Rock, politica e polemiche. I Pink Floyd “galleggianti” a Venezia nel 1989
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Andrea C. Soncini
- 16 Luglio 2024
Tutto si può dire dei Pink Floyd, tranne che non abbiano il senso dello spettacolo. Con una prerogativa in più che manca alla maggioranza dei colleghi: il senso della Storia. Una coscienza altamente coreografica della Storia che li lega in particolare all’Italia. Pochi concerti restano nell’immaginario collettivo del popolo rock come quello di Pompei, peraltro a porte chiuse. (La prima volta: poi David Gilmour tornerà sul “luogo del delitto” nel 2016 a suo nome). E lo stesso vale per Venezia.
Il primo, Pompei, per volere del regista Adrian Maben che filmò la performance; il secondo per accumulare consenso: un’idea di Gianni De Michelis, il politico dal crine più lungo e unto che la repubblica ricordi, all’epoca vicepremier del governo De Mita e in odore di raccogliere la carica di ministro degli Esteri del sesto governo Andreotti.
Veneziano, esponente di spicco del PSI di Craxi, De Michelis si imbarcò – in gondola – in una impresa costata alla Sacis, concessionaria che curava la vendita dei prodotti RAI, 1 miliardo: era il 1989 e l’euro uno spettro ancora lontano dal palesarsi. Un miliardino di lire comunque non bastò. I Floyd rimasti in tre, impegnati come i duellanti di Joseph Conrad in uno scontro infinito con Roger Waters, con spiccato senso degli affari ci misero una parte dei soldi di tasca propria, recuperando ben presto l’anticipo con relativi interessi non appena venduto il concerto per la visione privata negli Usa (10 dollari per teleschermo in pay per view per un totale 27 milioni di spettatori).
Immaginate Piazza San Marco invasa dall’esercito dei fan dei Floyd. Duecentomila. Persino i piccioni spodestati. I reportage del giorno dopo evidenziarono una visione apocalittica: i rifiuti e i danni come terribile retaggio che i veneziani avrebbero dovuto scontare per le generazioni a venire. In realtà si registrò come unico incidente la vetrina di un bar mandata in frantumi causa ritorsione per i prezzi gonfiati a dismisura, e il solito scemo che ha lasciato traccia del suo passaggio infiorettando con un pennarello una colonna del Palazzo Ducale. Tutto qui. Durante la maggior parte degli incontri internazionali di calcio succede ben di peggio, compresi contusi e feriti. Nel sacco di Venezia del 1797 messo in atto dalle truppe napoleoniche, i francesi si portarono a Parigi i cavalli di bronzo della Basilica di San Marco e distrussero il Bucintoro, la galea dei Dogi, considerato tesoro nazionale e simbolo della Repubblica.
Per quanto riguarda lo scandalo dei rifiuti, la raccolta cominciò due giorni dopo il concerto, e viene il sospetto che coloro a cui faceva comodo puntare il dito, l’opposizione della giunta comunale costretta poi alle dimissioni, abbiano spinto per… rallentare.
Sul fronte opposto, quello dei Virgili del rock, i cantori delle grandi imprese che devono essere tramandate sempre e comunque – i migliori concerti di tutti i tempi, ecc. – si alzano odi di gloria quando in realtà i limiti imposti alla band hanno imbavagliato la proverbiale generosità dei Floyd sul palco. Questa volta flottante come un materasso ad acqua. Un toccasana per le ossa scricchiolanti dei membri originali che stanno correndo incontro al mezzo secolo di età.

Forse ben informato sulla storia della band, il sindaco ha obbligato Gilmour e compagni a essere coerente col disco dell’anno precedente – Delicate Sound Of Thunder – e non superare la soglia dei 60 decibel di rumore; mentre per motivi legati alla trasmissione del concerto in mondo visione, della diretta e degli inserti pubblicitari, i Floyd dal canto loro furono costretti a suonare col freno a mano tirato.
David Gilmour a Q edizione del settembre 1990: “Lo spettacolo doveva durare un tempo preciso; la trasmissione via satellite ci ha obbligato ad avere un programma da rispettare. Avevamo l’elenco delle canzoni e le avevamo accorciate, cosa che non avevamo mai fatto prima. (…) Se ci stavamo avvicinando all’ora di inizio della canzone successiva dovevo solo chiudere quella che stavamo suonando”. E mettere le pastoie ai Floyd dal vivo non offre certo la garanzia di eleggibilità del concerto di Venezia come uno dei loro migliori.
Gilmour nella stessa intervista non si esime da tirare una stoccata ai burocrati: “Le autorità cittadine che avevano accettato di fornire i servizi di sicurezza, i servizi igienici e il cibo hanno completamente rinnegato tutto quello che dovevano fare, cercando di incolpare noi di tutti i problemi successivi”. Machiavellico, no? Sono le trame che usa la politica per congiurare: da una parte c’è chi allestisce i giochi – come ai tempi di panem et circenses – per accaparrarsi i favori dei futuri elettori, dall’altra gli oppositori che fanno sacrifici votivi perché gli Dei o chi per loro mandino tutto a rotoli così da chiedere teste o il corrispettivo in tempi di pace detto “dimissioni”.
Dietro il grande concerto dei Pink Floyd a Venezia c’è stato questo, giochi di potere dell’establishment nazionale. Un grande polverone sollevato ad arte dai media e dalle parti interessate. Un grandissimo introito per la RAI e la band. Un enorme riverbero che continua a echeggiare a distanza di decenni. Il prossimo anno, il 15 luglio, ne riparleremo.
Non c’è più niente di nuovo da dire, forse…?
