Sanremo 2020. Achille Lauro record di streaming con “Me ne frego”

A poche ore dalla performance al Festival di Sanremo con l'attesa "Me Ne Frego", Achille Lauro è già al secondo posto su Tendenze di YouTube con - nel momento in cui vi scriviamo - oltre 350.000 visualizzazioni.

A poche ore dalla performance al Festival di Sanremo con l’attesa Me Ne Frego, Achille Lauro è già al secondo posto su Tendenze di YouTube con – al momento in cui vi scriviamo – oltre 350.000 visualizzazioni. Al primo attualmente troviamo la performance di Shakira & Jennifer Lopez relativa all’Half Time del Superbowl (che comunque è stata condivisa per lo streaming 48 ore prima) mentre al terzo c’è Ghali con il videoclip relativo a Boogieman (feat. Salmo), che totalizza più di 630.000 views in poco più di 24 ore.

Nessuna sorpresa. Come ci comunica lo staff del portale SEM Semrush, il cantante si era piazzato al secondo posto di un’altra classifica, ovvero quella riguardante le ricerche in rete effettuate dagli utenti italiani negli ultimi 12 mesi (al primo Elettra Lamborghini, al terzo Elodie). E le 285.417 ricerche mensili al suo capitolo già la dicevano lunga sull’attesa che si era creata attorno alla sua esibizione, anticipata e amplificata da una campagna mediatica culminata il mese scorso con una performance in Piazza Duomo, a Milano, con Lauro nei panni di un artista da strada intento a dipingere su tela figure come un fulmine, una corona, un lupo e una maschera, ovvero le immagini/icone apparse in precedenza sui canali social dell’artista. Tra queste compariva inoltre la figura di un santo che ora sappiamo ricollegarsi all’esibizione di ieri sera, coincisa peraltro con un pronto comunicato inviato sia dal suo ufficio stampa che da lui stesso.

https://youtu.be/Yb_G5mvc_T4

Tutto ben architettato. Studiato sia concettualmente che a livello di marketing e comunicazione. Sul palco dell’Ariston Achille Lauro ha «interpretato la celebre scena attribuita a Giotto in una delle Storie di San Francesco della Basilica Superiore di Assisi, il momento più rivoluzionario della sua storia, in cui il Santo si è spogliato dei propri abiti e di ogni bene materiale per votare la sua vita alla religione e alla solidarietà». Tradotto: il cantante, salito sul palco a piedi nudi, con indosso una cappa di velluto nero ricamata a mano, se ne è poi spogliato per interpretare il brano “nudo” o meglio con “l’ensamble custom made, body e shorts in strass nude”, il tutto in collaborazione con Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci.

Dunque per la sua seconda volta al Festival, il cantante e sempre più performer alza il tiro e la ragnatela dei riferimenti, cambia l’abito ma non la sostanza di una proposta che rimane apertamente citazionista per metodo e situazionista per attitudine, ma senza ricalcare pose anti-sistema. Nessuna pistolettata sul pubblico da queste parti, così come niente è lasciato al caso. L’oltraggio – che poi manco più di oltraggio possiamo parlare (siamo nel 2020) – sta semplicemente nell’aver accostato sacro e profano, mossa che data in pasto ai media funziona da sempre come la nutella sul pane, dacché esistono la nutella e il pane. Così il pezzo che inizia come una classica ballad sanremese è in verità il simulacro di una pantomima: cade il saio e il brano si veste letteralmente prima di una parrucca rock e poi di camicia e cravatta elettro-pop. Ancora un volta i paragoni con Vasco Rossi si sprecheranno, magari un Vasco nato in borgata e non a Zocca ecc., ma questa non è la sua Vita spericolata parte seconda, bensì un pezzo con la chitarra ritmica di un Billy Idol d’antan controbilanciata da un tiro melodico che nel ritornello ammicca anche alla solita (ciao Pulp) Gloria di Tozzi, infilata in un tiramisù di tastierone che stempera poi sul finale in un’altalena di intimismo e prosopopea, coriandoli e coralità.

«Il mio vivere è in movimento perpetuo – scrive Achille Lauro di suo pugno in un messaggio recapitato via newsletter in contemporanea alla sua performance – la musica per me è la cosa più importante ed è dalla musica che nasce la mia concezione dell’arte, dello scrivere, del dipingere e dell’utilizzare il mio stesso corpo come una vera e propria opera… il futuro mi vedrà sempre più impegnato in varie forme di arte, senza mai allontanarmi dalla mia prima musa inspiratrice, la musica».

Lauro si è spogliato ma non dell’abito. Ha indossato strati su strati di arrangiamenti per mostrare il fianco di una proposta che di musicale ha il corollario. È la performance, con il suo cascame di famigliarità multistrato, al centro della sua proposta, non la musica. Ed è una performance popolare, pane per semiologi e masse, gente che un “me ne frego” lo canta e lo declina sempre volentieri, ma anche gente che fruisce il prodotto musica principalmente come spettacolo, come fenomeno di costume, come qualcosa che ti piove addosso (dalla tv nazionale, sul palcoscenico col più alto share dell’anno, da Spotify in modalità radio e dalla radio FM stessa) e non ti vai a cercare. E cos’è il pop ridotto alla sua fruizione più essenziale e originaria se non questo?

Dio ci scampi da citare Adorno e la nota scuola. Non qui e non ora. Su SA trovate l’ascolto/visione di 1990, primo estratto dal nuovo album «incentrato sull’euforia dance degli anni ’90» e la recensione del precedente 1969, firmata da Luca Roncoroni, ovvero l’album pubblicato lo scorso aprile contenente C’est la vie (29 marzo) ma soprattutto Rolls Royce, uno dei brani più discussi della scorsa edizione del Festival della canzone italiana, a cui Stefano Solventi ha dedicato una riflessione/articolo1969 seguiva a distanza di un solo anno Pour L’Amour, lavoro recensito su queste pagine sempre da Roncoroni.

https://open.spotify.com/album/4KoGojhiepepU7VdtEBIQ0?si=cvvOGE0nQumb42KXPD5NPg

Tracklist