Coldcut e Mixmaster Morris, foto per la stampa (2021)

“Nella nostra pentola c’è sempre qualcosa che bolle”. Intervista a Matt Black dei Coldcut

@0, come zero bmp o come punto di equilibrio, quello al quale ritornare dopo aver sperimentato i picchi emozionalmente devastanti dell’ansia o addirittura del panico, o dall’altra parte, gli abissi dell’apatia della depressione. È questo quello a cui Matt Black si riferisce nel titolo di questa nuova compilation curata in collaborazione con Jon More, l’altra metà del duo dei Coldcut nonchè con lui fondatore della label britannica Ninja Tune, ma anche coadiuvato dal mago dell’ambient music Mixmaster Morris, noto soprattutto per le sue tante produzioni con lo pseudonimo di Irresistible Force.

In questa lunga intervista concessaci, Matt ci racconta il perché della scelta di realizzare una raccolta di musica ambient nel 2021 e i criteri con cui il nutrito ed eccezionale cast di musicisti coinvolti in questo progetto è stato scelto – tra gli altri Ryuichi Sakamoto, Suzanne Ciani, System 7, FSOL, Sigur Rós, Steve Roach, Laraaji, Kaitlyn Aurelia Smith, Mira Calix, Skee Mask, Helena Hauff, Julianna Barwick ed A Winged Victory For The Sullen – ma offre anche uno scorcio sull’attività del duo e della stessa label alla quale viene associato dai primi anni ’90. A cominciare dagli ultimi entrati nel roster, ma già lanciatissimi, ovvero i giovanissimi ed agguerriti Black Country, New Road.

Alcuni anni fa, in una mia precedente intervista, in risposta ad una mia domanda riguardante quel particolare periodo storico in Gran Bretagna e la relazione tra la situazione sociale e politica ed il panorama musicale nazionale, tu mi rispondesti: «Forse i giovani dovrebbero creare una nuova musica che risulti incomprensibile per i più vecchi». A distanza di tutto questo tempo, ascoltando per la prima volta i Black Country, New Road mi sono ritrovato improvvisamente a pensare, piuttosto divertito: «Ninja Tune ha trovato finalmente quella band!».

(Ride, ndSA) Hanno una grande energia ed inventiva. Arrivano da una sorta di scena che si è formata a Brixton, nel sud-ovest di Londra, in questo pub chiamato The Windmill. Un posto molto piccolo ma che è diventato un centro di aggregazione intorno al quale orbitano band come Black Country, New Road ed altre. È sempre interessante quando un gruppo di persone si uniscono nel tentativo di definire qualcosa che gli appartiene, qualcosa di nuovo, e anche qualcosa di giovane. Qualcosa che non è allineato con stili antiquati, obsoleti ed a volte un po’ stanchi, tipici delle vecchie generazioni come la mia. Penso che i BCNR corrispondano a tutte queste caratteristiche e questo serve anche a spiegare l’eccitazione che circonda loro e quella particolare scena musicale.

Coldcut, foto per la stampa (2021)

Per tornare al motivo principale della nostra intervista, ovvero il nuovo @0, vorrei chiederti quale è stato il momento in cui hai deciso di raccogliere in un unica compilation artisti anche attivi – ma non solo – sotto la più larga definizione di “ambient music”…

È stato proprio poco prima l’inizio della pandemia. L’evento che ha fatto da scintilla è stato l’incontro con un giovane chiamato Alex, più o meno dell’età di mio figlio, grande appassionato di musica. Mi raccontò di soffrire di forti attacchi di panico e di come la musica ambient gli fosse di grande aiuto nel cercare di trovare sollievo in queste situazioni. Questo mi fece molto riflettere. Con l’inizio delle prime fasi della pandemia e soffrendo, come tutti gli altri, per l’isolamento e lo stress derivati da questa nuova condizione, mi ritrovai a pensare che forse era arrivato il momento di fare qualcosa del genere, anche per cercare aiuto in questo, per me e per gli altri. Con in mente ben impresso quello che il mio amico Alex mi aveva raccontato, che per me rappresentava la prova dei benefici che questa musica può effettivamente portare. Era un’informazione molto utile quella che mi aveva dato. Così proposi alla label una compilation che servisse a favorire la salute mentale dell’ascoltatore.

Inizialmente l’idea era di includere solo brani miei e di alcuni amici non molto noti, ma che stimo molto. I colleghi di Ninja a loro volta suggerirono di contattare musicisti più noti e chiedere anche il loro contributo. Questo è quello che è successo circa due anni fa. La tracklist finale e l’incredibile lista di artisti che hanno risposto positivamente a questo progetto è il risultato di questa ricerca. Da un punto di vista personale, ho un percorso di vita segnato da problemi di depressione, cosa che mi accompagna praticamente da quando sono diventato adulto, a fasi alterne. Di certo so cosa significa stare male, mentalmente. E la musica è sempre stata una specie di ancora di salvezza per me. Mi ha sempre aiutato ad andare avanti. Per questo motivo, ero conscio del fatto che ci fosse una buona ragione per intraprendere questo progetto.

Quali sono stati i criteri che hai usato per scegliere gli artisti coinvolti ed i brani scelti, ed in questo trovando una certa coerenza dell’intero progetto?

Innanzitutto è stata stilata una lista basata anche su consigli di persone affiliate alla Ninja, ed in questo la potenza della label è stata molto utile. Ho l’impressione che l’ambient music sia vista come una specie di cugino povero della dance. C’è anche stato il caso di una artista che si è rifiutata di partecipare al progetto perché il temine ambient a suo parere è superato e troppo limitante. Ma per me, ed è una cosa che ho detto più volte, Ninja Tune rappresenta la possibilità di avere le più svariate parole-chiave associate ad un singolo brano musicale. Per esempio, un mio amico dice che il genere noise è l’ambient dell’heavy metal, e trovo che questa sia una osservazione acuta. Puoi avere un brano techno o un brano di musica africana che si possono anche definire ambient. Il termine include una vastità di significati.

Molti artisti producono brani che si possono anche definire ambient, magari includendoli in chiusura dei loro album. Per farti un esempio, J Majik, uno dei pionieri della drum & bass, ha anche prodotto alcuni bellissimi pezzi che si possono tranquillamente etichettare come ambient. Uno intitolato Elysian Fields per esempio, molto lussureggiante. Ecco, questo credo che sia il termine che più mi piace. Per me rappresenta la bellezza e la ricchezza sonora, l’anima. Contattando gli artisti coinvolti via mail ho anche specificato che, naturalmente, l’ambient può essere tante cose. Può anche essere scura, minacciosa. Ma per questo progetto stavamo cercando musica senza beats, rilassante, senza spigoli. Offrendo questo come semplice suggerimento, e per questo sono molto grato a tutti quelli che hanno risposto positivamente a sostegno di questo progetto. Naturalmente alcuni musicisti, seguendo la loro natura artistica, ci hanno proposto tracce che presentano una certa spigolosità, come nel caso di Skee Mask tanto per fare un esempio, ma hanno anche una intrinseca bellezza. Che era quello che in ultima analisi cercavamo, per trasmettere amore e sostegno a tutti quelli che la ascolteranno.

Ci racconti qualcosa a proposito della produzione della versione mixata?

Fin dall’inizio la versione mixata per me rappresentava il formato principale, sapendo come il processo stesso avrebbe alterato la natura dei brani, adattandoli uno all’altro in fase di miscelazione, e con questo smussandone ulteriormente gli spigoli. Questo è quello che abbiamo cercato di fare come Coldcut in collaborazione con Mixmaster Morris nel mix di settantasei minuti. Lo scopo era di creare un flusso di musica che dall’inizio alla fine non presentasse asperità, finendo con lo stimolare l’ascoltatore nella maniera sbagliata. Ma naturalmente tutte le tracce sono disponibili anche nella versione originale, offrendo la possibilità di ascoltare quello che gli artisti avevano originariamente inteso proporre.

Che mi dici della partecipazione del leggendario Mixmaster Morris a questo progetto?

Morris è uno dei miei migliori amici. Oltre a questo è probabilmente la persona che più mi ha ispirato e aiutato nella ricerca di nuova musica durante gli ultimi trent’anni. È una fonte di conoscenza fenomenale. Ama la musica in maniera veramente profonda. E questa era di per sé una buona ragione per coinvolgerlo. Nei primi anni ’90, una delle fasi di grande popolarità della musica ambient, per molti questa era rappresentata dagli Orb o dai KLF, ma per me il vero maestro era Morris.

Coldcut, foto per la stampa (2017)

C’è la possibilità che ritorni a produrre qualcosa?

Assolutamente! Infatti ti posso già dire in assoluta anteprima che abbiamo già firmato un contratto per il prossimo album di Morris con il suo moniker di Irresistible Force, che dovrebbe essere anche il prossimo per sublabel Ahead Of Our Time dopo questo @0.

Ci sono anche novità per quel che riguarda la ditta Coldcut?

Nella nostra pentola c’è sempre qualcosa che bolle. Negli ultimi tre anni siamo stati abbastanza attivi. Sia con il progetto realizzato assieme a Switch e all’On-U Sound di Adrian Sherwood, ovvero l’album Outside The Echo Chamber, che come Keleketla!. Oltre a questo abbiamo progettato il Zen Delay, un effetto eco realizzato assieme a Erica Synths. E poi abbiamo realizzato le app NinjaJamm e Jamm Pro e MIDIvolve, uno strumento dedicato per Ableton, ispirato dalle composizioni di Steve Reich. Questi sono diventati a tutti gli effetti gli principali strumenti con i quali compongo e produco musica.

Per concludere, e sempre in tema di tecnologia applicata alla musica e compilation mixate, c’è una cosa che ti vorrei chiedere. Sono più di venticinque anni che aspetto questo momento. Come avete realizzato il mix “Coldcut – 70 Minutes Of Madness” pubblicato nel 1995 per la serie Journeys By DJ, quello che ancora oggi viene considerato come una pietra miliare del genere?

(Ride, ndSA) Sono molto contento che sia tenuto in così alta considerazione e che piaccia ancora a tanta gente. Potrei parlare in maniera molto tecnica di come è stato prodotto, ma in parole povere si trattava di una collaborazione tra PC e Strictly Kev aka DJ Food, Jonathan More e me. Ricevetti una proposta via telefonica dalla persona che curava queste serie, in un periodo in cui la popolarità dei Coldcut non era più ai livelli degli inizi. Così ci dicemmo “Facciamolo! Gliela facciamo vedere noi a questi…”, perche i dj mix di quel periodo erano abbastanza noiosi. Volevamo alzare l’asticella di quel tipo di produzioni. Credo che vi si possano apprezzare la tecnica applicata ai turntable tanto quanto le selezioni musicali. Il piacere dell’eclettismo, come ci aveva insegnato John Peel, perché ci consideriamo suoi allievi. Oltre a questo, l’hip hop ci aveva mostrato come fosse possibile mixare uno con l’altro i più differenti generi musicali. Facendo del lavoro del dj anche una vera e propria forma d’arte.

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