Genesis: i migliori 11 (+ 1) dischi da solisti dei Re del Prog rock
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Andrea C. Soncini
- 18 Febbraio 2024
La dote più importante dei Genesis è che tutti i componenti sono in grado non solo di intervenire nella composizione collettiva, ma di essere in grado di scrivere brani completi in totale autonomia. Non sono tante le band che godono di tale ricchezza che allo stesso tempo nasconde un potenziale rovescio: l’egotismo irrisolto di alcuni elementi che mette altri all’angolo.
Peter Gabriel e Steve Hackett sono stati emarginati. Hanno chiuso l’uscio alle loro spalle e intrapreso una fertile carriera solista. Ma Phil Collins non è stato da meno, anzi; mentre Tony Banks e Mike Rutherford hanno dimostrato di avere tanto da fare e dire oltre la soglia della band. Senza dimenticare il sottovalutato Anthony Phillips, per la maggioranza dei fan acquisiti da Abacab in poi – e in gran parte già dal dopo Gabriel – uno sconosciuto. Uno spazio diventato galassia, tanti sono i dischi dei singoli componenti del passato e del passato remoto della band che punteggiano come stelle più o meno luminose – in alcune occasioni solo fallimentari buchi neri – il vuoto che si è venuto a creare tra loro.
Nella copiosa disponibilità ho scelto 11 (+ 1) titoli, come si trattasse di una squadra di calcio da schierare in campo, la migliore. Affatto facile, dato che i Genesis hanno una rosa foltissima e fortissima. Per forza di cose restano fuori dalla lista dischi superati per una incollatura, o che perdono i play off per la differenza reti. Inoltre i fattori che permettono a un disco di sopravanzarne un altro sono molteplici: dalla indiscussa qualità artistica alla piacevolezza dell’ascolto alcuni aspetti risultano oggettivi e inattaccabili, ma vanno ammessi e considerati anche elementi relativi come il gusto personale. Si tratta comunque di una classifica determinata da valutazioni che vogliono essere quanto più ragionevoli, e ragionate, possibili; dove se questioni di tifo sono sgattaiolate hanno un peso minimo.
Per quanto riguarda il voto, dal momento che in alcuni casi si tratta di valutare opere che rientrano in generi tra di loro totalmente avulsi, non può rappresentare un giudizio assoluto e universale: delineare una scala di valori univoca tra Peter Gabriel che col Prog rock non più nulla a che vedere e gli altri nomi in lista che rimangono a difenderne i confini come un antico impero assediato (si tratta di dischi quasi in toto pubblicati al crepuscolo dei ‘70s), è un po’ come stabilire cosa è meglio tra un piatto di carbonara e Killer Of The Flower Moon di Martin Scorsese (a mio parere consigliatissimi entrambi).
L’unica cosa certa è che una lista che soddisfi tutti non potrà mai esistere. Ma il dissenso serpeggia segreto anche nelle più spietate dittature, meglio così. Buona lettura.

Steve Hackett: Voyage Of The Acolyte (9,5/10)
Nell’ottobre del 1975 esce a sorpresa Voyage Of The Acolyte. Il primo album da solista di Steve Hackett, abile negli anni a consolidare una carriera che procede tuttora a gonfie vele, ma soprattutto di primissima qualità e premiata dal pubblico più affezionato all’epoca d’oro dei Genesis.
A metà anni ’70, diventati quartetto e liberatisi dell’ingombrante Peter Gabriel, sembra che gli equilibri all’interno della band si siano assestati, ma così non è. Tony Banks e Mike Rutherford sono leader conservatori, Collins sta al centro. Hackett, all’opposizione perché ce l’hanno messo gli altri, è una fucina di idee e scrive tanto materiale che viene accettato in quantità minima. Il surplus bocciato dai Genesis contribuisce così a forgiare Voyage Of The Acolyte. Che a ben vedere, compresi Collins e Rutherford a offrire un sostanzioso contributo, potrebbe rappresentare “il disco dei Genesis perduto” vagheggiato da qualcuno, di tanto in tanto, per accumulare click.
Nell’opera prima di Hackett non c’è nulla che non sia superlativo. Qualunque episodio avrebbe potuto trovare spazio sui dischi a venire prima dell’addio del chitarrista: Squonk diventato misteriosamente un classico pur non avendone le physique du rôle e la confusa Robbery, Assault And Battery su a Trick Of The Tail, così come l’incompiuta All In A Mouse’s Night e l’invertebrata Your Own Special Way su Wind & Wuthering, potevano fare spazio.
Hackett confeziona in proprio un cabinet of curiosity del Progressive rock da manuale: l’eccitante frenesia schizofrenica di Ace Of Wands; le parentesi elettro-acustiche da Sindrome di Stendhal di Hands Of The Priestess Part I, Hands Of The Priestess Part II, e The Lovers; il kolossal sonoro dark fantasy di A Tower Struck Down; sono musica strumentale distillata, priva di impurità. The Hermit una gemma acustica in formato da camera – chitarra, violoncello, flauto, corno inglese – cantata timidamente da Hackett che passa il microfono a Phil Collins per Star Of Sirius, dai contorni della creatura mitologica nata dai genitori-Dei Foxtrot e Selling England By The Pound (a vostra scelta stabilire chi il padre chi la madre).
E poi la mandrakata di Shadow Of The Hierophant, con Sally Oldfield a gorgheggiare con voce da soprano un’aria celestiale lentamente, sinistramente, risucchiata da un crescendo wagneriano che in lente spire raggiunge magnitudo 10. Ragnarok, se sarà epico, diretto dall’al di là che vomiterà il meglio e il peggio da Stanley Kubrick, quando l’umanità dovrà tremare e stupire al contempo per il grandioso show trasmesso in diretta TV, verrà annunciato da questo brano. Una lezione per tutti quei fanfaroni cerebralmente legnosi che pensano che potenza e drammaticità si esprimano solo in watt e brutalità.
A capo di una pattuglia che ha il profilo del super gruppo – Phil Collins in forma stellare alla batteria e voce, Mike Rutherford, Percy Jones e John Gustafson al basso, Sally Oldfield alla voce, John Hackett al flauto, Robin Miller ai fiati, Nigel Warren-Green al violoncello, John Acock alle tastiere –, inoltre rispettando la liturgia Prog rock dell’accoppiata vincente musica/immagini – soddisfatta dalla confezione gatefold illustrata magistralmente, internamente e fuori, dall’artista brasiliana Kim Poor che diventerà sua moglie – Steve Hackett realizza con Voyage Of The Acolyte uno degli ultimi esempi adamantini di un genere che come un fantasma al comparire dell’alba – lo scollinamento di metà Seventies – comincia lentamente a svanire.
Brilla come la stella di Sirio, l’inizio del lungo e fertile viaggio dell’accolito.

Tony Banks: A Curious Feeling 9/10
Dal 1969, quando esordirono con From Genesis To Revelation, al 1978 con …And Then There Were Three…, i Genesis hanno prodotto in media un album all’anno. Due nel 1976, A Trick Of The Tail e Wind & Wuthering, ma in media fanno 9 dischi di studio in altrettanti anni. Nel 1973 era venuto Genesis Live e nel 1977 Seconds Out, entrambi dal vivo. Questo per dare l’idea del focus, dell’applicazione, della considerazione perché no della causa comune. Chi più ha contribuito a scrivere musica per i Genesis è senza ombra di dubbio Tony Banks. Dunque, quando allo scadere della decennio d’oro per il Prog rock – i 70s – il tastierista si presenta al nastro di partenza con un disco tutto suo, è una sorpresa. Possibile che Tony Banks abbia ancora nel cassetto materiale inutilizzato dai Genesis? E se c’è, sicuramente si tratterà di scarti. I Genesis sono noti – anche – per essere sempre stati parchi non solo di singoli ma pure di out takes. Invece no.
A Curious Feeling è una cattedrale in quello che non è vero deserto – il Prog rock di fine anni Settanta come ci racconta la critica apocrifa – ma dai cui floridi insediamenti è iniziato l’esodo; le cui autorità si allontanano alla chetichella, cambiano identità, si sottopongono a chirurgia plastica musicale per integrarsi alle nuove tendenze. Lo stanno facendo, ancora con circospezione, come sondando il terreno, gli stessi Genesis di …And Then There Were Three…, giocando a intervenire pericolosamente sui cromosomi del proprio DNA. Ma il loro leader silenzioso, che preferisce le retrovie alla luce della ribalta, è ancora titubante.
Per lui, come per i texani ad Alamo soverchiati dall’esercito Messicano – avvenimento del quale Phil Collins è un fervido appassionato e collezionista di storici cimeli – alzare bandiera bianca è un concetto da non prendere neppure in considerazione. Non ora, entro la fascia protetta dei Settanta che hanno visto i Genesis brillare come una Stella Polare. Non prima di avere consegnato al mondo una ultima, incorrotta, prova del perché tanto il Prog rock nella sua più alta accezione quanto i Genesis dell’intero decennio sono sequoie che mode passeggere come cieli piovaschi e i predatori della critica revisionista provano ad abbattere con un temperino. Poi, da Abacab e oltre, si vedrà.
Se per Voyage Of The Acolyte, Hackett si circonda di una pletora di eccellenti musicisti per affinare la trama dell’arazzo, Banks affida il suo grandioso, ma sensibilissimo, disegno alla verve di soli tre elementi.
Il rodato batterista Chester Thompson che fa già parte della famiglia Genesis quando in giro per i palchi di tutto il mondo; Kim Beacon – scelta azzeccatissima – già cantante degli String Driven Thing compagni di label alla Charisma (dei quali faceva parte Graham Smith che dal 1977 si aggrega ai Van Der Graaf Generator); e Tony Banks stesso che oltre a suonare (sono belle) tutte le tastiere del mondo, se la cava bene con chitarre (come già dimostrato coi Genesis), basso e percussioni.
Basta l’apertura di From The Undertow (e lo stesso fa in chiusura In The Dark) per capire di fronte a chi/cosa ci troviamo: in nemmeno tre minuti Banks architetta un mondo sonoro che va dalla magniloquenza sinfonica dei grandi compositori del passato – immaginate l’orchestra – alla sensibilità millimetrica per la melodia associata a una costruzione armonica che probabilmente lo rende unico, in un vasto lotto di colleghi che si contendono la virtuale palma del “migliore” per acrobatismo sullo strumento.
Banks traspone liberamente in musica, come concept album, Fiori per Algernon – avrebbe voluto intitolarlo proprio Flowers For Algernon – uno dei più bei racconti di fantascienza di sempre (diventato romanzo e nel 1968 film col titolo di Charlie), impresa tutt’altro che facile visto il carattere speculativo (sociologico) del soggetto e il tipo di sonorità generalmente associate al genere. Ma sinfoniette impressioniste e strumentali come Forever Morning e The Waters Of Lethe, la mini-suite composta da The Lie e After The Lie, l’impetuosa marcia trionfale di Somebody Else’s Dream, sono da Oscar quanto l’interpretazione di Charlie Gordon che guadagnò a Cliff Robertson la statuetta come migliore attore protagonista.
E se non mancano le canzoni (di alto retaggio) come Lucky Me, ed episodi meno complessi (che non significa più frivoli) a legare la struttura narrativa – For A While (dalla melodia bellissima) e A Curious Feeling uscirono sullo stesso singolo – i talebani del funambolismo altresì detto “solo”, che è prerogativa del Prog rock, è bene che olino i timpani perché le fughe sulla tastiera di After The Lie, ma soprattutto You, non sono stucchevole onanismo in note, ma pietre preziose incastonate nella corona di metallo nobile dell’intero album.
A Curious Feeling – arriva in negozio nell’ottobre 1979 – è il testamento musicale di Tony Banks che dopo Duke dei Genesis, pubblicato pochi mesi dopo, si spoglia della sua grande anima per ripiegarla e tirarla fuori dal baule solo di tanto in tanto. Assorbito dalla deriva dei Genesis tripartitici offrirà lampi dalla sua statura qua e là con la band, per colonne sonore, Bankstatement, coi lavori classici (Seven: A Suite For Orchestra, 2004; Six Pieces For Orchestra, 2012; Five, 2018), ma nulla di così preponderante, senza compromessi, come A Curios Feeling.
Graceland perimetrata tra i solchi di un vinile.

Anthony Phillips: The Geese And The Ghost (9/10)
Il 1970 per i Genesis è un anno cardine. Registrano e viene pubblicato Trespass, un album che rispetto al timido esordio di From Genesis To Revelation scarta potentemente in avanti offrendo un’idea verosimile del potenziale della band. Allo stesso tempo si tratta della pietra sulla quale la chiesa in costruzione si dimostra instabile e a rischio di crollo. Il batterista John Mayhew viene praticamente accompagnato alla porta, mentre Anthony Phillips fa da solo, chiamandosi fuori per motivi di salute e perché, causa stage fright, non se la sente più di salire sul palco e affrontare il pubblico. Phillips era uno dei membri fondatori dei Genesis, un capace chitarrista, ma soprattutto il motore principale della band, colui che portava la fascia di capitano (scriveva la maggior parte del materiale) prima di lasciarla al braccio di Tony Banks. Riassestata la formazione con Phil Collins e Steve Hackett, ci hanno raccontato come è andata per i Genesis in tempo reale. Mentre del biondissimo chitarrista si sono perse le tracce. Fino al marzo 1977, quando esordisce con The Geese And The Ghost, un album che sin dalla copertina è un azzardo anacronistico, quasi una provocazione se non una vera e propria istigazione al pubblico ludibrio dei media musicali il cui massimo trastullo, euforici invitati al banchetto junk food del Punk, è il tiro al dinosauro rock, molto più semplice da centrare del piccione, date le dimensioni.
Con fede adamantina nel Prog rock, o forse distaccato sul suo isolotto come uno degli ultimi soldati giapponesi che ignari della fine della Seconda Guerra Mondiale hanno continuato a difendere la trincea, Anthony Phillips ha registrato un disco di fronte al quale la critica unanime si sarebbe genuflessa intonando ogni tipo di lode: se solo fosse stato pubblicato nel 1972 o 1973. Nei sette anni che separano Trespass da The Geese And The Ghost, Phillips fa una cosa che nessun altro musicista rock ha fatto in precedenza. Invece di rituffarsi nella mischia alla prima occasione sparacchiando alla cieca, sfruttando l’inerzia di qualunque cosa in voga, in uno straordinario impeto di autocritica, o autoanalisi, o entrambe le cose, Phillips si mette a studiare: la chitarra, il “suo” strumento; le tastiere delle quali come dimostra la sua discografia diventerà eccellente interprete; composizione. “Da quando ho lasciato i Genesis ho studiato la chitarra classica, pianoforte, orchestrazione (nda: alla Guildhall School Of Music And Drama di Londra). (…) Lo puoi chiamare il mio periodo da studente. È stato come un esilio autoimposto di quattro anni”, ha detto.
Ma le concomitanze, i tempi che cambiano, gli dei che girano le spalle, non aiutano. Le registrazioni iniziate nell’ottobre del 1974 si concluderanno solo due anni dopo. Ciononostante un happy ending neppure si intravvede. La Virgin rifiuta il disco all’inizio del 1976, ma anche peggio, e ha il sapore del tradimento di Giuda, lo stesso fa la Charisma, storica label dei Genesis. I nastri restano per un anno nel cassetto, quando il caso come nei migliori polizieschi si risolve grazie all’indiziato meno sospetto, questa volta in senso positivo: sono gli americani – i più lontani per gusto dal Prog rock, si è soliti pensare – della Passport Records, etichetta comunque sui generis, a farsi avanti. Nemo propheta in patria.
Quello che ho scritto per Voyage Of The Acolyte, il disco perduto dei Genesis, vale anche per The Geese And The Ghost. La brigata allestita da Phillips è di rango assoluto, 3/6 dei Genesis compresi: Phil Collins canta in stato di grazia le due delicatissime canzoni che aprono e chiudono il primo lato, Which Way The Wind Blows e God If I Saw Her Now, la seconda in duetto con Vivienne McAuliffe, celestiale ex voce degli Affinity; Mike Rutherford suona chitarre, basso, organo, è coautore, accenna un paio di tocchi sparsi alla batteria (come fa anche Phillips) in un disco dove la batteria altrimenti non è prevista; Phillips fa il one-man-band; John Hackett, altro nome che entra in ottica Genesis indirettamente, è al flauto. La lista di chi ha preso parte alle registrazioni è fitta, vista la ricchezza degli strumenti usati per dare colore e l’abilità orafa di Phillips nell’arrangiare e orchestrare. Un manipolo di genieri che si muove sul campo con velocità e destrezza, capace di edificare composizioni che aprono porte su mondi lontani, come fa Henry: Portraits From Tudor Times, suddivisa, tra momenti di sublime melanconia che si alternano al piglio epico, a tratti battagliero, in movimenti da I a VII.
Se la sparuta pattuglia del Tony Banks di A Curious Feeling erige mura e città, Phillips e seguaci intrecciano visioni in trama di filigrana, leggera ed elastica come una ragnatela, fittissima ma trasparente in controluce; miracolo di equilibrio tra grazia formale ed eco celeste che promana da ogni brano del lato A. Sull’altro The Geese And The Ghost occupa metà vinile, quindici minuti di laborioso intrecciarsi di corde sfavillanti e armonico susseguirsi di temi senza data in due tranche, mini-suite più gioiosa ma di pari valore del tormentato “ritratto” di Henry. Seguita dal doppio incanto di Collections per piano e voce dello stesso Phillips e Sleepfall: The Geese Fly West strumentale. Uniti dall’abbraccio di una lussureggiante sezione di archi, i due brani suggellano un album apolide, che in virtù dello splendore tendente alla purezza è perfino riduttivo bollare come Prog rock. The Geese And The Ghost è innanzitutto un’opera temprata nella raffinatezza, un album provvisto della forza e del valore intrinsechi – tradotto: innanzitutto arte per amore dell’arte – di cui solo i capolavori che nascono tra le difficoltà sono dotati per durare nel tempo.
Non si può evitare di menzionare il lavoro di Peter Cross che ha eseguito le illustrazioni di copertina. Talmente suggestivo, nei dettagli e nella visione d’insieme, che c’è stato chi ne ha tratto l’etichetta per una birra artigianale prodotta in Italia. Elisir contro il logorio della vita del Terzo Millennio.

Steve Hackett: Defector (8,5/10)
Indifferente all’annuncio della fine del mondo dei dinosauri del rock (profetizzata anche da Bob Fripp con il vaticinio della sua “small, mobile, intelligent unit” per poi tornare sul palco con i King Crimson a tre batteristi, evviva la coerenza) Steve Hackett intraprende l’autostrada degli anni ’80 con il serbatoio pieno di creatività sufficiente a produrre Defector, il quarto album di fila inossidabile. La musica del chitarrista è tra le più filmiche/cinematiche provenienti dal mondo del rock. Non nel senso che può supportare le immagini di una pellicola, ma al contrario come maccanismo alternativo al cinema per evocare scenari da grande schermo. Booster di immaginazione. Al progredire di Slogans non vedete – proprio vedete – pagine su pagine di J. R. Tolkien animarsi, o altro a vostro piacimento prendere vita, scorrervi davanti agli occhi? Discorso che vale, con diverse modalità, per The Steppes e Leaving che sfocia nella coda acustica/classica di Two Vamps As Guests, in gran parte strumentali.
All’opposto il dittico Time To Get Out in odore di gioioso AOR, e la strampalata marcetta Prog in ritmo Disco di The Show pubblicato come singolo, alimentano la variabile della sorpresa che Hackett non intende mai disattendere.
La straordinaria Jacuzzi, arrembante intreccio di melodia e tecnica nel caso qualcuno nutrisse dubbi sul funambolismo del chitarrista, Hammer In The Sand col piano di Nick Magnus a tratteggiare in modo commovente una scrittura (di Hackett) da fare invidia a Tony Banks, e la delicatissima, atemporale The Toast dai contorni di Eric Satie, sono il sensazionale fuoco di fila che accompagna all’uscita, suggellata dalla pochade art-retrò di Sentimental Institution, una cascata di pulviscolo dorato à la Grande Gatsby (ciò che Vangelis avrebbe fatto solo un paio di anni dopo, incastonando One More Kiss, Dear nella colonna sonora di Blade Runner).
I punk indossano giubbotti di pelle di dinosauro (rock) e mettono collane fatte coi loro denti? Se così è stato la festa è durata poco. La settimana che inizia il 22 giugno (1980) al n. 2 delle chart UK c’è Peter Gabriel con PG III; Steve Hackett in groppa a Defector segue a breve distanza al n. 9 (!) e i Genesis con Duke sono al n. 16 dopo avere stazionato in vetta. Una buonissima annata per casa Genesis. E il Punk? Morto e sepolto. 
Peter Gabriel: IV (8,5/10)
Per i primi tre album Peter Gabriel compare sulla copertina dei suoi dischi. Le regole del marketing lo auspicano. Ma Gabriel è artista non solo capace di aggirare le norme, ma di stabilirne di nuove. Lo fa con PG IV, pubblicato il 10 settembre 1982, che si presenta con una cover oscura, dai tratti minacciosi, indecifrabile come è l’atmosfera che regna, anzi in un certo senso grava, sulla registrazione. Sembra una maschera africana, ma è Peter Gabriel sottoposto a un processo di alterazione che si prende beffa della discografia e anche di noi: volete Peter Gabriel?, dice a tutti, eccovelo: sfuggente, imprevisto, offerto attraverso lenti distorsive. PG IV, l’ultimo della serie senza titolo – in seguito nominato Security perché l’eccessiva originalità va contrastata fino a banalizzarla, così da renderla comprensibile al cretino e di conseguenza consumabile –, PG IV, dicevo, è un album unico nella discografia di Gabriel e ne rappresenta il vertice. Un dizionario delle emozioni coniugate in modi e mondi diversi. Un disco che si muove scandagliando differenti zone dell’anima, mettendo in subbuglio quella dell’ascoltatore, e ciononostante di rara compattezza. Un disco che, in una parola, impressiona, in ogni aspetto: dalla voce di Gabriel, la prima cosa che risalta, ai temi affrontati e al criterio usato, alle soluzioni musicali. Risultato straordinario, l’emotività che emana, se si considera a quanto pensato, studiato, articolato, complesso, sia questo lavoro esemplare. Alla quantità di tecnologia coinvolta – elettronica, l’ampio uso del Fairlight CMI, il mix digitale agli albori – che convive simbioticamente coi ritmi e la spiritualità di culture lontane nello spazio e nel tempo.
Un titolo senza compromessi, non solo se si guarda alla discografia di Gabriel. Una dichiarazione di intenti: di forza, lucidità, creatività, autostima nel rifiutare di piegarsi ai diktat dell’industria che non crede in quello che sta facendo. Nonostante Shock The Monkey che diventa un hit perché quello è il suo destino – oltre ogni previsione, oltre ogni logica –, non c’è alcuna concessione al mercato. Non certo sotto l’ancestrale cappa tribale di The Ryhthm Of The Heat (derivata dal resoconto delle esperienze dirette dell’antropologo e psicoanalista Carl Jung), tra le spire soffocanti quanto certe dinamiche familiari narrate in The Family And The Fishing Net, nel misericordioso incedere di Lay Your Hands On Me, canzone “sulla fiducia, sulla guarigione e sul sacrificio” (ha detto Gabriel) che accompagnerà il rituale live del salto dal palco all’abbraccio della folla sottostante. Di sicuro non c’è spasmodica ambizione da classifica tra le note di commossa partecipazione di San Jacinto che supporta i tormenti dei nativi americani, o nelle esortazioni a resistere dell’accorata Wallflower dedicata agli oppositori politici e alle vittime delle dittature.
I Have The Touch, dal cuore elettronico sovradimensionato sebbene esprima la necessità dell’essere umano di dare sfogo al senso “analogico” del tatto, e la corroborante Kiss Of Life – “il bacio della vita” in inglese è la definizione in gergo per la respirazione bocca a bocca – rasserenano un disco che concede poco spazio alla luce benché affatto privo di speranza, ma che suggella un percorso di ricerca di sé (Gabriel) e dell’uomo più difficile, e intimamente partecipe, di quanto preventivato.
So, quel titolo enorme che pare volere recuperare su tutti i precedenti anonimi, quel bianco/nero senza mezzi toni, Gabriel con la faccia pulita da bravo ragazzo – i capelli acconciati, non un filo di barba – sarà l’inizio di un differente cammino, il cronometro che prende a scandire il sopraggiunto Big Time: “My car’s getting bigger / My house, getting bigger / (…) And my bank account”. PG IV: Jung, sturm und drang.

Steve Hackett: Spectral Mornings (8/10)
La tecnica di Steve Howe, i rovelli di Fripp, il mago della melodia Andy Latimer, e la lista potrebbe proseguire. Ma il timbro, il colore, la voluminosità del suono della chitarra di Hackett sono unici e irriproducibili. Quello che esce dagli altoparlanti al dipanarsi di Spectral Mornings non è una chitarra, ma la voce di Circe, ammaliante, predatrice. Non potete sfuggirle, non potete dimenticarla, ne diventerete schiavi. Potete solo amarla fino a consumarvi.
Sono passati quattro anni da Voyage Of The Acolyte, ora Hackett è libero dalle gerarchie di gruppo e artefice del proprio destino. È rimasto fedele al Prog rock nella sua accezione più sacra e immarcescibile: progressione in avanti. In ottemperanza a tale filosofia, nel secondo disco intitolato Please Don’t Touch ha inserito elementi di rottura (al Prog) come Richie Havens e Randy Crawford, anche Steve Walsh, provenienti, soprattutto i primi due, da mondi musicali agli antipodi; ma non solo. Al terzo disco Hackett si concentra sul quello che non ha ancora estrapolato dall’anima della chitarra in termini di resa sonora. Non che sia meno attento alla scrittura, ma la chitarra sotto le sue dita è “maturata”, diventata corposa, magmatica e incandescente. Quello di Hackett si potrebbe chiamare Prog rock impressionista. Poche note bastano a disegnare un orizzonte di ampissimo spettro (guarda caso), che dal sereno-acustico nel giro di secondi, persino poche note, volge al minaccioso-ultraterreno. E poi Hackett ha il sustain più bello del Prog rock. Può competere solo Carlos Santana che gioca in un’altra league.
Every Day e Spectral Mornings, avanguardia e retroguardia che proteggono il centro di Spectral Mornings (pubblicato nel maggio 1979), ne sono campioni sesquipedali. The Virgin And The Gypsy sfavillante del bamboo flute di John Hackett e di ricercate armonie vocali, e l’esotismo oltremodo imprevedibile del koto di The Red Flowers Of Tachai Blooms Everywhere che sfocia nella lugubre tensione di Clocks non concedono un momento di pausa. Scioglie l’apprensione la parodistica The Ballad Of the Decomposing Man (featuring The Office Party), genere di excursus tradizionalmente British che Hackett in un modo o nell’altro, anche frammenti, cala all’interno di un album non di rado.
Il trittico che occupa la seconda facciata – Lost Time In Cordoba, anticipo di una serie di dischi acustico/classici che verranno; la bifronte Tigermoth che inizia drammaticamente dove finisce The Shadow Of The Hierophant del primo album ma si spegna blanda; e Spectral Mornings sorta di one of a kind: pura e inscalfibile come la luce proveniente da una stella remota che si chiama Firth Of Fifth – ratifica un album che porta Hackett alla vittoria sui Genesis dello stesso periodo per K.O.
È di un anno prima …And Then There Were Three… e Banks, Collins e Rutherford hanno preso ad aggirarsi tra le note in infradito e bermuda. Lui, il chitarrista, continua invece a testa alta sulla strada che non ammette cedimenti: un lavoro duro, ma qualcuno deve pur farlo.

Peter Gabriel: Passion: Music From The Last Temptation Of Christ (8/10)
Sacro intriso di profana terra, corpo tramato da vene capillari percorse da numinosa linfa.
È il disco che non viene mai citato. Quando si parla di Peter Gabriel riassumendone il percorso per tappe principali, Passion non viene considerato, come non esistesse, o anche peggio fosse un errore. Sarà perché è una colonna sonora, del film di Martin Scorsese del 1988 dal titolo The Last Temptation Of Christ. E di conseguenza strumentale, quando da un cantante alle volte verboso – The Lamb Lies Down On Broadway è un fiume di parole, Selling England By The Pound non scherza – la gente si aspetta soprattutto canzoni. Parole, parole, parole & parole. Ma dato che Peter Gabriel è molto, molto, molto & molto di più un cantante, Passion non dovrebbe stupire in quanto lavoro strumentale, ma per il semplice fatto di essere un disco che si innalza in modo unico sulla vasta produzione di Gabriel, per di più prodotto in proprio, come a dimostrare di avere ben chiaro cosa voleva ottenere e di sapere come farlo.
Il lavoro commissionato da Martin Scorsese è insieme un riconoscimento e l’accettazione di una sfida che vinta proietterebbe Gabriel in una nuova dimensione. Il musicista ha già lavorato per il cinema fornendo ad Alan Parker (che ha dichiarato: “Siamo andati molto d’accordo, è un uomo così dolce. È stato un cambiamento rinfrescante rispetto al lavoro con megalomani come Roger Waters”) la colonna sonora di Birdy, film del 1984 con Matthew Modine e Nicolas Cage come attori principali, premiato al festival del cinema di Cannes il 20 maggio 1985 con il Grand Prix Spécial du Jury. Ma si trattava di musica quasi totalmente estrapolata e riadattata da PG III e PG IV. Con Passion l’approccio è del tutto diverso.
Gabriel è talmente convinto dall’idea che si mette a lavorare con una celerità che non gli appartiene. “Di solito, dice, ci vogliono due anni per fare 40 minuti di musica, e questo lavoro di due ore e 40 minuti l’ha fatto in tre mesi!”, racconta Scorsese.
L’ex Genesis impasta il contributo di un manipolo di portentosi musicisti occidentali – tra i quali l’inseparabile David Rhodes, David Sancious, Billy Cobham, Jon Hassell, David Bottrill, Nathan East – e di una corposa squadra di rappresentanti di punta della musica terzomondista – da L. Shankar a Antranik Askarian, da Massamba Diop a Baaba Maal, Hossam Ramzy a Kudsi Erguner, da Nusrat Fateh Ali Khan ai Musicians Du Nil – per dare forma a tutto l’amore, l’ammirazione, la passione appunto, che nutre per i suoni esotici e senza confini. Ma non gli basta. Perché per perfezionare quanto registrato per il film e aggiungere nuova musica, Gabriel rumina in studio per alcuni mesi – così da ripristinare i suoi ritmi, verrebbe da dire – fino a pubblicare Passion a quasi un anno di distanza dall’uscita dell’opera di Scorsese nelle sale. Prima release della sua etichetta Real World che così tanto ha fatto per recapitare la musica del mondo alle orecchie degli appassionati europei.
The Last Temptation Of Christ ha esordito nei cinema USA il 12 agosto 1988. Il 7 settembre è stato presentato in Italia come L’ultima tentazione di Cristo, alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia dalla quale Franco Zeffirelli ritira Il giovane Toscanini per protesta. È tornata l’Inquisizione: quella del grande regista, secondo il cineasta toscano, è una pellicola blasfema. Si può dire che premiando The Last Temptation Of Christ e liberandosi gratuitamente di un annebbiato trombone, a Venezia hanno preso due piccioni con una fava.
Passion, pubblicato il 5 giugno 1989, non è il disco che si fa girare nell’impianto stereo fino a consumarlo, che si fischietta, che si fa ascoltare agli amici o alle amiche invitati a casa: i primi si guarderebbero sgomenti e chiederebbero qualcosa di forte da bere, le altre ricorderebbero all’improvviso un impegno inderogabile. Passion è sospeso in una dimensione magica, atemporale, spirituale. L’atto di coraggio di un artista che da una sfida di questo tipo, affrontato in questo modo, ha tutto da perdere e poco da guadagnare, se non in stima da un pubblico che può essere solo una parte della vasta schiera che lo supporta: “Naturalmente, ha dovuto farlo come un lavoro d’amore, perché non c’era quasi compenso”, ha detto ancora Scorsese. È anche il primo disco che Gabriel produce in totale autonomia, presa di coscienza che è dichiarazione di intenti, prova di totale aderenza a una visione dalla quale non intende essere deviato, in nessun modo e da chiunque. Cosa che farà solo un’altra volta, per Long Walk Home: Music from the Rabbit-Proof Fence, del 2002, la colonna sonora del film di Phillip Noyce arrivato in Italia come La generazione rubata.
Passion non contiene l’equivalente di Salsbury Hill, D.I.Y., Games Without Frontier, Shock The Monkey, Sledgehammer – tutti singoli di successo, uno per ognuno degli album che lo hanno preceduto – o sonorità affini, ma è un viaggio sciamanico, l’incursione in un mondo dominato dalla spiritualità dove il tempo scorre all’indietro. Musica che si ha la sensazione di riuscire a toccare, dall’afflato ancestrale. Atavicamente avulso dalle logiche di mercato. Il titolo del primo brano, The Feeling Begins, descrive in pieno ciò che domina il disco: il sentimento (ha inizio). Non vengono estratti singoli e non ci sono brani pilota. Anche se di Zaar (editata) gira un magnifico video clip animato di Stefan Roloff. E sebbene vada preso in blocco, Passion, ascoltato in sessioni da esperienza immersiva, titoli come Of These, Hope; A Different Drum, With This Love, With This Love (Choir), la già citata Zaar, meritano di trasgredire la regola per essere additati.
Dalla Genesi a Gesù Cristo, il destino si diverte.

Phil Collins: Face Value (8/10)
Alzi la mano chi avrebbe messo 1 euro su Phil Collins come front man dei Genesis al posto di Gabriel. Nemmeno i bookmaker britannici che pure hanno quotato lo sbarco degli alieni sulla Terra. Per dire, l’ultima settimana del 2023 BoyleSports quotava il contatto con una nave spaziale extraterrestre confermata dall’Autorità Nazionale dell’Aviazione prima del 1° gennaio 2024 a soli 50/1. Ma nessuna società di betting, nel 1975, ha avuto l’ardire di considerare l’ipotesi che il batterista dei Genesis potesse diventarne il “face value”. A guardare le vecchie foto della band, tra il torreggiante Rutherford, il serioso Banks, l’azzimato Hackett, il carismatico Gabriel, il piccolo Collins era recepito come il Cucciolo dei 7 nani. Ai tempi di The Lamb Lies Down On Broadway, ultimo disco con Gabriel, il batterista che comincia a stempiare si taglia i capelli corti e diventa sempre più l’uomo comune dei Genesis. A discapito dell’immagine, invece, l’inesauribile musicista – dagli infiniti progetti e collaborazioni sin dagli anni ’70 – si rivela come il piccolo, micidiale, Walter Kovacs/Rorschach dei Watchmen, che nell’omonimo film, dopo essere stato rinchiuso in una galera piena criminali che lui stesso ha assicurato alla giustizia ma pensano di vendicarsi, sibila la battuta più bella: “Non avete ancora capito? Non sono io a essere qui dentro con voi, ma voi a essere imprigionati con me”. Collins con Face Value lancia lo stesso messaggio al mondo della musica. Da oggi tutti, entro i perimetri del rock, del pop, del cinema, della produzione e non solo, dovranno fare i conti con lui.
All’alba del 1981, con Face Value, Collins è l’ultimo a tagliare il traguardo del disco solista tra i componenti o ex dei Genesis. Ma pur partendo per ultimo ha raggiunto il gruppone in fretta e lo ha già messo alle spalle; nemmeno Gabriel è riuscito a svettare in questo modo al colpo di pistola dello starter. Merito di In The Air Tonight che pur sovvertendo ogni regola della hit pianificata – priva del rincorrersi geometrico di strofa e ritornello – diventa un successo planetario. Cosa anche più impensabile, facendone della batteria il protagonista, registrata in modo tale da diventare punto di partenza per una rivoluzione nel campo della produzione durata al minimo per l’intero decennio. Ma In The Air Tonight è solo il cuore di un corpo che ha bocca per cantare, occhi per osservare, cervello per elaborare le esperienze di un matrimonio andato in frantumi, i cui cocci rimontati insieme con altro disegno diventano canzoni che intonano gerghi che mai ci si aspetterebbe dal front man della Prog band più amata e dai più ampi tentativi di imitazione, proprio come La Settimana Enigmistica. Dal pigro conforto che emana la “scheletrica” (per arrangiamento) This Must Be Love al country di The Roof Is Leaking con tanto di banjo di Daryl Stuermer (coi Genesis dal vivo) e slide guitar (Joe Partridge) a certificarne la credibilità, dal raga di Droned (Lakshminarayana Shankar, collaboratore di Peter Gabriel a violino e tamboura) alla confessionale You Know What I Mean per soli pianoforte (suonato in modo sorprendentemente dignitoso dallo stesso Collins) e voce, dal soft-jazz di If Leaving Me Is Easy alla psichedelica interpretazione della beatlesiana Tomorrow Never Knows, e perfino I’m Not Moving che in scia alle cose più leggere di Paul McCartney (Silly Love Song) risulta avulsa al resto del disco, tutto ha senso, funziona ed è attendibile. Come a dire che Collins, lasciati i Genesis su un lato della strada ha attraversato da solo, e giunto dall’altra parte non ha trovato un secondo marciapiede ma campo aperto, dove perdersi in ogni direzione, a perdifiato. Per dare sfogo a un talento che nessuno immaginava così vasto. Ha detto il noto produttore Steve Lillywhite: “Vedo Peter (Gabriel) come un artista molto importante. Ha un grande talento, ma deve spingere sé stesso. Non è facile, a differenza di Phil. Probabilmente le cose vengono più facilmente a Phil che a chiunque abbia mai conosciuto”. Collins stupisce, inoltre, per l’inaspettato e massivo utilizzo di una seconda batteria: quella dei fiati. Rischia di inimicarsi la fronda più oltranzista dei supporter dei Genesis offrendo una rischiosa cover “too funky” di Behind The Lines (da Duke, in verità sguaiatamente urlata); si riprende in pieno con l’inattesa fusion(e) di ottoni, batteria sugli scudi e coro di bambini di Hand In Hand; mette in lista I Missed Again perché un singolo serve come il pane (nella Top 20 sia in UK che in USA) e Thunder And Lightning che come 7” avrebbe anche maggiore potenziale ma non trova vita oltre i solchi di Face Value.
E in tutto questo c’è il kit di base di Collins: mani e piedi, e talento innato ovvio, offerti da madre natura. Ovvero la dotazione che serve per suonare la batteria in modo unico (e affatto male synth, pianoforte, Fender Rhodes), con una competenza e un feeling che vanno oltre ogni scuola o metodo riconosciuto di apprendimento.
Face Value risulta essere il secondo album più venduto del 1981, il n. 52 degli anni ’80, arrivando a sfiorare 11 milioni di copie smerciate. Mica male per uno la cui immagine, così nella società come nel mondo del rock versante apparenza, sta quasi a zero.

Peter Gabriel: I (8/10)
Un po’ come per Passion, il disco di debutto di Peter Gabriel è considerato la cenerentola del suo lotto discografico. Gran merito del quale, la scarsa considerazione intendo, si deve alla pubblicità negativa fatta da Bob Fripp, apertamente critico sul lavoro di produzione eseguito da Bob Ezrin, e chissà perché. Domanda lecita, dato che PG I è un disco che ha, al minimo, messo nel portfolio di Gabriel due chicche fondamentali per la carriera del cantante che aveva appena tagliato il cordono ombelicale con i Genesis. Salsbury Hill, il singolo che lo spinge in classifica e gli permette di essere trasmesso alla radio con importante frequenza, e molto deve alle intuizioni di Ezrin (sua l’idea di mettere nelle mani di Steve Hunter la 12 corde acustica triplicata in fase di registrazione, quando inizialmente si pensava a un brano elettrico), e Here Comes The Flood che Gabriel eseguirà in ogni concerto come inequivocabile manifesto artistico.
Car, noto anche in tal modo per la foto di copertina di Storm Torgherson mente creativa della leggendaria Hipgnosis, è un album caleidoscopico. Una sorta di catalogo delle possibilità, come rappresentante di sé stesso, da mostrare al mondo. Prima di trovare la strada, la vocazione, di capire veramente chi sia. Una sorta di seduta psicanalitica in studio registrazione. Ecco signori il nuovo Peter Gabriel: l’uomo dai mille volti musicali, il Brachetti del rock, il trasformista dei Genesis che sono ancora un rovente ricordo e a metà Supper’s Ready avvertivano (con la voce di Phil Collins): “All Change!”. Cambia tutto: studio di registrazione canadese, musicisti americani (da qui l’incontro importantissimo con Tony Levin), la possibilità di sondare mondi che il triumvirato Banks/Rutherford/Collins non avrebbe mai permesso. I ruvidi rock’n’roll di Modern Love e Slowburn; il blues dai risvolti gospel, ma dilatato come un pezzo di Prog, di Waiting For the Big One; l’imprevedibile Excuse Me, tra barber shop quartet e vaudeville, scritta insieme a Martin Hall, cabarettista inglese che Gabriel aveva intenzione di produrre quando ancora rimuginava su cosa fare da grande e solo; sono quanto di più lontano dalla base Genesis il loro straordinario ex front man poteva elaborare.
Territori minati superati indenne, e brillantemente, grazie anche al sentiero segnato da Ezrin. Ma non basta voltare lo sguardo per lasciarsi tutto alle spalle. Ci sono Moribund The Burgermeister che riporta alla memoria le contorsioni vocali di The Colony Of The Slippermen (The Lamb Lies Of Broadway), il grandioso mostro di Frankenstein che è Down The Dolce Vita, abbozzo di musical compresso in 4 minuti che incastra in modo efficace orchestra, Disco, Prog, Metal, soundtrack, Heavy. L’ammaliante, romanticamente grandiosa, Humdrum, e di nuovo Here Comes The Flood che, Gabriel avesse accettato i compromessi e fosse rimasto nella comfort zone dei Genesis avrebbe suonato proprio così.
E dunque ode a Bob Ezrin. Perché non è detto che la parola di Robert Fripp sia sempre l’unica verità. Perché, sopra ogni cosa, PG I è una profumata margherita – “A flower!” (Supper’s Ready) – i cui petali Gabriel sta sfogliando per capire chi/cosa/perché lo ama e chi/cosa/perché ama lui.

Mike Rutherford: Smallcrep’s Day (7,5/10)
Tra il 1976 e il 1979 il Punk rock furoreggia e cresce come una giungla incontrollabile abitata da creature insidiose. Per i rappresentanti del Prog rock in ritirata è come per le legioni di Varo attraversare la Foresta Nera, si rischia grosso. Così raccontano certe cronache. Eppure i Genesis in quegli anni di rivoluzione sonora che li vorrebbero prossimi al patibolo producono dischi di successo, anzi prosperano come mai in precedenza, e non contenti, quasi in tono di sfida, invece di abbassare il profilo si mettono maggiormente in mostra. Chi non aveva mai pubblicato un disco a proprio nome lo fa con orgoglio, sventolando senza timore il vessillo del Prog rock. Anthony Phillips, Tony Banks, si sta preparando per l’esplosivo esordio Phil Collins, ed ecco persino Mike Rutherford, il meno in vista del lotto. Il bassista, colui che luogo comune vuole essere il comprimario a svolgere “il lavoro oscuro”, “preciso” o “puntuale”, ma generalmente il meno accreditato all’interno di una band (ovvio che ci sono le eccezioni, a partire da Sir Macca).
Mike Rutherford ha scritto e/o contribuito alla stesura di brani importantissimi dei Genesis. Ma sapete come funziona, la gente e i media amano l’imprevedibile frontman, il tastierista prodigio, il chitarrista mirabolante, il batterista estroso, tutte posti saldamente occupati nel salotto dei Genesis. Chi se lo fila il bassista taciturno e in penombra sul palco? Zitto zitto quatto quatto, lungo-naso Rutherford prepara invece un esordio che prende in contropiede un po’ tutti, anche i più preparati sui Genesis che hanno familiarità col dietro le quinte della band.
In fase di campagna acquisti fa un bellissimo gesto ricordandosi di Anthony Phillips al quale conferisce la responsabilità delle tastiere, convoca Simon Phillips che Collins avrebbe voluto con i Genesis prima di virare su Chester Thompson, aggrega Morris Pert (mille session, anche con i Brand X) alle percussioni, introduce Noel McCalla che aveva appena pubblicato un disco prodotto da Trevor Rabin (Night Time Emotion) ed era stato provinato per il dopo-Gabriel, come azzeccata voce solista. Per sé Rutherford mantiene l’esercizio del basso, qualche abbozzo di tastiera, l’uso delle chitarre che ripeterà mai più allo stesso livello: conscio della limitatezza tecnica sulla sei corde elettrica vira per questo lavoro, in modo lucido e scaltro, sulla ricerca del colore, sul tono, sulla timbrica, avvicinando quanto più gli riesce la “voce” dell’armamentario tecnico di Steve Hackett. Prima della preoccupante – pericolosa perché avallata dai compagni – involuzione palesata a ogni lavoro dei Genesis da Abacab in avanti.
Smallscreep’s Day, la cui intera side A si ispira liberamente all’omonimo romanzo dello scrittore Peter Currell Brown pubblicato nel 1965, è l’ultimo dei grandi dischi smaccatamente, fieramente, Prog rock della famiglia in controtendenza, tutt’altro che allargata ma invece rinchiusa su sé stessa e minimizzata a trio, dei Genesis. C’è da scorrazzare, per suoni, armonie, melodie, sagacia strumentale, in lungo e in largo. Anthony Phillips si rivela un tastierista completo, il batterista Phillips porta quella carica dinamica “esterna” che manca a molte altre opere del genere, e stupiscono compattezza, coesione, interplaying, che sembrano quelle di una band affiatata che lavora insieme da anni. Altrettanto riuscita l’altra facciata, composta di cinque canzoni che alternano vigore e immediatezza: Moonshine, Romani, Overnight Job, imbastite comunque con linguaggio educato e ricco di sottigliezze; e due “romantici” episodi come Time And Time Again da incorniciare per la scioltezza con cui scorre l’episodio a fronte del gigantesco allestimento, ed Every Road, un mondo di caleidoscopica apertura, tra Prog rock, Fantasy, Folk e ulteriori nuance.
I grandi inquisitori del “pretenzioso” non hanno capito niente. Una confusa penna al servizio di NME, recensendo Smallcreep’s Day uscito nel febbraio 1980, scriveva che si tratta “probabilmente del più grande ammasso di pretese e di sciocchezze che ho dovuto sorbire da secoli”. Intanto complimenti per avere trovato l’elisir di lunga vita, che purtroppo il giornalista inglese non ha voluto rendere di pubblico dominio dimostrando una ristrettezza morale comparabile solo allo stato di rigor mortis cerebrale certificato per avere capito niente in un’esistenza beato lui così lunga. La presunzione di Genesis e pari ruolo, semmai, è stata quella di gettare le Aquile delle insegne alle ortiche per mischiarsi alle bande irregolari dei canzonettari, per generare lavoretti di natura incerta laddove non misera. Signori si nasce, non si abdica dai propri doveri morali. Pretenzioso, per tornare a Mike Rutherford, è il disegno concepito a tavolino di canticchiare in proprio, considerare i Mechanics una storia importante invece di una volgare scappatella; e per i Genesis tutti mirare alla popolarità globale sulla base dello smantellamento della propria visionarietà, come fosse una vergogna pensare, scrivere, incidere in grande. Time And Time Again è il numero di volte che chi possiede questo disco l’ha ascoltato, e continua a farlo, senza sentirsene sazio.

Anthony Phillips: 1984 (7/10)
È il primo chitarrista dei Genesis, al secolo Anthony Phillips. Dopo avere abbandonato la band nel 1970, a distanza di sette anni di silenzio si materializza dal nulla e consegna al mondo The Geese And The Ghost, un gioiello di rara sensibilità che mette al centro del suono le chitarre, soprattutto acustiche, in molteplici declinazioni. Ma le label vogliono canzoni. Arrivano dunque Wise After The Events nel 1978 – dal titolo emblematico rispetto alla storia del musicista – e Sides nel 1979, entrambi orgogliosamente à la Anthony Phillips nonostante l’apertura alle richieste “dall’alto”. Tradotto: canzoni sì, ma raffinate, arrangiamenti certosini, cristalleria di Boemia rispetto al vetro del quale faranno uso i Genesis quando a breve entreranno in affari con la grande distribuzione. Poi all’improvviso 1984, sorta di inversione a U, gioco di prestigio: dove sono finite le chitarre? Rimane qualche raro accenno che va cercato con scrupolosa pazienza, il resto è il trionfo di Arp 2600, Polymoog e Mellotron, tastiere che si sono guadagnate un ruolo monumentale nella storia del rock anni Settanta. Poi Ant aggiunge il respiro anodino e calibrato della drum machine Roland CR 78, un tocco futuristico rispetto al suo metodo espressivo, qualcosa di odierno per i tempi.
La trasposizione sonora del romanzo distopico di George Orwell che dà Phillips non è invariabilmente cupa. Sulla copertina evocativa, distante anni luce per stile da quelle dei dischi precedenti, così com’è la musica, campeggia su sfondo nero-profondo la gabbia che è simbolo di tortura nel libro; però aperta come a rappresentare, in un finale alternativo, una speranza di fuga dall’asfissiante controllo di Big Brother.
Nelle quattro tracce, le brevi Prelude ’84 e Anthem 1984 che aprono e chiudono in modo solenne, nei due brani principali, 1984 Part One e 1984 Part Two, Phillips inanella una lunga teoria di prospettive sonore che sedimentano, sovrappongono, e ribaltano scorci di sentore cangiante: sinistro sospetto, sulfureo dramma, soverchiante grigiore, ma anche improvvise schiarite melodiche, fughe sugli avori da consumato tastierista, campiture grandiose, rarefazione ambientale. In un alternarsi di momenti che inoculano emozioni o generano riflessioni. In un susseguirsi di temi che non tradiscono la raffinatezza e la sensibilità innate di un musicista capace in modo inversamente proporzionale alla fortuna commerciali arrisagli.
Tipico lavoro nato in condizioni tutt’altro che ideali – registrato su una macchina a 8 piste nello studio allestito nella casa dei genitori, con un lungo assemblaggio di “private parts & pieces” avvenuto in seconda battuta ai più professionali Atmosphere Studios di Londra –, potenziale colonna sonora, sottofondo perfetto per la lettura del romanzo pubblicato per la prima volta nel 1949, lavoro significativo anche se estrapolato dal contesto e intitolato 4891 o 9148, 1984 aggiunge un altro prezioso trofeo alla bacheca di un musicista che avrebbe ammorbidito anche Grande Fratello.

Anthony Phillips: Private Parts & Pieces VIII: New England (7/10)
All’indomani della pubblicazione di Wise After The Events, secondo disco dalla rinascita, Anthony Phillips inizia a pubblicare una serie di album che ha in comune il titolo di Private Parts & Pieces: un insolito invito da parte dell’artista all’intimità, la porta spalancata al laboratorio creativo dove giacciono appunti, pagine di diario, alambicchi e provette, feti di brani in formaldeide, il tutto a corollario della discografia principale. Considerando la quasi totale assenza di velleità da classifica insita nel corso principale del fiume della musica del polistrumentista, verrebbe da dire dei PP&P, lavori a fondo perduto. Si tratta di almanacchi che raccolgono spunti, appunti, canzoni in fieri, abbozzi più o meno compositi, cui non fare vedere la luce peraltro anche solo in embrione sarebbe stato delittuoso. Una messe di abbrivi che danno idea della straordinaria prolificità di questo optional che Banks, Collins, Rutherford avrebbero fatto bene a considerare nel momento in cui c’era la possibilità di (re)integrarlo nel veicolo Genesis. Un finale un po’ troppo Liala, per essere vero.
Progressivamente distinti da un numero romano, tra Slow Dance (1990) e Sail The World (1994), due album per sole tastiere, Phillips rompe il silenzio col numero otto della serie, quel Private Parts & Pieces VIII: New England che pubblicato nel 1992 rappresenta – probabilmente: è difficile dare un giudizio assoluto – il migliore dell’intero lotto. Che svetta tra tutti anche per la presenza di ospiti in grado di aggiungere quel colore in più che raramente Phillips, per ragioni di budget, è riuscito a convocare. La lunga Sunrise And Sea Monster, oltre 10 minuti, scritta insieme al sassofonista Martin Robertson è tra i titoli che ne traggono vantaggio. Lo stesso vale per Pieces Of Eight, di altrettanto generosa durata ma suddivisa in tre parti: (i) Pressgang, (ii) Sargasso, (iii) Sea-Shanty, l’ultima enfatizzata dalla suadente voce del violoncello di Simon Morris. Ancora suddivisa in tre movimenti, (i) (ii) (iii), è New England Suite, meditabonda e fragile delle sole corde in nylon/budello delle chitarre classiche. Infelice, come suggerisce il titolo, La Dolorosa.
C’è spazio anche per il pianoforte. Nella dolcezza sublime di Sanctuary, cantata, e della classicheggiante e strumentale Last Goodbyes; in Cathedral Woods, dall’interpretazione più energica, e nella soave Now They’ve All Gone, quieta dissertazione di avori smussati da un tempo che non ha età. Questi i brani principali, tra i quali si insinuano come pulviscolo della coda di stelle cadenti il soffuso lucore di Aubade e Infra Dig; If I Could Tell You e Jaunty Roads; Spirals e In The Maze; di volta in volta per sole chitarre, o tastiere, o entrambe le cose, o con aiutante di campo a dare manforte.
Rappresenta un capitolo a parte, Unheard Cry, non tanto per l’approccio sonoro che resta della stessa alta sensibilità che accomuna tutti i brani, ma per l’oggetto che ha ispirato le parole della canzone: la fotografia di un bambino italiano ammalato di AIDS. “L’espressione del suo volto era così triste che mi è rimasta impressa”, ha detto Anthony Phillips. A rimarcare, come ho già detto in altra sede, che il Prog rock come esclusiva terra di allegre fantasie scevre di sudore, sofferenza, sangue, è l’asfittica tesi di detrattori in malafede o male informati. Si parla spesso di anima. La musica ha un’anima? La nostra anima ha bisogno della musica? Qualcuno tra le note di Private Parts & Pieces VIII: New England troverà risposta.
