Shawn Fanning di Napster
Shawn Fanning di Napster al lavoro
Temporali

Napster. L’utile idiota che ha vaporizzato se stesso (e la musica)

Tra le molte cose che Napster ha polverizzato, c’è anche se stesso. Ovvero: la sua persistenza nell’immaginario collettivo. Certo, esiste un sito che nessuno si fila e offre quel che garantiscono tutte le piattaforme di streaming ma non è quella realtà che abbiamo vissuto in diretta e di cui abbiamo un chiaro ricordo. Noi, nativi analogici, ne siamo stati segnati in profondità.

Come potremmo scordare quei giorni – Napster fu reso disponibile nel giugno del 1999, un quarto di secolo fa – in cui il nostro PC divenne di colpo un comodo dispenser di canzoni pescate da un pozzo apparentemente senza fondo, organizzato con un raziocinio stranamente aggraziato, dalla facilità d’uso a prova di principiante e dall’efficienza implacabile? Fu come se lo spaziotempo si fosse ripiegato fornendo a chiunque un nastro magnetico (un’audiocassetta) di lunghezza indeterminata in grado potenzialmente di raggiungere ogni cameretta, ogni studio, ogni ufficio, per poi da lì schiacciare il tasto “record” ed ecco, mondi che si schiudono, segreti che si rivelano. Certo, con il modem a 56 kbit/s sulla linea telefonica casalinga, con la spada di damocle della maledetta telefonata che poteva interrompere da un momento all’altro il download, scaricare una singola canzone era già una piccola impresa. Ma insomma: avevamo varcato il Rubicone.

Formidabili, quei giorni. Per il sottoscritto fu un po’ come ritornare ai tempi dei primi traffici di audiocassette tra coetanei, roba di vent’anni prima, ma in modalità aumentata e soprattutto astratta. Non era chiaro né da chi “pescavamo” né quanto fosse profondo quel pozzo: le due cose erano ovviamente collegate. Quella comunità senza identità e in espansione era la realizzazione al tempo stesso concreta e virtuale (del resto il virtuale non è altro che realtà a cui manca solo l’attualizzazione) del sogno che ogni amante della musica covava da quando aveva collegato il modem del proprio PC al doppino telefonico: l’ingresso nell’epoca della disponibilità.

Tutto ciò è stato in seguito, come dire, archiviato. Presumo che tra i ragazzi della Gen Z – i cosiddetti “nativi digitali” – non siano in molti a conoscere Napster, forse anche solo ad averne sentito parlare. Napster è stato seppellito dal proprio stesso successo in quanto turning point tecnologico. Si è, come dire, gettato sul filo spinato elettrificato, ci ha lasciato le penne ma ha aperto un varco nel quale si sono gettati in molti, vale a dire un plotone multiforme di programmi di file sharing (i vari Winmx, Audiogalxy, eMule, Soulseek, KAzaa, μTorrent e via discorrendo) che ne hanno proseguito l’opera in modalità sempre più efficace e dinamica, tanto da far capire all’industria musicale che combatterli semplicemente non aveva senso.

Che una guerra non avrebbe portato ad alcun risultato conveniente, perché si trattava di una guerriglia liquida che aveva ormai messo a sistema un nuovo paradigma ormai consolidato, installato nelle menti prensili dei “consumatori”. E che casomai la situazione andava governata, come in effetti è successo.

Una ricerca del catalogo dei Metallica sull’APP di Napster

La cosiddetta “pirateria” non è certo scomparsa, i download illegali continuano ancora oggi a rappresentare un fenomeno misurabile, ma lo streaming – come tutti sappiamo – ha imposto a sua volta un paradigma nuovo, molto più performante e tutto sommato economico, anche se le politiche tariffarie stanno incentivando la persistenza appunto della pirateria (sia in modalità download che streaming), soprattutto – non certo a caso – nei paesi a reddito medio più basso.

Il processo che si è consumato negli ultimi trent’anni, quello che ha visto un mercato discografico floridamente basato sulla vendita di supporti fisici (soprattutto sul CD) prima crollare e poi riorganizzarsi sulla concessione dei cataloghi alle piattaforme di streaming (Spotify, Apple Music, Amazon Music, Youtube Music, Deezer, Tidal eccetera), ha avuto proprio in Napster un attore cruciale. Eppure, ripeto: oggi è un nome consegnato alla Storia, catalogato nel settore di chi, tutto sommato, ha perduto. Una sconfitta che non si esaurisce solo nell’esito avverso della causa intentata nel 2000 dalla Riaa, dai Metallica e da Dr. Dre tra gli altri per violazione delle norme del Digital Millennium Copyright Act: fosse stato per quella, Napster sarebbe assurto allo stato di martire perfetto, e i suoi padrini (Shawn Fanning e Sean Parker) oggi sarebbero forse tra i più celebrati eroi dei tempi moderni.

E invece no. Una volta sconfitto, Napster è stato metabolizzato, prima sottoposto a bancarotta e infine acquistato dalla Roxio che ne ha utilizzato il marchio per rebrandizzare la piattaforma di streaming Rhapsody, un’operazione destinata a languire fino al 2023, quando Napster Music Limited è stata ufficialmente liquidata. Quel che è peggio, come già detto, lo streaming ha imposto nuove regole del gioco con una tale forza da rovesciare nuovamente il paradigma.

A ben vedere, e non certo a caso, una simile parabola di oblio piuttosto rapido riguarda anche il fatidico MP3, che non a caso costituiva il “core” principale di Napster. Con ogni probabilità non sarebbe esistito alcun Napster se nel 1991 non fosse stato messo a punto il sistema di codifica MPEG-1/2 Layer 3, che consentiva di ottenere un suono qualitativamente buono (non è il caso di aprire dibattiti in tal senso) con un fattore di compressione a 128 kbit/s. Ne conseguiva che una canzone di media durata “pesava” soltanto dai 3 ai 5 MB, una dimensione che consentiva di ipotizzare di farla “viaggiare” in rete con tempi ragionevoli, tenuto conto delle prestazioni garantite dalle connessioni dell’epoca. L’MP3 ha quindi costituito la premessa tecnologica del file sharing, che pure riguardò altri formati anche in modalità lossless (ad esempio WAV e FLAC), ma che per esplodere e diffondersi non poteva prescindere dalla leggerezza dell’oggetto da trasferire.

Eppure, anche l’MP3 pur così rivoluzionario è stato dimenticato, ovvero metabolizzato nei meccanismi nascosti delle app di streaming: dal punto di vista dell’utente il formato di ciò che oggi ascolta è del tutto trasparente o, se preferite, indifferente. Le infinite discussioni dei primissimi anni Zero sulle differenze percepibili o meno tra bitrate a 128 e 320 kbit/s (per la cronaca, io democristianamente prediligevo il 192 kbit/s, ma non saprei spiegare perché) sono svanite come lacrime nella pioggia.

Tutto ciò per dire che la frattura culturale provocata da Napster è stata sì profonda, e senz’altro ha causato quello che sotto molti punti di vista può essere definito un cambio di paradigma, ma gli eventi e le riconfigurazioni successive hanno determinato uno scenario che ha fatto tabula rasa delle prassi che Napster sembrava introdurre e mettere a sistema. In altre parole: lo strapotere dello streaming oggi ci obbliga a riconsiderare tutto ciò che è accaduto in precedenza come un percorso che doveva necessariamente portare fino a qui (in attesa di ulteriori cambi di paradigma, ovviamente).

Napster insomma non è stato che una tappa sulla strada della vaporizzazione dei supporti fonografici, la cui ovvia premessa era la messa a punto di un jukebox algoritmico dal catalogo sconfinato, tanto che ad ascoltarlo tutto una vita non basta. E questo jukebox portabile e incommensurabile costituito dalle ben note app di streaming – ognuna con le proprie specificità, ma simili nel funzionamento di base – ha comportato differenze profonde nel senso stesso dell’ascoltare musica (e quindi forse nel senso della musica stessa). Parliamo dell’imperio delle playlist, delle abitudini di ascolto che innescano incessanti feedback e producono un profilo sempre più dettagliato dell’utente/ascoltatore, così da orientarne le scelte e fidelizzarlo, e di come tutto questo (e molto altro che qui per brevità omettiamo) costituisca un potente meccanismo conformista, rispetto al quale il proverbiale Brill Building era un ricettacolo di avanguardia incendiaria.

Il file sharing aveva il difetto di configurarsi come un sistematico assalto alla diligenza, per il quale l’immagazzinamento negli hard disk di gigabyte su gigabyte di MP3 costituiva un obiettivo da perseguire spesso in maniera nevrotica. Non si trattava però solo di una pesca a strascico, rimaneva anzi e tuttavia margine per la ricerca, la curiosità, la possibilità di seguire i consigli dell’amico o degli utenti del tale forum e quindi setacciare la rete per estrarre la discografia di quel tale gruppo assai intrigante e sconosciuto ai più: è così, ad esempio, che ho conosciuto gli High Tide, scaricando le loro fosche e strabilianti visioni in formato MP3, salvo poi comprarmi tutta la discografia appena compresa la loro enormità (del resto rimanevo un analogico nel profondo).

Con lo streaming questa eventualità tende a ridursi fino a scomparire. I consigli di ascolto tagliati a misura di profilo recano le stimmate della normalizzazione, quando non della più trita banalità. Lo scopo delle applicazioni di streaming è rendere ogni ascoltatore – progressivamente e ineluttabilmente – un utente. E hanno idee ben chiare su come procedere. Hanno i mezzi per farlo. Del resto, siamo noi a fornirglieli.

Shawn Fanning, creatore di Napster negli anni ’00

Ragion per cui, come valutare oggi l’eredità di Napster? Messa la sua vicenda in prospettiva e rielaborata in estrema sintesi, credo che sia stato una sorta di “utile idiota” tecnologico, un alfiere mandato a sacrificarsi sulla scacchiera per scardinare gli schemi consolidati e in tal modo aprire la via a ciò che sarebbe venuto dopo, ovvero a Spotify e compagnia cantante (con l’intermezzo del download legale rappresentato principalmente dal modello iTunes). Ma ciò non deve farci sottostimare il suo valore: nel momento in cui fece la sua irruzione sul web – un web ancora in modalità 1.0, che potevi navigare, esplorare e potenzialmente anche esaurire, malgrado fosse ben evidente quanto si stesse espandendo giorno dopo giorno – Napster sembrò (era) la tempesta tecnologica perfetta, al tempo stesso imprevedibile e ineluttabile. Un attimo prima non potevi immaginarlo possibile, l’attimo dopo era inimmaginabile un mondo senza ciò che Napster rendeva possibile.

Internet, calato su tutti noi in un tripudio di promesse riguardo la democratizzazione del sapere (sintetizzate nella celebre espressione “information superhighway” coniata, a quanto pare, da Al Gore), trovava appunto nel file sharing una manifestazione concreta di come l’epoca della scarsità delle informazioni fosse destinata a sgretolarsi una disintermediazione dopo l’altra (da un certo punto di vista, il file sharing si basava su una disintermediazione radicale, perché dissolveva il vincolo materiale – il supporto – su cui faceva perno l’intermediazione del mercato discografico). Intendo dire che, al di là delle ricadute pratiche, la vera svolta impressa da Napster fu culturale, riguardava cioè il nostro modo di conferire valore alla musica, di colpo svincolata dal suo esistere come manufatto commerciale. Da quel momento comprare un CD, un vinile o una cassetta divenne un’altra cosa, un gesto un po’ più – appunto – culturale, forse perfino politico, e un po’ meno un passaggio obbligato se volevi alimentare la tua brama di musica.

Chi si ostinava a comprare supporti – io ad esempio continuavo a comprarli, malgrado i molti download – si rendeva conto che non stava facendo più la stessa cosa di prima. Liberata dal supporto, la musica diventava una questione, per farla breve, di identità. E anche un po’ una questione di riconoscenza (e di riconoscimento). Comprare un disco significava conferire al nevaio di suggestioni e possibilità proposte dalla rete – tutte accessibili a gratis (al netto della bolletta telefonica) – il nostro apprezzamento. Era il segno concreto di come quel certo disco fosse entrato nella nostra esistenza per rimanerci (ok, non sempre andava così, ma così almeno era nelle intenzioni).

Con Napster si realizzò una slogatura insanabile non tra il supporto e la musica, ma tra la conoscenza della musica e il suo acquisto. Conoscere la musica del presente e del passato – col file sharing tra le altre cose accadeva appunto questo: passato e presente diventavano di colpo disponibili e simultanei – significava irrobustire e consolidare il senso di appartenenza a una comunità espansa, una comunità di appassionati che diventava così un popolo trasversale, culturalmente determinato. Al di là delle ricadute sul mercato (un collasso del venduto ci fu e anche consistente, ma dubito che fosse da attribuire a un calo di vendite tra gli appassionati “forti”, almeno vi assicuro che non accadde tra quelli che conoscevo) questo aspetto si dimostrava cruciale: si trattava di scoprire continuamente nuovi motivi (ovvero nuova musica e nuovi musicisti) che ti definivano in quanto appassionato di musica e, va da sé, come individuo. In questo processo di approssimazione incessante e progressiva del sé musicofilo, l’acquisto costituiva la pulsazione concreta, l’attualizzazione che conferiva valore di realtà al tuo esistere virtuale. Detta meglio (o peggio, comunque in altro modo), comprare dischi continuava a essere bello, soddisfacente, godurioso.

Poi è arrivato lo streaming.

Già, lo streaming: come già detto, la curiosità, il gusto di addentrarsi nel segreto, il senso di ricerca e l’eccitazione della scoperta sono stati depotenziati (quasi spazzati via) dall’imperio delle playlist, del nudging (“potrebbe piacerti anche”) che ha l’ambizione di conoscerti meglio di quanto tu non conosca te stesso (e in qualche caso è così). Non giriamoci intorno: lo streaming funziona così bene che può permettersi di fregarsene del residuo di pirateria. Abbiamo un grosso problema riguardo ai compensi per i musicisti? Certo. E di visibilità per gli artisti indipendenti ed emergenti? Assolutamente. E di conformismo del gusto? Sì, enorme. Malgrado ciò, il modello-Spotify si è imposto ovunque. E Napster non è altro ormai che memoria fossile, di cui la Gen-Z perlopiù ignora la storia, l’importanza, il senso. Dal loro punto di vista, direi, del tutto comprensibilmente.

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