e dirai che l’hai fatto ugualmente. Dieci fo**ute stelle”. Steve Albini

* il disco si intitola Tweez.

A proposito del pensiero di Albini, sui profili social dei Nirvana, nelle ore successive la morte, è stata condivisa la lettera che il frontman degli Shellac aveva spedito in risposta alla richiesta inviatagli da Kurt Cobain e soci in merito alla possibilità di produrre In Utero. Il documento, già reso noto in occasione della ristampa per il ventennale del disco (a cui abbiamo dedicato all’epoca uno speciale), è un’importante testimonianza della sua etica, principi e metodo di lavoro.

Di In Utero Albini ha parlato anche in occasione del 30ennale (e relativa ristampa).

Tracklist

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