Achille Lauro: ceci n’est pas du rock
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Stefano Solventi
- 13 Aprile 2019
Non posso che concordare con Luca Roncoroni e la sua recensione di 1969: personalmente darei un voto più basso, starei sotto la sufficienza (ok: ampiamente sotto) ma faccio senz’altro mie le sue argomentazioni. Devo però sottolineare che io, a differenza di Luca, non conosco la discografia di Achille Lauro, ma giusto quel pugno di canzoni (e solo perché ho una figlia quindicenne che me le ha, come dire, imposte). Le mie valutazioni riguardano quindi questo disco, questa operazione, compresa ovviamente la performance sanremese di cui ho già scritto.
Premesso ciò, mi sentirei di aggiungere un paio di cose. A partire da un fatto evidente: Achille Lauro non ha bisogno di me come io non ho bisogno di lui. Le sue canzoni mettono nel mirino un target decisamente giovane, direi adolescenziale, con modi e forme che non prevedono alcuna forma di empatia per (o, se preferite: “si fanno beffe di”, forma edulcorata per: “se ne fottono di”) quelli della mia generazione, che poi sarebbero – ahimé – le madri e i padri. Insomma, potremmo reciprocamente ignorarci e vivere felici, se non fosse che qui si tira in ballo qualcosa a cui tengo particolarmente. I figli, certo. E il rock.
Tengo a ribadire il concetto: non è a noi, gente cresciuta al tempo del pop-rock, che Achille Lauro si rivolge. Quelli a cui si rivolge (adolescenti e post-adolescenti, forse persino qualche pre-adolescente) vivono in un immaginario che del rock conserva e utilizza ingredienti di risulta, scorie fossili spesso elevate a mitologia. Ovvero molta iconografia, aneddoti e citazioni variamente fedeli, storie che ultimamente tornano buone come soggetti di biopic più o meno (decisamente più che meno) edulcorati, per non dire manipolati tout court. E ben poca musica. La musica, quando c’è, è soundtrack funzionale e spesso porzionata, scomposta in moduli utili alla monta emozionale. Di “hauntologico” c’è poco in questi reperti sonori sistematicamente processati, riarticolati, riadattati per spot, sfilate di moda, sigle di trasmissioni e serie tv. Qualcosa rimane, certo, qualcosa rimane sempre. Ma il più si perde, si atrofizza nel suo profilarsi e consolidarsi in una forma inerte.
Ed è qui, mi sembra, che entra in gioco l’operazione 1969 di Achille Lauro. Scrive Roncoroni che l’album è “una lunghissima Rolls Royce, e poco altro“. In effetti, mi pare proprio così: a parte quel “poco altro” che, col suo sdrucciolare spossato tra neomelodico, trap, neo-soul e hip-hop (con testi scolpiti su ugge melodrammatiche da diario di terza media – con tutto il rispetto per i diari di terza media, a cui rivolgo ogni onore e lode) rappresenta l’aspetto più ordinario, la formula-Rolls Royce costituisce il grosso di un lavoro che utilizza correlativi oggettivi verbali e sonori come se piovesse(ro): un profluvio anzi un carosello di topoi, cliché, icone, marchi, feticci.
Accade così che riffettini rock basali, di quelli che ti sembra di avere sentito un milione di volte – perché è così che devono essere – aprano come machete sonori un sentiero elettrico dove va a infilarsi la gragnola citazionista, i vari Hendrix, Axl Rose, Amy (Winehouse), Sid Vicious, Rolling Stones, Doors, ma anche Gascoigne, Gucci, Fendi, Diesel, Van Gogh, Mirò, Chagall, Basquiat, Bansky, Shakespeare, Fight Club, Brad Pitt, Cadillac, Rolls Royce (appunto) e via discorrendo, a costituire un pantheon ibrido di desideri, ambizioni e paradigmi, purché in possesso di una quota minima di anomalia (particelle di nobiltà “culturale” o “mitologica”) che ne sostanzi la popolarità. Come dire: ok, non posso che essere preda di una qualche mitologia, ma che almeno sia cazzuta, sappia mantenersi (mantenermi) sopra la linea di galleggiamento del nazionalpopolare. In conseguenza di ciò, i versi quasi rinunciano al predicato. Non serve raccontare, la galleria è già narrazione. Come diceva quel celebre spot: basta la parola (attenti: se vi viene una battuta intestinale è solo perché siete quasi anziani come il sottoscritto).
Ora, tutto ciò mi sembra intrigante giusto al primo ascolto, il tempo di fare una cernita, unire i puntini (molti, ma tutti lì stanno), vedere insomma dove va a parare il “progetto”, ed ecco che il gioco diviene talmente scoperto da rivelare una piattezza devastante sul piano musicale, estetico e testuale. Tutto ciò, ovviamente, sembra a me. Ma non è a me che Achille Lauro si rivolge: quello che davvero mi intriga dell’operazione è l’effetto di questa strategia (tecnica?) espressiva sul suo pubblico. M’incuriosisce verificare se questo tentativo di creare una specie di nostalgia artificiale coi detriti di un immaginario sempre più fossile possa produrre qualcosa, e – qualora ci riesca – cosa.
Per quanto inerti, le scorie del rock passato – non solo del rock, come abbiamo visto – conservano un’aura, una quota di possessione semantica, un senso omeopatico che potrebbe almeno potenzialemente innescare processi associativi nell’ascoltatore. Una cosa tipo: Achille cita Sid Vicious? Andiamo a scoprire ‘sta vicenda punk, magari – chessò – vediamoci quel certo film di Julian Temple. Certo, può essere. Ma, francamente, ci credo poco. Proprio per lo scollegamento profondo di cui sopra, non mi aspetto che questo utilizzo dei topoi rock come puri gadget del corredo iconografico – risolto a livello puramente estetico – possa funzionare da “trapianto culturale” nelle menti (pre- e post-) adolescenziali da tempo ormai disabituate al (per non dire: bonificate dal) codice del rock.
Se quella di Achille Lauro non è soltanto una tattica per smarcarsi da troppa trap e tanto hip-hop tremendamente uguale a se stesso (e già avrebbe il merito di raccontarci questo bisogno di smarcarsi, sintomo di una comprensibile stanchezza – dell’ambiente e del pubblico – per le proposte che hanno pressoché egemonizzato la discografia italiana degli ultimi anni), temo tuttavia che non abbia la forza e abbastanza talento (mi riferisco a quello musicale) per essere qualcosa in più. Lo suggerisce proprio questo 1969, che in due pezzi – Rolls Royce e Zucchero – snocciola le idee migliori che poi diluisce con alterna fortuna nelle restanti tracce. Lo fanno pensare quei testi senza complessità, senza alcun mistero che una rapida passata su Wikipedia non possa dissipare (perché frutto di un brainstorming poco più complesso e ispirato di una ricerca in rete, di un’associazione algoritmica di termini, un po’ come fa il completamento automatico di certi motori di ricerca). Lo fa pensare la fiacchezza delle interpretazioni, che se da un lato mettono in mostra un’interessante vulnerabilità del buon Achille, dall’altro non lasciano ipotizzare per lui grandi margini di crescita e manovra (non vorrei girare il coltello nella piaga, ma al confronto un Cesare Cremonini è Bryan Ferry, e lo sostiene uno che da sempre considera Cremonini un campione nazionale di aurea mediocritas, e nel senso peggiore).
In conclusione, ero curioso di ascoltare questo disco per molti motivi, ma per uno in particolare: alcuni hanno tirato in ballo una “svolta rock” di Achille Lauro che – valida o meno – avrebbe avuto del clamoroso o, comunque, del significativo. Ma di rock qui non c’è altro che il suo fantasma liofilizzato, inerme, inerte. Questo è rock come è cacciucco una zuppa di pesce nel banco frigo del supermercato. Questo è rock come una pizza sfornata da una stampante 3D.
Ceci n’est pas du rock: Magritte, però, non è stato citato.
