Nonostante le forti perplessità da parte della stampa, la curiosità attorno a Michael, il biopic dedicato a Michael Jackson e interpretato dal nipote Jaafar Jackson, era fortissima e nella prima settimana di proiezione nel mondo il film ha incassato 217 milioni di dollari – di cui 97 soltanto negli Stati Uniti – segnando il miglior esordio di sempre per un biopic musicale.
Il dato supera nettamente aperture già solide come quelle di Straight Outta Compton (60 milioni) e soprattutto Bohemian Rhapsody (51 milioni al debutto). Ed è proprio il film dedicato ai Queen a rappresentare da qui in avanti il vero termine di paragone: uscito nel 2018, ha costruito il suo successo nel tempo fino a sfiorare i 900 milioni di dollari complessivi, diventando il biopic musicale di maggior incasso nella storia del cinema.
Accuse, nuove battaglie legali
Nei giorni precedenti l’uscita del film si sono riaccese le polemiche attorno alla figura di Michael Jackson, a partire dalla notizia della riscrittura di parte della sceneggiatura che di fatto ha escluso le accuse di abusi sessuali emerse negli anni ’90, con circa 15 milioni di dollari in più spesi per rigirare parti del film.
Il racconto cinematografico di Michael si arresta in una fase precedente alla fine della carriera dell’artista, chiudendosi attorno al 1988, nel pieno del successo del Bad Tour. Una scelta senz’altro strategica che aprirebbe anche la porta ad un eventuale seguito.
Dan Reed, regista di Leaving Neverland, si è esposto pubblicamente definendo la compianta popstar come peggio di Jeffrey Epstein. “L’interesse per questo biopic testimonia che alla gente non interessa avesse commesso degli abusi”. E pare che proprio dietro alla scelta di cambiare in corsa il biopic ci sarebbero vincoli legali legati agli accordi siglati negli anni Novanta tra Jackson e la famiglia Chandler, che impedirebbero di citare esplicitamente la vicenda all’interno di una qualsiasi opera – anche cinematografica.
Parallelamente, la famiglia Cascio, che nel documentario non figurava appunto perché a lungo sostenitrice della causa del King Of Pop, ha intentato una causa federale a Los Angeles contro gli eredi, rendendo pubbliche le proprie accuse in un’intervista al New York Times.
Il dato è rilevante perché i fratelli sono stati a lungo considerati la «seconda famiglia» dell’artista. Oggi sostengono invece di essere stati manipolati e “addestrati” a proteggerlo, raccontando abusi che, secondo la loro versione, sarebbero iniziati durante l’infanzia e proseguiti per anni.
La svolta, spiegano, sarebbe arrivata, nel 2019, proprio con la visione di Leaving Neverland che li avrebbe spinti a confrontarsi tra loro e a condividere esperienze fino ad allora taciute. Da lì la decisione di intraprendere un’azione legale e rendere pubbliche le accuse. Al centro della disputa anche un accordo extragiudiziale siglato nel 2020, che prevedeva pagamenti pluriennali in cambio della riservatezza. Secondo la denuncia, le trattative si sarebbero incrinate negli anni successivi, portando allo scontro attuale.
Gli eredi di Jackson respingono le accuse e parlano di richieste economiche opportunistiche, sottolineando le numerose dichiarazioni passate in cui la famiglia difendeva il cantante.