Recensioni

Possiamo tranquillamente affermare che l’ottava edizione del Festival Dancity di Foligno è stata decisiva per una bella fetta di pubblico potenziale che da sempre avrebbe voluto partecipare all’evento e mai fino ad ora s’era decisa a organizzare soggorno, biglietto e macchina con amici al seguito. Quest’anno, vuoi per una scaletta che ha unito cultura elettronica e dancefloor attraverso una serie di live e dj set che hanno raccolto il meglio delle scene elettroniche di Londra, Bristol e Manchester, come di Berlino e Parigi, vuoi per l’abbordabilità delle strutture convenzionate che hanno permesso, a una cifra ragionevole, di coprire l’intera durata della manifestazione, tra i più di cinquemila partecipanti al Dancity 2013 c’è stata una bella fetta di extra-regionali (e stranieri). Persone che sono tornate a casa con una colorata e stimolante esperienza urbana che non ha avuto nulla da invidiare ad act come il roBOt e ha potuto vantare l’ospitalità di una quieta cittadina umbra in perenne ristrutturazione e di un festival dislocato perlopiù nel pieno centro della città, tra la piazza principale, Piazza S. Domenico, l’adiacente e omonimo Auditorium e il dirimpettaio Palazzo Candiotti.

Come il fratello minore (per numero di edizioni) felsineo che può contare su una struttura come il Link, la forza impattante del Dancity si basa su un medio/grande locale come Serendipity, un club che nel corso di due anni d’attività è diventato da solo un punto di riferimento per il Centro Italia in fatto d’eccellenza dancefloor, figuriamoci se calato all’interno di una manifestazione che qui, nella seconda giornata dell’evento, venerdì 28, fa atterrare la techno classica di Robert Hood (bello cool alle manopole e set di classe proverbiale per lui) e l’implacabile 4/4 berghainiano di Ben Klock, set capaci di riscaldare fino a mattino inoltrato una pista il cui termometro ha toccato, durante la sfortunata notte, i 14 ° (gulp!).

A partire dai dj del Ptwschool Showcase che snocciolano house e garage alla Rec Room (Meze, Ayarcana e Iamseife) per arrivare alla techno con reminescenze AFX di Dave Saved nell’Indoor, al Serendipity si respira un’aria internazionale anche solo per la qualità di uno degli impianti audio più validi d’Italia e di un pubblico che non è il solito settario ghetto di ragazzetti col cappellino. Gente, in pratica, che ti va giù di testa per un set funky avant(retrò) come quello di uno splendido Andrea Sartori / Deepalso che, a questo punto, vorremmo mollasse un pochino il “sartofono” per mettersi sul seguito di Il Tagliacode. Ma questa è soltanto la punta dell’iceberg del concept “Unitary Urbanism” di Dancity. Alto il profilo di una proposta elettronica che ha unito un sempre valido Vincenzo Vasi a Valeria Sturba nel progetto Dervishi (bella la cover di Richard D. James Next Heap Wit per pad, teremin e voci nel live set all’auditorium), oppure ancora la stessa coppia accompagnata dalla mente dei Lucky Dragons Luke Fischbeck in un set post-kraftwerchiano, passando per il delicato gioco tra Germania e mal d’africa per tamburi microfonati e vibrafono di Sven Kacirek, fino all’apoteosi ritmica, giovedì in Piazza S. Domenico, nella performance d’apertura della manifestazione: i 42 tamburini della Giostra della Quintana con un ispiratissimo Shackleton che è salito in consolle sia in solo, sia (per un breve lasso di tempo) assieme all’amico Pinch nella serata di giovedì.

Discorso a parte e piccolo rammarico per la prima assoluta del pianista Tigran Hamasyan e di due dei tre LV di casa Hyperdub, combo che ha già fatto uscire un singolo congiunto – Explode – lo scorso anno e che nella serata di sabato 29 ha stoccato per bene l’auditorium nel dj set notturno con un efficacissimo (world) uk (bass) (house) funk, ma che durante l’esibizione live ha sofferto non poco del mancato bilanciamento dei volumi e del non sempre ottimo affiatamento con le mesmeriche scale del versatile pianista armeno (uno che ha ricevuto i complimenti di gente del calibro di Herbie Hancock e Chick Corea).

Altra parentesi particolare: l’esibizione dei Deerhunter, gruppo fuori cartellone  – nel senso che non è una band che-ha-a-che-fare-con-l’elettronica – eppure act strategico per catalizzare i simpatizzanti della scena indie bisognosi di un nome di richiamo per arrivare al festival. Un vero peccato che nel cortile del Palazzo Candiotti, durante l’esibizione della band, piombi una mezza bufera con il gruppo votato alla coda psichedelica. Senz’altro grande carisma per Bradford Cox che surfa sopra le intemperie di gran danyismo, anche quando, placata la pioggia, l’impianto cede per svariati minuti. Anche qui, l’incastro con l’urbano e le mura storiche della città regala bei momenti: l’eco delle chitarre che rimbalza nel corridio d’ingresso del Candiotti per esempio, è uno scorcio d’esperienza prezioso, tanto quanto il pieno godimento di un travolegente Ghostpoet con la band (che nella stessa giornata è protagonista di una simpatica e ironica intervista di Damir Ivic) o di un live set di Andy Stott capace di dare pieno sfogo ai bassi e a tutta le dinamiche dub techno e house che lo hanno reso famoso, convincendo anche chi, in precedenti set sul territorio italiano, era rimasto perplesso.

Il festival si conclude in bellezza, sabato 29, ancora con temperature rigide, scaldate questa volta da due figure che qui su SA sono una garanzia: Mathew Jonson e la sua techno di qualità, elegante e potente, e la versatilità di un grande James Holden, entrambi a cavalcare i loro ultimi lavori lunghi (in adattamento al dancefloor naturalmente), Her Blurry Pictures e The Inheritors, ed entrambi a rivelarsi impeccabili intrattenitori anche solo per carisma e presenza in consolle. Flash finali: gli Zombie Zombie che hanno suonato come una efficace versione kraut dei !!!, Pinch che a un certo punto mette Spastik e la gente pensa sia trap music, e ancora Rob Ellis, che con me e Sam Shackleton parla di urgenza di nuove label e nuovi generi versus la difficoltà di consolidarne di duraturi nell’epoca dell’internet.

Festival in crescita costante il Dancity. Esperienza senz’altro da ripetere e consigliare al pubblico elettronico più attento.

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