ABSUЯD e Hard Skool le hanno fatte e sono uscite lo scorso anno. Ma i Guns N’ Roses allo Stadio di San Siro non sono certo quel tipo di band storicizzata (e in pace con l’esserlo) che ti piazza quattro brani dall’ultimo album in scaletta. Anche perché l’ultimo lavoro lungo è sempre lui, Chinese Democracy, il disco del 2008 che sappiamo quanto è costato in termini di session, ripensamenti, ribaltamenti e infine accoglienza di un pubblico che ieri non moriva certo dalla voglia di ascoltarlo.
A quel disco Axl evidentemente tiene ancora e a riprova ci sono i due brani inseriti in scaletta, la stradaiola title track e quel pasticcio FM pop rock che risponde al nome di Better. Ottime scuse per raggiungere il più vicino bar, cambiare l’app dello smartphone da telecamera a social e messaggistica, sentire parenti e figli a casa e/o controllare gli allarmi inviati dal sistema di antifurto.
Dal 1992, anno in cui al fu Stadio Delle Alpi di Torino la band si esibì per la prima volta in Italia, di cose ne sono cambiate, a partire dal modo di vivere il live del pubblico giovane e meno giovane accorso a San Siro. Alcune cose però sembrano apparentemente uguali. Slash, nascosto dietro l’imperturbabile outfit (per l’occasione con la t-shirt dei Ramones), almeno visto da lontano, è lo stesso di allora, Duff McKagan è invecchiato come il buon vino. E quanto ad Axl beh, non è proprio l’Axl di allora. Non ondeggia più, il chirurgo estetico magari è lo stesso di Perry Farrell ma il risultato – son gusti – non è certo migliore ma …differente.
Ineludibile l’incarnato del frontman nel parlare dei Guns oggi, ma lungi da noi soffermarci su dettagli da rotocalco, anche perché ce n’è solo uno, prettamente musicale, che va preso in considerazione: una voce non così impresentabile come il chiacchiericcio social e i cicaleggi dal barbiere sotto casa vogliono farci credere, e un darsi al pubblico paragonabile, per chilometri percorsi almeno, a quelli macinati da Mick Jagger, esibitosi poco tempo fa proprio da queste parti con gli immarcescibili Rolling Stones. Con i tipi al mixer a non alzar troppo la leva del volume al microfono, o con quella a non arrivare bene ai quattro angoli di una location che non brilla (va da sé) per resa acustica, il grado di tolleranza rispetto questa ormai stagionata reunion sta tutto qui.
Ciò premesso, quel che abbiamo avuto a San Siro, come negli stadi e nelle arene di mezzo mondo, è il consueto revival 1987-1991, anni in cui sono usciti i dischi dei Guns N’ Roses che gli attempati di cui sopra sono qui per sentire, anche partecipando con karaokisti sing along, che hanno pure il compito di sopperire ad un’intensità che Axl non può più dare.
In scaletta dall’unico e solo Appetite For Destruction ci sono tutte o quasi: Paradise City, che al solito sta bene per chiuder in gloria le 3 ore di show, l’inno Sweet Child o’Mine, il porno blues di Rocket Queen, hard rock bodiddleyiano di Mr. Brownstone e a ruota It’s So Easy, Nightrain, e chiaramente Welcome to the Jungle, in cui da sempre sembrano un mix tra Mötley Crüe e Stones.
Del resto non è un concerto dei Guns se mancano le cover. Le più iconiche ci sono sempre e non sono mancate: Live and Let Die di McCartney con i Wings e Knockin’ on Heaven’s Door di Bob Dylan. Ma c’è anche I Wanna Be Your Dog degli Stooges, altro ben noto e macinato classico. E Walk All Over You degli Ac/Dc, che finora ha goduto soltanto di tre passaggi dal vivo, tanto che può dirsi una novità all’interno di una rodata scaletta.
Scaletta
- It’s So Easy
- Mr. Brownstone
- Chinese Democracy
- Welcome to the Jungle
- Slither (Velvet Revolver cover)
- Double Talkin’ Jive
- Walk All Over You (AC/DC cover)
- Reckless Life
- Estranged
- Live and Let Die (Wings cover)
- Rocket Queen
- You Could Be Mine
- I Wanna Be Your Dog (The Stooges cover)
- Absurd
- Hard Skool
- Civil War
- Slash Guitar Solo
- Sweet Child o’ Mine
- Better
- November Rain
- Wichita Lineman (Jimmy Webb cover)
- Knockin’ on Heaven’s Door (Bob Dylan cover)
- Nightrain
Bis
- Patience
(The Beatles’ “Blackbird” intro) - Don’t Cry
- Paradise City