Album
A Light That Waits
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Riccardo Zagaglia
- 14 Marzo 2026
Li avevamo dimenticati – o quasi – i The Fray. Per i più rimangono una delle varie band pop-rock anni zero (i Keane sono il parallelo più facile) ad aver azzeccato una super hit planetaria e un altro paio di canzoni di successo prima di diventare puro materiale da playlist nostalgica o da karaoke. Incapaci di dare un seguito altrettanto sostanzioso ai numeri dell’esordio How to Save a Life (uno degli album più venduti del 2005), i quattro di Denver sembravano aver messo fine all’agonia (anche qualitativa) nel 2014 con l’album Helios.
Invece, ecco che dodici anni più tardi tornano con A Light That Waits. Lo fanno senza l’autore principale del successo (il cantante Isaac Slade che ha abbandonato nel 2022) e con undici canzoni che si muovono tra il decente radiofonico (la titletrack) e il fastidioso (Ice Cold Lakes) con il chitarrista Joe King alla voce che – nonostante un timbro funzionale – fatica a toccare le corde melodrammatiche/pathos-emozionali di Slade. Un disco che galleggia in un limbo di rassicurante mediocrità pop-rock e che si sgonfia in una scrittura che insegue i fantasmi degli OneRepublic e di un Chris Martin in modalità “piloto automatico” con una produzione levigata fino all’asettico.
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