Immagine dal concerto Live Aid

Live Aid 40 anni fa: i top e i flop

Il Live Aid è entrato negli "anta".

Il 13 luglio il Live Aid ha compiuto 40 anni. “The day the music changed the world”, così è comunemente ricordato il più grande concerto benefico della storia della musica, trasmesso in diretta in mondovisione con quasi 2miliardi di telespettatori collegati da 150 nazioni diverse, che forse non lo cambiò, il mondo, ma almeno per un giorno sembrò di sì. Bob Geldof, l’organizzatore dell’evento insieme all’allora leader degli Ultravox, Midge Ure, ha detto che oggi sarebbe difficile (impossibile, diciamo noi) rifarlo. Del resto già il Live 8 del 2005 fu solo una pallida riproposizione del suo “fratello maggiore” tenutosi vent’anni prima e rimasto nella memoria anche per l’impressionante cast che vi prese parte, una parata di stelle mobilitata a partire dalla pubblicazione dei due singoli da cui fu generato l’evento, il brano natalizio del 1984 Do They Know It’s Christmas?, registrato dalla Band Aid, supergruppo britannico-irlandese, e la sua controparte americana We Are The World, arrivata alcuni mesi dopo. Due canzoni che ebbero un successo enorme tanto da indurre Geldof a rilanciare con l’idea del concertone.

L’anniversario della rassegna ha appunto offerto l’occasione per rivivere l’intera giornata (esiste un’ottima edizione in DVD datata 2004, con 10 ore di materiale video sulle 16 totali di trasmissione) così che adesso, a bocce ferme, si possa fissare il meglio e il peggio di quello storico evento tenutosi in contemporanea al Wembley Stadium di Londra e al John F. Kennedy Stadium di Filadelfia, negli Stati Uniti. Che poi parlare di peggio suona quasi blasfemo considerando i nomi di coloro che si esibirono, e allora diciamo meno meglio.

I trionfatori

Partiamo comunque dai top. È pressoché unanimemente riconosciuto che i trionfatori della giornata furono i Queen. Come dimenticare quel leggendario set (ricreato anche nel biopic Bohemian Rhapsody) con Freddie Mercury padrone assoluto della scena. Sei brani in totale eseguiti dalla band inglese, più il memorabile siparietto di Freddie prima di Hammer To Fall, la chiamata al pubblico a seguirlo nell’intonazione di quei celeberrimi “Eh-oh” che ogni aspirante frontman rock dovrebbe studiarsi a memoria prima di attaccare la spina al microfono. Il set della band Regina contò altre cinque canzoni: Radio Ga Ga, Crazy Little Thing Called Love, We Will Rock You e We Are The Champions.

Un momento dell’esibizione dei Queen al Live Aid.

Anche l’esibizione degli U2 fu memorabile, con Bono prodottosi in uno dei suoi classici fuori programma live nel momento in cui violò il rigido protocollo della kermesse scendendo dal palco in piena esibizione per andare a prendere una ragazza scelta a caso tra la folla e ballare con lei sulle note di Bad, che arrivò a durare fino a oltre dodici minuti, scompaginando la scaletta della band irlandese, che inizialmente avrebbe dovuto suonare anche Pride (in the name of love) ma il cui set si fermò alle sole Sunday, Bloody Sunday e appunto Bad (ma la quantità di snippet presenti su quest’ultima, da Ruby Tuesday e Sympathy for the Devil dei Rolling Stones a Walk on the Wild Side di Lou Reed, bilanciò il taglio di brano in setlist).

Trionfatore fu anche Paul McCartney. Per motivi fin troppo ovvi i Beatles al completo non poterono esserci quel giorno, ma non poteva che essere affidata a Sir Paul la chiusura della branca inglese del concerto con una Let It Be da brividi in cui furono i 72mila presenti a Wembley a cantare i versi iniziali della canzone a causa di un problema al microfono dell’ex Beatle.

Le conferme

Il Live Aid fu l’ennesima conferma della grandezza anche di gruppi e artisti già da tempo abituati alle grandi ribalte. Elton John fu protagonista di un frizzante spettacolo con due bellissimi duetti: Don’t Go Breaking My Heart con Kiki Dee e Don’t Let The Sun Go Down On Me con George MichaelDavid Bowie diede un altro saggio della sua gran classe con TVC 15, Rebel Rebel, Modern Love e Heroes, che l’artista dedicò a suo figlio. E poi Mick Jagger e Tina Turner, protagonisti di un adrenalinico set in ensemble quasi in chiusura di serata a Philadelphia. Senza dimenticare Bryan Ferry e Crosby, Stills, Nash & Young, questi ultimi finalmente di nuovo insieme, dopo essersi dapprima esibiti separati (i primi tre da una parte, Young in solo). Ma conferma del proprio valore la ebbero anche nomi divenuti icone proprio a partire dagli anni Ottanta: da Madonna, che l’anno prima aveva pubblicato Like A Virgin, al summenzionato George Michael; da Sting (che cantò sia in solo che anche con Phil Collins) ai Dire Straits, che avevano appena dato alle stampe il loro celebre album Brothers in Arms; dai Simple Minds, freschi del successo di Don’t You (forget about me) a Tom Petty, dai Cars agli Style Council di Paul Weller (freschissimi di pubblicazione del disco Out Favourite Shop), fino a due formazioni allora amatissime dagli (ma soprattutto dalle) adolescenti e che a metà 80s erano all’apice della loro fama, Duran Duran e Spandau Ballet (indimenticabile la loro versione di True). E poi le esibizioni dei due organizzatori, Geldof e Ure, alla guida dei rispettivi gruppi, Boomtown Rats e appunto Ultravox.

David Bowie sul palco del Live Aid.

Le delusioni

Chiamarle delusioni ovviamente è un’iperbole, dato che parliamo di gruppi leggendari. Tuttavia vi fu qualcuno che non rimase così contento della propria esibizione. Phil Collins riuscì nell’impresa di suonare prima a Londra e poi di volare con il Concorde fino a Filadelfia per esibirsi anche lì, ma forse volle mettere troppa carne al fuoco, dal momento che a Wembley, durante la sua esibizione in solo, commise un evidente errore al pianoforte durante Against All Odds, e a Philadelphia sostituì il compianto John Bonham unendosi ai rimanenti tre Led Zeppelin, i quali però non rimasero soddisfatti della sua performance. La formazione si vergognò così tanto della comparsata al Live Aid che nel 2004 si rifiuterà addirittura di concederne le immagini per il DVD ufficiale. Anche i Black Sabbath si “pentirono” della loro partecipazione, probabilmente a causa del non aver potuto provare troppo i brani; al pari degli Who, del resto, la cui performance fu costellata da problemi tecnici, tra tempi di esecuzione sbagliati e bizze del basso di John Entwistle.

Gli assenti eccellenti

Potrebbero essere incluse nelle delusioni anche le assenze di artisti che ci si sarebbe aspettati di trovare sul palco. Al Live Aid, infatti, non si esibirono Bruce Springsteen e Michael Jackson (che comunque avevano partecipato a We Are The World), Boy George (che aveva comunque preso parte a Do They Know It’s Christmas?), Prince (che inviò un video preregistrato con l’esecuzione di 4 The Tears In Your Eyes) e Annie Lennox (vittima di un’infezione alla gola). Così come non furono presenti i Pink Floyd, anche se David Gilmour accompagnò sul palco Bryan Ferry suonando la chitarra e Roger Waters, che si stava separando dalla band, fu presente nel backstage dove venne anche intervistato dalla TV inglese. I Floyd al gran completo, tuttavia, 20 anni dopo entreranno nella galleria dei trionfatori del Live 8, evento “fratello minore” del suo più celebre predecessore, esibendosi in venti minuti di set a Hyde Park (Londra) rimasti nella leggenda anche perché rappresenteranno l’ultima esibizione del quartetto.

Un momento del gran finale del Live Aid con tutti gli artisti presenti sul palco.
Tracklist

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