Anche quest’anno è passato (anche se ne sembravano 4, tra lo scorso e questo qua, sofferenze a non finire, un calvario devastante) è tempo di classifiche/liste/scelte stilate dal sottoscritto.
Spirit of the Beehive, ENTERTAINMENT, DEATH
Album di cui ho già scritto qualche mese fa in una delirante recensione, poco da aggiungere a parte che è un capolavoro assoluto – pop, indie, lo-fi, noise, collage sonori di cartoni animati-pubblicità-filmini amatoriali di famiglia, tutto mescolato con una maestria e un gusto disarmanti. Un album che ci ricorda quanto l’ascolto parcellizzato e in pillole imposto da colossi tipo Spotify o YouTube sia un’enorme panzana, e che gli LP si ascoltano DALL’INIZIO ALLA FINE. CATODICI.
Fucked Up, Year of the Horse
Al contrario del precedente, un disco sul quale avrei voluto spendere due parole così en passant, ma vuoi per la durata, vuoi per il fatto che era già uscito da mesi, non mi faceva troppa voglia, oltre al doverlo riascoltare in 4 comodissimi movimenti di circa 20-30 minuti l’uno, spezzati in almeno 15-20 tracce che al limite si estendono verso i 2 minuti, insomma un casino totale. La cosa buona è che dei canadesi Fucked Up non frega più niente a nessuno, motivo per cui parlarne bene in questa sede potrebbe dare visibilità a una band comunque meritevole. Un album delirante e potenzialmente indigesto, una rock opera su un cavallo sacro condotto da una teenager in fuga da una madre tossica e abusiva e da una sorta di stregone malvagio che vuole l’anima del cavallo (tipo La Storia Infinita, ma in chiave hardcore punk/thrash metal in sostanza). Geniali gli interventi-sproloqui “narrativi” alla Dario Fo-Marco Paolini del tipo dei National, col suo vocione con la sigaretta incastrata tra il pomo d’adamo e la trachea, belli i cameo vocali femminili di non so chi in momenti addirittura funk-disco (!!!), e altre cose che non ricordo. Dovrei riascoltarmelo, ma farlo potrebbe essere faticoso. EQUINI.
Dry Cleaning, New Long Leg
Disco incensato praticamente ovunque, a ragion veduta anche per il semplice fatto che la tanto decantata “Nuova Scena U.K.” (che per me non esiste, è un’invenzione tipo il Fair Play Finanziario della UEFA, o la figurina Volpi-Poggi) ha deluso abbestia (black midi e Squid), ma loro mi sono parsi una discreta boccata d’aria fresca, una sorta di Wire in acido rallentati con la tipa del navigatore stradale alla voce. John Parish fa le magate al deck e gli “panna” i suoni come se fossero i Pink Floyd nel settantadue, l’effetto in cuffia è sorprendentemente piacevole e straniante per una band che suona così scarna. ASMR.
Crumb, Ice Melt
Album di cui ho già scritto in una delirante recensione di qualche mese fa, poco da aggiungere a parte che è un capolavoro assoluto – pop, indie, lo-fi… ah, ma non era l’album di prima? No. L’album precedente era il migliore del 2019 per distacco, questo non ci va vicino ma nemmeno per sbaglio. Comunque bello. In più ho pure intervistato la cantante, Lila Ramani. Sembra una tipa a posto, anche se via email è tutto comodo e veloce, ma c’è quel problema del tono di voce che non si capisce, insomma sapete. NARCOLETTICI.
FACS, Present Tense
Una band che nella sezione Bio di Instagram si autodefinisce «Dub Like Jehu» non può non vincere tutto a mani bassissime, perché è proprio quello che fanno (noise cattivissimo con tempi dispari, una sezione ritmica incredibile e influenze dub, appunto). Nella prossima vita voglio essere come il cantante Brian Case, che ha militato nelle band più fighe dell’underground di Chicago (Disappears su tutte) e che ha la faccia e la capigliatura di uno che si è svegliato da un pisolino durato in media quelle tre/quattro primavere, parla a due all’ora nelle interviste e poi attacca la chitarra alza il volume e ti spettina. MESSA IN PIEGA.
Courtesy, Check the Milk
Restando a Chicago, un duo di scappati di casa che campiona cose e poi ci fa gli album. Questa l’elaboratissima definizione che mi viene a mente per descrivere cosa fanno i Courtesy. Comunque un ottimo disco, e scopro con mio sommo piacere che sono all’attivo da almeno 10 anni e questo è tipo il loro quarto album. Gli altri son tutti diversi, più elettronici con la pompa di loryniana memoria, questo più astratto e funkeggiante (con un brano che s’intitola Lebron James, come cavolo fai a non volergli bene?). CESTISTICI.
Loathe, The Things They Believe
E passiamo a una band che è la prova vivente incarnata di un fenomeno che, ahinoi, sta facendo a brandelli la credibilità di un intero genere, un disco palloso o bellissimo/evocativo/commovente (pick your aggettivo) alla volta: le band metal e/o pestone che si rompono le palle di berciare nei microfoni e fondere il PA dei locali (qualora qualsivoglia buco dimenticato da Gesù abbia la pazienza e la voglia di ospitarli, sia chiaro) e iniziano a “sperimentare” – un termine che personalmente temo moltissimo e che m’inquieta e perseguita sin dai tempi del DAMS, ma questa è un’altra storia. Sono tutto tremebondo a scrivervi qua mentre penso a questi baldi giovincelli di Liverpool, il cui sound è grossomodo definibile con la formula “Deftones + gruppo metalcore anni ‘00 random”, e che hanno deciso bene di allungare uno dei loro tanti intro atmosferici (gli “sfiatatoi” ambientali che vanno tanto di moda nei dischi pestoni, grossomodo da White Pony in giù) in un unico LP. Detta così sembra l’idea più stupida della Storia, ma incredibilmente funziona, e il risultato è ottimo, una roba tipo GAS ma che dura un terzo rispetto a un qualsivoglia disco del suddetto. Ogni tanto appare sullo sfondo a mo’ di presenza spettrale un sax o qualche fiato alla Jon Hassell (pace all’anima sua), cosa che mi ha fatto ulteriormente apprezzare il tutto. Fatto sta che quest’operazione apparentemente suicida (o nelle migliori delle ipotesi, cazzeggiante) colloca i Loathe di Liverpool come miglior band della storia del Merseyside dopo i Beatles. Una band che si chiama letteralmente “Disgusto” e che fa un pacifico album ambient sugli effetti devastanti della pandemia sul tessuto sociale e sulle relazioni interpersonali.TRANQUILLONI.
P.S.: pare che anche i leggerissimi e per nulla complottisti Blood Incantation dal Colorado abbiano annunciato un disco synthoso-ambient per il prossimo anno, attendiamo con ansia et fiducia.
Highland Spokesman, Word
Parlando di gente che fa ambient, andiamo nella fredda Russia (miglior periodo dell’anno per poterlo fare, del resto) da Highland Spokesman, al secolo Andrei Lialkin che, appunto, fa ambient. Qua il versante è meno astratto e la consistenza meno gassosa, diciamo, con cascate di synth più liquide alla Tangerine Dream. Buffo che un album che s’intitola Word non contenga neanche un abbozzo di suono vocalmente prodotto. Ma lo sappiamo, questa è la grana sottile dell’irresistibile humour sovietico. LOQUACE.
Bummer, Dead Horse
Qua si compie un breve viaggio: dalle band metal che in realtà fanno ambient alle band metal che fanno, beh, metal. Dai cavalli sacri ai cavalli, beh, morti. Oltre al nome, geniale a mio avviso, di questo trio del Kansas dedito al nichilismo più totale – il bassista/”cantante” (lo metto tra le virgolette perché bercia come un suino sgozzato) è un uomo di centotrentadue chili che ripudia il suo stesso aspetto e si esibisce (oltre a presentarsi nelle interviste con la medesima mise) con un sacco di juta in testa – qua abbiamo anche, siori e siore, il più brillante esempio di comicità grottesca applicata alla musica: brani con titoli tipo I Want to Punch Bruce Springsteen in the Dick (IL capolavoro), JFK Speedwagon (ricercatissima per intenditori) o Magic Cruel Bus (fantasiosa), sono solo un assaggio del parto satanico che quest’allegra combriccola ha imbastito per noi ascoltatori. Ottima strenna natalizia, per contraccambiare quel solito paio di mutande/calzini – o la ben più gradita combo maglione dell’upim + 50ello sottobanco. SOCIEVOLI.
Black Dice, Mod Prog Sic
Restando in tema di sociopatia, il ritorno tanto atteso (ma da chi) del trio dedito alle flatulenze elettroniche più amato da grandi et piccini. Questi malati mentali hanno alleviato i nostri apparati uditivi nel corso degli anni e ad imperitura memoria mediante capolavori della cacofonia quali Beaches and Canyons e altre amenità che è necessario recuperare se volete ricordarvi di tanto in tanto che c’è gente che sta messa peggio di voi al mondo. A conti fatti, il disco più anacronistico dell’anno: un tempo (neanche troppo lontano), quando era figo e anche una moda “sotterranea” essere dei citofonisti molesti come poche cose al mondo, questi avevano pure una discreta fanbase – non equiparabile al numero ben più nutrito di detrattori (punk e robbosi da centro sociale, perlopiù), che li accoglieva a bottigliate ogniqualvolta si trovassero ad aprire i concerti di qualche fumosa e oscura band hardcore. Tutto sommato, un discreto risultato per una band che nelle interviste, alla solita domanda del cavolo sulle influenze, il processo creativo, il flusso e bla bla bla, dichiara esplicitamente che fanno tutto alla carlona (che poi io vorrei davvero conoscerla sta carlona, in the flesh, e da buona la prima. Dei dadaisti col fiocco a cui non possiamo non dedicare un pensierino, di tanto in tanto. BURLONI.
Tonstartssbandht, Petunia
Se i sopracitati sono anacronistici, questi sono semplicemente vecchi: un duo di fricchettoni con il nome più stronzo della storia della musica (parrebbero fratelli, magari sono solo sposati, come i White Stripes) dedito alle svarionate da jam band tardo-sessanta inizio-settanta – e quindi: Allman Brothers, Grateful Dead, etc etc etc. Poco da dire sull’album, che è assolutamente perfetto nell’esecuzione cristallina e intarsiata fatta di ghirigori strumentali, nonché il documento sonoro che ci dice che le sostanze psicotrope fanno bene. MESOZOICI.
Endless Boogie, Admonitions
Se c’è una lezione che il mondo della musica insegna (o che la vita insegna, in generale) è che tutti hanno una seconda chance e, anche se sembri svantaggiato, il tempo ti darà ragione. Gli Endless Boogie nascono verso la metà-fine dei Novanta, come band da dopolavoro composta da dipendenti e magazzinieri della Matador Records in fotta con Screaming Jay Hawkins e gli Hawkwind: si beccano a Brooklyn in una stanzina, attaccano gli strumenti, si scoppiano due birrette e giù a suonare per ore e ore e ore. Senza nessunissima voglia di arrivare o farsi notare da qualsivoglia discografico/etichetta, vengono “scoperti” da Stephen Malkmus (che in quel periodo ha già scelto di sciogliere i Pavement, ma loro non lo sanno), che li vuole come gruppo d’apertura per i primissimi live del suo nuovo progetto “solista”, ovvero lui + i The Jicks (altre fonti invece riportano, sbagliando secondo me, che Malkmus li elegga proprio come i futuri Jicks). Il live è una bomba e loro si ritrovano presto a fare i conti con una scelta: restare nel quieto anonimato di uno sgabuzzino adibito a saletta o provare a combinare qualcosa di concreto? Passano all’incirca 6-7 anni prima che il gruppo si decida a registrare le prime cose e a fare dei tour promozionali, tra cui un esordio live al SXSW, che molti (o pochi, quelli che c’erano, tipo ai Velvet nel ‘66), dicono essere tra i live più iconici e leggendari della famosa rassegna musicale texana. Da lì in poi, una storia a cottura lenta come lo spezzatino, il blues bollito fino all’osso, gli ZZ Top con un serpente nello stivale il cui veleno è però peyote purissimo. Eroici è dire poco. PACHIDERMICI.
Birds of Maya, Valdez
IL ROCK. Un concetto tanto monolitico, quanto inafferrabile: IL ROCK potrebbe essere l’airplay di Virgin Radio, un concerto del Boss, i Kiss, Rock You Like a Hurricane, quelle robe lì. IL ROCK del 2021 è invece questo: una versione esasperata e sudicia come le strade di Rabat, quattro bischeri sudati che si fanno venire i calli alle mani in una stanza 8 metri x 4. Assoli a rotta di collo e sprezzo del pericolo. ROTOLANTI.
J.R.C.G., Ajo Sunshine
Chiudiamo in bellezza con un bel trip allucinatorio: qua parte la bambola, signori e signore. J.R.C.G., ovvero Jose-qualcosa dalla California, facente parte della scuderia di Castle Face records from Pasadena, quel coacervo di talento celestiale e musica degli angeli assoluti cui fa capo il Sommo, il padrone della mia anima, John Dwyer. Disponi delle mie grazie e del mio corpo a tuo piacimento, John. Essendo una roba del catalogo, Ajo Sunshine (che io rinomino simpaticamente “Majo Sunshine”) si colloca tra le sparate kraut-funk-spaziali degli ultimi Thee Oh Sees, e altra roba che è tutto sommato un tizio che si chiama Jose-qualcosa che spippola sui synth analogici e cambia i cavi ai moduli, robe così. Possibile cover dell’anno (soprattutto per l’uso del lettering stile spaghetti western ma di classe), ci torniamo tra pochissimo. PARADISIACO.
E adesso, la rubrica di cui nessuno sentiva il bisogno, ma io sì: 10 belle cover dell’anno 2021.
Moin, Moot!

Armand Hammer, Haram

Black Dice, Mod Prog Sic

Big Chungus, Defecation Nation

Spirit of the Beehive, ENTERTAINMENT, DEATH

Darkside, Spiral
J.R.C.G., Ajo Sunshine

Black Mountain, Echoes

John Dwyer, Gong Splat

Quicksand, Distant Populations

