Ad aprire il Barezzi Festival 2025 sarà un ritorno che ha il sapore di una continuità ritrovata. Giovedì 13 novembre, al Teatro Verdi di Busseto, i múm presentano dal vivo History of Silence, il primo album in oltre dieci anni di un percorso che attraversa ormai un quarto di secolo.
Fondati a Reykjavík alla fine dei Novanta da Örvar Þóreyjarson Smárason e Gunnar Örn Tynes, i múm hanno costruito un linguaggio che da sempre si muove sul confine tra organico ed elettronico, tra intimità domestica e tecnologia, tra la linearità del pop e la frammentazione del glitch. I primi lavori, da Yesterday Was Dramatic – Today Is OK a Finally We Are No One, si collocavano dentro quel passaggio di millennio in cui la rivoluzione digitale da pervasiva si è fatta collante delle nostre vite. La loro musica ne ha restituito il disorientamento con delicatezza, tenendo al centro il fattore umano.
In questo senso, History of Silence rappresenta una prosecuzione naturale ma anche una deviazione, scrivevamo su queste pagine. Le otto tracce del disco, registrate in parte al Sudestudio di Guagnano in provincia di Lecce, si muovono in una dimensione di raccoglimento che ha perso l’urgenza sperimentale degli esordi per assumere la forma di una scrittura più decantata e decentrata. Le componenti elettroniche sono ormai pienamente integrate in una calligrafia semi-acustica, con inflessioni cameristiche e accenni jazz, che restituiscono una musica a bassa intensità, sospesa tra trasparenza e opacità.
Miss You Dance e Kill the Light fissano subito il tono: strutture incerte, pianoforti sdrucciolanti, pulsazioni sintetiche e timbri che si sfiorano più che intrecciarsi. È una poetica del dettaglio minimo, dove ogni suono sembra nascere da una soglia di esitazione. Brani come Mild at Heart o Avignon proseguono su questa linea, bilanciando luce e penombra, mentre nella seconda metà del disco l’idea di canzone si fa più porosa e ambigua: Only Songbirds Have a Sweet Tooth o I Like to Shake si muovono come frammenti ipnotici, che sembrano dissolversi nel momento stesso in cui prendono forma.
L’impressione complessiva è quella di una band che torna a interrogare il proprio lessico originario da un’altra prospettiva, più rarefatta e consapevole. Se all’inizio i múm osservavano la digitalizzazione come un evento esterno, oggi la attraversano come un dato incorporato nella propria grammatica sonora. È una musica che parla di assestamenti e di mutazioni, che cerca una distanza dal rumore del mondo senza rifugiarsi nella nostalgia.
Portato sul palco del Barezzi Festival, History of Silence promette un live coerente con questa nuova fase: un set costruito su dinamiche sottili, che privilegia la dimensione timbrica e il gioco delle stratificazioni più che la tensione ritmica. Un ritorno che non ha nulla di celebrativo, ma che si misura con la possibilità, ancora oggi, di produrre meraviglia a partire dal silenzio.
