Un equilibrio sottile tra immaginazione e realtà. Intervista ad Alessandro Fiori
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Fabrizio Zampighi
- 1 Giugno 2022
Quelli della mia generazione lo hanno visto nascere Alessandro Fiori, prima con i Mariposa, di cui era la voce e l’anima più stralunata, e poi nei vari passi di una carriera solistica che dallo splendido disco d’esordio Attento a me stesso pubblicato nel 2010 ha ramificato e prodotto altri tre frutti (Questo dolce museo, Cascata, Plancton), fino ad arrivare all’altrettanto riuscito Mi sono perso nel bosco uscito lo scorso aprile. Gli appassionati di musica più giovani forse non lo conosceranno così bene, invece, ed è un peccato, perché Fiori è uno dei pochissimi “cantautori” italiani – lui non ama definirsi tale, ma noi ci prendiamo comunque la libertà di usare questa parola per semplificare, chiedendo scusa al diretto interessato – capaci di racchiudere all’interno dei loro dischi una grande creatività musicale e testi profondi e dal valore universale.
Fiori è un artigiano della vecchia guardia, insomma: uno che in quest’epoca di songwriter più interessati a solleticare i gusti del pubblico piuttosto che a una corrispondenza reale ed emotiva con lo spartito, e ormai artisticamente incapaci di guardare più in là del loro naso, somiglia a un Tonino Guerra della canzone, poeta suo malgrado con uno sguardo intenso e attento su se stesso e sul mondo. C’è meno surrealismo rispetto agli esordi in quel quadro sospeso tra sogno e vita quotidiana che è l’ultimo disco del musicista, sostituito da un’ossessione per gli stati d’animo, per i dubbi che naturalmente nascono dal cambiamento, per una vita che è un equilibrio sottile tra amore, immaginazione e realtà.
Nell’intervista che segue ci siamo fatti raccontare dal diretto interessato qualche dettaglio in più su Mi sono perso nel bosco, un lavoro che l’ex Mariposa stesso definisce «un abbraccio collettivo» (tra gli ospiti del disco ci sono Brunori SAS, Levante, Colapesce, Massimo Martellotta, Dente, Iosonouncane, Enrico Gabrielli, Marco Parente) e che noi abbiamo inserito a pieno titolo tra i migliori album del 2022.
Ti sarai anche «perso nel bosco», ma sei tornato con un disco forse anche superiore al tuo album d’esordio, che personalmente ho amato moltissimo e amo tuttora. Mi sembra anche un lavoro con una forte motivazione alla base, se capisci cosa intendo dire. E parlo della scrittura, degli arrangiamenti e in particolare dei testi. Come è stato lavorare a Mi sono perso nel bosco e cosa ti ha spinto a fare un disco del genere?
Sono felice che tu sia affezionato ad Attento a me stesso, disco che ritengo molto bello anche a distanza di 12 anni (e stretto parente di questo ultimo lavoro). La motivazione alla base in realtà è sempre la solita: un bisogno in qualche modo giocoso di abbandonare tutto il sedimentato per proseguire il percorso più leggero e più capace di raccogliere del nuovo. Ovviamente le inquietanti sorprese degli ultimi anni – sommate ad alcune gravi amarezze personali che mi hanno reso molto meno spensierato – si sono insinuate nelle ultime composizioni e soprattutto in tutta la produzione artistica di Mi sono perso nel bosco.
Il «bosco» di cui parli nel titolo del disco è solo il pretesto per scrivere un bellissimo brano (la title track) o ha un significato particolare?
Nel disco parlo sia di un bosco metaforico – quasi dantesco direi – sia del bosco reale con crinali funghi e lupi. Per me il bosco è come il mare, mi attrae e lo temo, mi ci perdo e mi ci relaziono per conoscere la mia vera misura. Nella title track ci sono tutte e due queste rappresentazioni del bosco, così come sono presenti il sogno e l’amore, che sono poi i temi portanti dell’intero disco.
Giovanni Ferrario è una figura cardine della musica indipendente italiana, sia come musicista che come produttore, ma lo è anche Alessandro Stefana. Perché ti sei rivolto a loro per la produzione artistica del tuo nuovo album e che segno ha lasciato il loro lavoro sulle canzoni?
Non conosco nessuno che abbia come Giovanni questa capacità di astrazione sonora, di sottrazione arrangiativa e di ricerca di un vestito timbrico schietto e incontaminato. Giovanni non è interessato al sound di tendenza del momento e questa sua franchezza produttiva secondo me si sposava perfettamente con il bisogno di trovare nuovi paradigmi di vita che improvvisamente sembravano centrali nel corso dell’esperienza pandemica (e troppo presto, ahimè, relegati a discussioni becere, se non addirittura al dimenticatoio). Ero certo che questo suo essere impermeabile alle chimere avrebbe impedito alle canzoni di essere proiettate verso un turbo/futuro ambizioso, bensì le avrebbe condotte in una dimensione pura e senza tempo, priva di tossicità. La figura di Giovanni era inoltre necessaria (insieme al contributo psichedelico dei synth di Emanuele Maniscalco e al frequente uso dell’eco a nastro di Alessandro “Asso” Stefana) per centrare sia la suggestione onirica sia lo sguardo su un amore senza compromessi, pietoso e salvifico al contempo. Infine mi piaceva pensare che il disco sarebbe stato registrato da “Asso”, dato che egli stesso aveva avuto quel ruolo anche durante la nascita di Attento a me stesso.
Cosa mi dici, invece, degli ospiti presenti sul disco? Ne cito solo alcuni: Brunori SAS, Levante, Colapesce, Massimo Martellotta, Dente, Iosonouncane, Enrico Gabrielli, Marco Parente…
Il loro contributo è risultato importante per perdere un pò le coordinate in corsa, per approdare in lidi imprevisti. Poter disporre delle loro competenze, del loro sostegno, dei loro timbri vocali e della loro sensibilità (penso ai synth di IOSONOUNCANE su Troppo silenzio o ai fiati di Gabrielli su Estate…) è un privilegio raro. Adesso quando ascolto il disco mi sento come scaldato da un abbraccio collettivo.
Nei testi di questo disco vedo meno ironia e meno surrealismo rispetto ai tempi del tuo album d’esordio, e invece tanta quotidianità filtrata da una sensibilità molto personale. L’Alessandro Fiori di Attento a me stesso come vedrebbe l’Alessandro Fiori di Mi sono perso nel bosco? In cosa ti senti cambiato (se ti senti cambiato…)?
L’Alessandro di Attento a me stesso vedrebbe l’Alessandro di adesso molto invecchiato, ma al contempo rispettoso del suo sguardo, credo. D’altronde il titolo del debutto aveva previsto tutto, confondendo l’attentare col porre attenzione. Per quanto riguarda i testi, adesso credo di lasciare meno spazio alle ambiguità, agli equivoci. Crescendo forse ho imparato a mettere meglio a fuoco le emozioni, a vedere ciò di cui scrivo in maniera meno sfocata.
Come scrivi le tue canzoni? Invece di fare il solito discorso sui massimi sistemi, della serie “nasce prima il testo o la musica”, potremmo partire da un caso specifico, ad esempio un brano come Una sera, che a mio modo di vedere è una delle cose più toccanti che tu abbia mai scritto. Come riassumeresti i passaggi che ti hanno portato a scrivere questa canzone?
Non mi ricordo niente dell’atto creativo. Almeno nel caso di questa canzone. Mi ricordo che ero seduto al piano ed ero circondato da persone, da fantasmi. Erano bramosi della mia musica, ma allo stesso tempo i loro sguardi avevano un che d’indagatorio. Erano spiriti ed avevano il colore della pietra e della terra, erano rispettosi e composti; fermi intorno a me vedevano nascere qualcosa. Fuori il canto degli uccellini era un sollievo per i dolori del mondo. Tutto il resto era una sconfinata tristezza dentro il mio cuore. Alla fine della canzone il pubblico mi era grato, lo vedevo dalle lacrime nei loro occhi: essi erano ancora attaccati a qualcosa e non erano più arresi bensì innamorati. Stavamo tutti meglio. Allora ho capito che la canzone era uscita bella.
Quale è il brano che preferisci del tuo nuovo disco e perché?
No saprei, forse Estate. Diciamo che Estate è una di quelle canzoni che se la sentissi penserei “cavolo quella canzone avrei voluto scriverla io”!
Che caratteristiche dovrebbe avere una canzone per essere considerata una “buona canzone” da Alessandro Fiori?
Una buona canzone deve entrare in risonanza con delle corde nascoste e farti venire voglia di scrivere canzoni.
Quanto è difficile fare il cantautore nel 2022? Se ripenso a quando ho iniziato a scrivere di musica per Sentireascoltare – erano i primi anni del 2000 e il cantautorato «era come l’universo: in espansione» – moltissime cose sono cambiate, e probabilmente non in meglio…
Non saprei risponderti. Intanto non sono certo di essere un cantautore tout-court; certo, tecnicamente sì (nel senso che canto cose da me composte), ma secondo me ondeggio tra i mondi…forse sono più uno scrittore pop neo-classico, come mi hanno fatto notare alcuni giornalisti. Gli episodi prettamente “cantautorali” nel mio percorso ci sono, ma non sono particolarmente frequenti (penso a Senza le dita, a La vigna…). Direi che essere artista non sarà difficile fino a che il sistema non sarà così subdolo da insinuarsi tra la persona e la sua libertà di capire cosa gli piace e cosa no, di descrivere e ricreare la realtà in base alla propria indole e ai propri desideri.
Hai già cominciato il tour di Mi sono perso nel bosco? Quali saranno le prossime date?
La tournèe inizierà intorno alla metà di giugno e andrò in giro in quintetto. Di più per adesso non posso dirti.
Ti lascio con un’ultima domanda: mi dici alcuni nomi di artisti che secondo te dovrebbero essere in testa alle classifiche di Spotify, se il mondo fosse un posto migliore e l’industria musicale facesse le veci del Ministero della Cultura?
Con piacere: Alessandro Fiori, Scudetto, BettiBarsantini, Stres, Amore e Craxi. Per non apparire un filo tracotante [sono tutti progetti in cui rientra a vario titolo lo stesso Fiori, e ovviamente la citazione è ironica, ndSA] aggiungerei Nicolas Zullo, che con il suo splendido debutto Credendoti montagna mi ha addolcito il cuore.
