Due di duo: Intervista a Bono/Burattini e Pilia/Salogni
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Bizarre
- 20 Maggio 2026
Ci sono parecchi nomi italiani nell’edizione 2026 del festival Jazz Is Dead, e come al solito rappresentano al meglio le tendenze più avanguardistiche della popular music. Abbiamo deciso di raccontare in breve la storia di due band italiane che agiscono in duo, una formazione abbastanza inusuale, né band né solista, e che hanno in realtà alcune similitudini. Prima di tutto la città di origine (o perlomeno di residenza), Bologna, dove vivono 3 musicisti su 4 (l’eccezione è Marta Salogni, che da anni si è ormai stabilita a Londra); questo peraltro ha favorito la nascita di entrambe le formazioni e il tramite comune è stato, come vedremo, Jonathan Clancy, boss dell’etichetta Maple Death. In seconda battuta si può dire che entrambe le band abbiano un approccio simile alla materia musicale, l’esplorazione di territori inconsueti attraverso la costruzione dei suoni, privilegiando la nascita di atmosfere ambientali più che di canzoni vere e proprie.
È necessaria a questo punto una breve introduzione ai gruppi. (Francesca) Bono e (Vittoria) Burattini esistono come band già da alcuni anni, e hanno all’attivo due album: Suono in un tempo trasfigurato (2023) e il recentissimo Ora sono un lago, entrambi su Maple Death. Bono ha una carriera di cantante e tastierista negli Ofeliadorme, band di downtempo elettronico che ha pubblicato tre dischi negli anni ’10, e un album da solista, il bellissimo Crumpled Canvas (2024). Burattini è la storica batterista dei Massimo Volume, dei quali è stata membro fondatore e per i quali ha suonato in tutti gli album, e in trent’anni di carriera ha prestato i suoi servizi in innumerevoli formazioni.
L’incontro tra Stefano Pilia e Marta Salogni è invece recentissimo, e ancora non ha prodotto uscite discografiche (un album su Maple Death vedrà però la luce entro l’anno). Stefano e Marta sono entrambi dei globe trotter della musica, hanno militato in innumerevoli gruppi in pianta stabile o con collaborazioni occasionali. Per Pilia, chitarrista eclettico e fantasioso, possiamo ricordare, tra i tanti, 3/4HadBeenEliminated, Massimo Volume, Afterhours, Fire Orchestra!, Z’ev. Salogni è invece uno dei producer / tecnico del suono più quotati al mondo; il suo Studio Zona, a Londra, ha visto passare artisti di livello eccelso, da Björk ai Depeche Mode, dai Black Midi agli Squid agli Animal Collective – e ne dimentichiamo altri cento. Inoltre, agisce anche come performer dal vivo utilizzando riproduttori di nastri magnetici come strumenti, e sfruttandone tutto il potenziale sonoro.
La prima domanda riguarda la nascita del gruppo: com’è avvenuta, quali sono stati i presupposti per pensare a una collaborazione a due.
Francesca: io e Vittoria ci conosciamo da tantissimi anni, siamo amiche, lei ai tempi aveva fatto una batteria in un pezzo di Ofeliadorme, io ho fatto dei cori sull’ultimo disco del Massimo Volume, ma oltre alle questioni musicali ci sono anche stima e affetto reciproci. Una decina di anni fa ci eravamo trovate più volte nella stessa sala prove ed era successo che facessimo qualche improvvisazione, io col mio Juno 60 e lei alla batteria. Niente che andasse oltre al divertimento… Invece più tardi, nel 2021, capita che mi arriva una proposta da Home Movies, che è il più grande archivio di filmati di famiglia italiano, per sonorizzare tre cortometraggi di Maya Deren. Io ho pensato da subito che volevo fare qualcosa utilizzando esclusivamente o quasi il Juno 60, senonché a lavoro iniziato ricevo una seconda telefonata e mi viene detto che, volendo, c’era il budget per coinvolgere un’altra persona, un musicista a mia scelta. Io ho immediatamente pensato a Vittoria perché quello che stavo facendo mi sembrava nelle sue corde, e infatti lei si è dimostrata subito molto interessata. A lavoro finito, abbiamo fatto il debutto di questa sonorizzazione a Bologna, alle Sere dei Giardini Margherita, e appena finito il soundcheck ci hanno suggerito di dare seguito all’esperienza, perché poteva esserci il potenziale per mettere questo materiale su disco. E così, quando abbiamo fatto sentire a Jonathan Clancy la registrazione del concerto, lui si è dato disponibile; abbiamo deciso di chiamarci coi nostri nomi, iniziato subito a registrare, e il primo disco è uscito nel 2023. Però di fatto il progetto esiste da 5 anni.
Stefano: In realtà con Marta ci siamo conosciuti più o meno casualmente, perché Marta ha registrato e prodotto un disco di Silvia Tarozzi (Lucciole, 2025, ndr), sul quale io avevo suonato chitarra e basso. Personalmente, in quei due, tre giorni in cui abbiamo lavorato assieme, mi sono trovato veramente benissimo con lei, sia a livello tecnico-artistico che a livello umano. Poi a un certo punto capita che Jonathan Clancy, della Maple Death, mi chiede di realizzare un capitolo per questa collana editoriale che la sua label sta curando insieme all’editore Canicola, che sostanzialmente mette assieme un lavoro illustrativo con una parte musicale. E mi chiede, ma tu con chi vorresti collaborare? Mi è subito venuta in mente Marta, un po’ ricordando quei giorni passati assieme e un po’ anche perché, diciamo, mi interessava molto l’idea di coniugare il tipo di lavoro astratto che faccio sulla chitarra con la manipolazione che Marta fa attraverso i nastri. C’erano insomma dei link molto forti a livello poetico, nel suo lavoro, rispetto a quello che facevo io… e in più c’era questa specie di fantasma archetipico, tra Brian Eno e Robert Fripp, di quel modello che per me è stato sempre un forte riferimento artistico. Ho pensato che sarebbe stato speciale provarlo a farlo con Marta, una cosa che avrei voluto tentare.
Spiegate meglio la sostanza della vostra musica, il sound che volete ottenere.
Francesca: Io faccio tutto con il Roland Juno 60, un synth vintage degli anni ‘80 che ho comprato nel 2012. Lo avevo sentito in vari dischi, conoscevo il suono, volevo tantissimo averne uno! Quando finalmente ne sono entrata in possesso, prima l’ho usato singolarmente in seno a una situazione di band, attorno al 2013-2014, però avevo un po’ sempre questa idea di farlo protagonista assoluto del suono.
Vittoria: diciamo che abbiamo iniziato a usare il Juno 60 quando ormai nessuno se lo ricordava. A parte i primi anni ‘90 in cui i chitarroni predominavano e le tastiere erano sminuite, poi il suono si è ibridato e insieme alla tecnologia digitale hanno cominciato a tornare i synth… nel caso nostro che, come detto, è nato quasi per caso, con batteria e tastiere estinte, si tratta di ibridazioni che sono comunque originali. È vero che siamo più abituati alla band, ma crescendo e diversificando i nostri percorsi, magari uno ha voglia anche di suonare con altri timbri, trovare delle formule alternative.

Marta: Come ha accennato Stefano, con le mie macchine acquisisco i suoi componimenti nelle macchine a nastro e le elaboro di conseguenza. È un incontro paritario sul piano creativo. Potrebbe sembrare un processo quasi randomico, però direi che la composizione è alla base e solo in un secondo momento io vado a ricamarci questi arazzi di delay, di loop, di loop di accumulazione, specialmente con il sistema che ho io, che io chiamo il labirinto, perché c’è un ritardo molto lungo di suono dalla fonte al suono processato, di almeno 9-10 secondi, per cui non viene più percepito come ritmico. Tuttavia, con questo metodo, anche partendo dalla stessa frase non ci sarà mai un risultato uguale, perché l’elaborazione delle macchine a nastro, gli ulteriori inserimenti di Stefano e la rielaborazione, porta a un risultato sempre diverso.
Stefano: Se posso aggiungere qualcosa… intanto va detto che la scrittura nasce dalle indicazioni di Sara Mazzetti, che è l’illustratrice di questo lavoro, nel senso che la prima suggestione emotivo-tematica arriva da lì. E nella fattispecie è un lavoro sul lutto, sul suo superamento, e senza entrare nei dettagli diciamo che segue idealmente questo artista immaginario che per superare questo lutto crea un’opera inedita. Quindi c’è un discorso quasi di meta-lingua, di meta-passaggi, e la musica che abbiamo fatto procede un po’ per analogia in questo senso. Mi viene da dire che c’è un afflato poetico-tematico che ha proprio il carattere di una sorta di melodia balsamica, e che però avviene all’interno della macchina. Ovvero c’è il rimbalzo tra il calore di un contributo umano e il carattere stesso della macchina, macchina che è già presente nel sistema che uso io per registrare e che poi Marta successivamente fa esplodere ancora di più. C’è proprio questa relazione di un elemento tematico e narrativo che viene distrutto ogni volta quando si affaccia la musica come macchina, il Revox, il modulare che rompe il suono…
Marta: Sono assolutamente d’accordo. È vero che il processo delle macchine a nastro modifica non solo la musica ma anche il tema narrativo, e il cambiamento di forma porta a una diversa elaborazione emozionale. Inoltre io interpreto il ritorno di suono dei loop, del delay delle macchine a nastro, come una forma di memoria: il suono che entra nelle macchine all’inizio è puro, come un’esperienza di qualcosa che ci succede, e poi a ogni elaborazione/riproduzione dei nastri, la riproduzione cambia un pochettino… a ogni aggiunta di feedback il suono si distorce leggermente, come quando ricordiamo qualcosa troppe volte e finisce col diventare un’elaborazione invece che un’esperienza.
Tutti voi avete spesso lavorato in un contesto di band. Qual è la particolarità del lavorare solamente in due, pregi e difetti del caso?
Vittoria: È un po’ triste dirlo, ma è un dato di fatto che la musica, da un punto di vista economico, è diventata sempre più povera; e quindi girare in due e fare anche magari dei tour ha dei costi decisamente minori rispetto a portare in giro un’intera band, e magari anche due tecnici. Per cui, per musicisti che vogliono fare musica “di ricerca”, essere in due è un buon punto di partenza per coniugare esigenza economica ed esigenza artistica.
Francesca: Non posso che condividere quello che ha detto Vittoria, ne abbiamo parlato spesso, ma vorrei sottolineare un altro aspetto, ancora più importante, che abbiamo imparato dalla cineasta conosciuta durante il nostro primo lavoro. Lei aveva un manifesto artistico e politico estremamente preciso: avendo pochissimo budget per fare i suoi film totalmente visionari, dimenticava totalmente concetti come produzione, denaro, sostegno: quel che conta è la singola idea, e se hai pochi mezzi, se riesci comunque a trasmettere un messaggio forte, è già un grandissimo successo. E quindi, disponendo di solo due strumenti, ci siamo chieste come possiamo creare qualcosa di pregnante partendo da questa limitazione, facendola diventare uno stimolo dal punto di vista artistico. Secondo me è un po’ un driver per molta arte sperimentale, no? Cioè farsi forza delle proprie limitazioni per poter far esplodere la creatività, in un modo che a questo punto diventa anche originale. Anche la scelta di fare musica strumentale va in questo senso. Io ho esperienza e continuo a lavorare come cantautrice, però l’idea di svincolarsi del tutto dalla scelta di dover comunicare qualcosa verbalmente, di farlo in una determinata lingua piuttosto che in un’altra, e quindi veicolare una sensazione, un’emozione, un qualunque tipo di sentimento solo col puro uso della vibrazione vocale, ci sembrava un’idea efficace.
Marta: detto che io mi trovo bene in ogni tipo di situazione, in due c’è questo filo trasparente, invisibile, di comunicazione, che è come una pallina che rimbalza e che rende tutto molto veloce. Con più gente c’è la bellezza del contributo multiplo, ma anche il fatto che poi questa pallina immaginaria, per poter girare, deve stare in aria. Invece in due, secondo me, abbiamo sviluppato anche una comunicazione non verbale, di pensiero, che magari si è creata anche grazie alla chimica, umana e artistica, nata tra noi due. Prima di iniziare a suonare, ci siamo trovati a Venezia per raccogliere dei suoni e parlare del progetto, Venezia essendo anche il posto in cui è ambientata la storia di Sara. È stata l’occasione per ascoltare cose insieme, parlare, allinearci creativamente immergendoci l’una nell’altro.
Stefano: Sai, nei contesti di tre o più persone a volte entrano anche delle complessità diverse che riguardano il ruolo che si ha nel gruppo. Mentre invece nel nostro caso è una collaborazione alla pari, un dialogo in cui entrambi siamo in egual modo artefici e responsabili di quello che mettiamo in atto. È un rapporto più paritario, e non solamente sulla base di quello che si fa o non si fa, ma proprio anche sulla base della scelta della direzione in cui andare: la crescita di quella poetica, della fioritura dell’opera. Infatti quando suoniamo, stiamo uno davanti all’altro, come se fossimo seduti a un tavolo.

Come componete, come si svolge il lavoro di costruzione dei pezzi?
Vittoria: Lo spunto musicale iniziale in genere viene da Francesca. A volte è solo un’idea in embrione, altre porta anche una vera e propria struttura. Dopodiché io mi inserisco, ci metto dentro delle idee percussive, dei pattern – il primo disco è stato fatto tutto così. Per il secondo più o meno uguale, ma ci sono state anche fasi diverse, momenti di improvvisazione in sala prove, anche dal nulla, oppure session a casa sua dove abbiamo giocato, io ho suonato delle percussioni giocattolo dei figli di Francesca, cose che magari mi venivano e microfonavamo così al volo, e che tra l’altro sono pure rimaste nel disco.
Francesca: Sì, più o meno è così direi, anche se ci sono stati, appunto, dei periodi durante i quali andavamo in sala prove proprio per improvvisare, senza avere idee predefinite. Abbiamo registrato tutte quelle prove, alcune sono confluite nel disco, o si sono trasformate in qualcos’altro, altre si sono perse… c’era un pezzo in particolare che a me piaceva molto e invece non è entrato, ma chissà che non veda la luce un giorno. Comunque anche quando a me capita di fare delle session da sola, a casa mia, ho sempre bisogno di sapere cosa ne pensa Vittoria, cioè per me lei è la cartina di tornasole che decreta se l’idea merita o no di essere sviluppata. Quindi c’è un dialogo sempre molto aperto, un dialogo a due, poiché in due siamo e tra di noi dobbiamo comunicare.
Stefano: Dopo l’idea iniziale in genere ci sono più passaggi, dalla chitarra ai nastri e viceversa. C’è anche una similitudine, secondo me, nel modo in cui lavoriamo io e Marta, in qualche modo, anche se ovviamente io uso la chitarra. Per il disco siamo partiti da un tema specifico, scegliendo materiali che avessero anche già un carattere musicale, al senso tradizionale. Mentre invece non abbiamo ancora fatto dei tentativi veri e propri di un processo inverso. Ma non è detto che in futuro non succeda, una cosa è il disco, un’altra il sistema di relazione e di meccanismo che vorremmo mettere in atto. Io sento che c’è tanto potenziale da esplorare, quindi mi piace immaginare che ci siano ancora soluzioni aperte, molto aperte.
Avete mai considerato l’opzione di coinvolgere una terza persona nella vostra band?
Vittoria: Nel corso degli anni ogni tanto ci era venuta la voglia di allargare un po’ la formazione, ma anche tralasciando l’impatto sull’aumento della complicazione nella gestione, specialmente dei live, credo che ci ridurremo ad avere qualche ospite in episodi circoscritti, magari qualcuno capace di fornirci nuovi stimoli. Magari una parte di synth rende bene con un quartetto d’archi, chi lo sa?
Francesca: Anche se finora non ho mai avuto l’esigenza di coinvolgere qualcuno in pianta stabile nella band, sporadicamente abbiamo comunque avuto alcune partecipazioni extra. Stefano Pilia, che ha registrato il nostro primo disco, ci suona la chitarra nel brano di apertura che si chiama Trick or Chess, e in un’occasione ha suonato con noi anche dal vivo. Ma ora, pragmaticamente, quella sua parte di chitarra nei live la faccio io con la voce, arrangiata opportunamente. Nell’ultimo disco ci sono tre pezzi con la chitarra – anzi con la mia chitarra, quella che posseggo dall’età di dieci anni. Mi sembrava che in quei brani un po’ di respiro dato da uno strumento a corda ci stesse bene, e quindi abbiamo dato seguito a questa intuizione. Così come occasionalmente ci sono alcuni campionamenti. Ma rimangono eccezioni, il formato a duo resta il nostro riferimento.
Stefano: Ma sì, penso di sì. Non so quando, non so come, ma chissà. Adesso siamo più concentrati sull’idea di reinterpretare quello che abbiamo realizzato, però penso che possa succedere che a un certo punto ci venga la voglia o il desiderio di invitare qualcuno a vedere, e magari ripartire da zero, no? Anche se in realtà sarebbe un altro progetto, un’estensione di quello che facciamo adesso. Il progetto attuale, nella mia testa, lo vedo come ideato da noi e quindi questa è la forma che ha preso.
Marta: Io divento abbastanza attaccata alla forma e alla sua autenticità, nel senso di come è nata e come si debba preservare. E penso che se qualcosa si evolve, poi sarà una cosa diversa. Non ci sono limiti su quante persone possono prendere parte in un progetto, però sì, diventa una morfologia diversa.
E allora rimaniamo così, legati alla formula del duo. Per un riscontro per vedere se funziona, appuntamento al Jazz Is Dead 2026.
