Durante questo 2025 i Melvins hanno tenuto qualcosa come 117 concerti. I Melvins sono una band “vecchia” dato che sono in giro dal 1983, sono un perno fondamentale nello sviluppo di certe musiche underground (che un tempo si sarebbero dette “indie”), hanno un grosso seguito ma ovviamente segnato dallo status “di culto”, quindi di nicchia, quindi molto distante da chi riempie (o ambisce a farlo) palazzetti o grandi venue ma si muove prevalentemente tra locali e spazi più piccoli.
Non so perché, ma questa notizia mi ha molto colpito e mi è sembrata molto correlabile con le classifiche e i consuntivi di fine anno, soprattutto perché questo 2025 ha visto l’ennesimo passo (uno tra i tanti, ovviamente, e forse neanche il peggiore in assoluto) verso il baratro dell’orizzontalità (leggi appiattimento e inutilità) della musica, ovvero l’enshittification della shittification del wrapped, incentrato sull’età presunta dell’ascoltatore dedotta dagli ascolti su quella trappola di applicazione che tutte e tutti ben conosciamo e che ancora in pochissime e pochissimi boicottano. Ne parla molto meglio di me Stefano Solventi nel suo resumé di fine anno ma quel che mi interessa in questa sede è sottolineare come questo accadimento, apparentemente insignificante al di fuori della bolla di un certo tipo di ascoltatori di un certo tipo di musica, sia in realtà l’ennesima dimostrazione del fatto che il capitalismo, detto alla romana, “s’è preso tutto”. Anche e soprattutto la musica.
Ma i Melvins no. E come loro buona parte di ciò che era “indie” illo tempore e di ciò che, in questo marasma appiattito e plasticoso da pieno tecno-evo meets basso impero, tenta fieramente e faticosamente di rimanerlo, seppur non lo sia anagraficamente ma solo concettualmente, ideologicamente, intrinsecamente. Smarcarsi dalla sempre più aberrante e tentacolare omologazione mi pare essere una necessità impellente e valida sia per chi produce musica sia per chi ne usufruisce.
Creare e supportare musiche che – raccontando il presente o staccandosi da esso, in avanti o in modalità revival, poco importa – pongano al centro di tutto l’indipendenza, la varietà, l’impegno, il rifiuto, la rivendicazione, la protesta, il distacco da certe logiche. Comprare dischi, andare ai concertini, supportare i locali piccoli; cose che da normalità sembrano essere divenute chiamate alle armi, rivendicazioni ideologiche, dichiarazioni di appartenenza da dinosauri.
Difficile, ovviamente, molto difficile, ma non impossibile. I Melvins stanno lì a dimostrarcelo. Ci dimostrano come la rassegnazione non sia di questo (piccolo) mondo (musicale) e che si possa opporre una qualsivoglia resistenza a un percorso che sembra oramai più che segnato. Tutto questo pippone per dire che in questa mia classifica l’orizzontalità (leggi diversificazione stilistica: doom-drone, jazz, avant-rock, post-punk ecc. ecc.) la fa da padrona – e non soltanto per la schizofrenia dei miei ascolti, figli probabilmente da una voracità/curiosità che fa il paio con una malcelata tendenza all’accumulazione di input – e vi si ritrovano tanti artisti o gruppi che tutte le cose che ho detto in apertura le hanno proprio nel dna e che molto probabilmente sono una delle possibili vie per la sopravvivenza. Almeno in quest’isola un tempo felice che chiamiamo musica.
Album
- Lay Llamas – Hidden Eyes In A Ghost Jungle
- Fortunato Durutti Marinetti – Bitter Sweet, Sweet Bitter
- The New Eves – The New Eve is Rising
- Chicago Underground Duo – Hyperglyph
- Orcutt Shelley Miller – Orcutt Shelley Miller
- Gianluca Becuzzi – American Requiem
- A Bad Day – Flawed
- Laura Agnusdei – Flowers Are Blooming In Antarctica
- mclusky – the world is still here and so are we
- Mamuthones – From Word To Flesh
- SANAM – Sametou Sawtan
- Rafael Toral – Traveling Light
- Teho Teardo – Teho Teardo Plays Twin Peaks and Other Infinitives
- Stefano Pilia – Lacinia
- The Necks – Disquiet
- Širom – In the Wind of Night, Hard-Fallen Incantations Whisper
- The Ex – If Your Mirror Breaks
- Sapore – Tigri Contro Alieni
- Mai Mai Mai & Lino Capra Vaccina – I racconti di Aretusa
- Massimo Silverio – Surtùm