Film

Craig Gillespie

Supergirl

25 Giugno 2026 Stati Uniti d'America commedia drammatico azione

Il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista” cantava Salvemini qualche anno fa. Chissà se lo avrà pensato anche James Gunn mentre progettava Supergirl, secondo film del nuovo DC Universe e importantissimo anche perché primo titolo senza il cineasta di St. Louis alla regia o alla sceneggiatura e il primo in epoca moderna interamente dedicato a Kara Zor-El.

La pellicola si basa sulla miniserie a fumetti Supergirl: La donna del domani di Tom King e Bilquis Evely ed è un coming of age in cui la kryptoniana, in un primo momento molto riluttante, accetta il suo destino di supereroina. L’innesco è di johnwickiana memoria, dato che la nostra (Milly Alcock) abbandona il suo status di ubriacona errabonda perché il cattivone di turno (Matthias Schoenaerts) – un alieno fissato con il collezionare mogli manco fosse Immortan Joe – le avvelena il cane, Krypto. Caso vuole che suddetto cattivone abbia anche ucciso i genitori di una giovane aliena di nome Ruthye (Eve Ridley) che si allea a Kara perché desiderosa di vendetta. Nel mezzo delle caotiche 72 ore a spasso tra i pianeti compare anche Lobo (la nuova veste DC di Jason Momoa).

Che bella la vita on the road.

Per i motivi detti sopra – senza contare il budget e il fatto che i blockbuster pare non piacciano più al grande pubblico, tanto meno quelli con i supereroi – Supergirl di Craig Gillespie era un’operazione complessa da gestire e fin da subito si avverte la fatica che fa nel confezionare qualcosa con personalità, credibilità e coerenza con l’universo di riferimento. Il film ci prova facendo fare alla sua protagonista il percorso inverso di Kal-El, che in Superman era già un supereroe e doveva diventare umano.

Lo svolgimento è però così accademico da sfiorare l’inconsistenza, e ciò penalizza enormemente i personaggi: poco approfonditi, senza backstory rimarchevoli e dalle evoluzioni scontate. Un limite su cui si infrange anche l’idea del titolo di essere e non essere un cinecomic allo stesso tempo – tipica dell’anima punk e in completa antitesi con la concezione di “eroi paragonabili agli dei” – senza riuscire a valorizzare una comunque azzeccatissima Milly Alcock.

I’m a punkrocker too.

Anche l’immaginario dei pianeti non è del tutto riuscito, perché se da una parte rispecchia lo stato d’animo della protagonista con le sue bettole, i sobborghi e le stazioni malconce, dall’altro è estremamente derivativo e colonizzato da un’umanizzazione straripante, che si trova tanto nei design degli alieni quanto nel comparto musicale. Comparto importantissimo, come in tutti i film di Gunn o che “devono essere come i film di Gunn”, qui curato da Claudia Sarne e impreziosito dalla presenza di Blondie, Eagles of Death Metal, Wolf Alice e Ella Fitzgerald.

Dal punto di vista della messa in scena Supergirl non è male: al di là della regia più che all’altezza, nelle sequenze d’azione il titolo trova anche una certa soddisfazione nel discorso sul femminile che non ha nulla di meno rispetto al maschile e non ha bisogno di essere salvaguardato nello scontro con esso. Anche se spesso si avverte un indirizzo nel rapporto tra generi, tale da rendere tutto comunque controllato. Sintomo di un film che probabilmente non ha mai contemplato l’idea del rischio, rassegnandosi ad essere qualcosa di collaterale rispetto al percorso del cuginone. Per ora.

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