Mr. Jones e la profezia auto-avverante dei Counting Crows
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Fabrizio De Palma
- 15 Settembre 2023
I Counting Crows sono stati l’unica band ad aver suonato alla Rock and Roll Hall of Fame, prima ancora di aver inciso il loro album di debutto. Il che la dice lunga sulla considerazione che già si aveva di loro. L’idea fu di Robbie Robertson che li chiamò a sostituire Van Morrison alla sua cerimonia d’introduzione, durante la quale si esibirono anche i Doors (con Eddie Vedder alla voce) e i Cream, riunitisi entrambi apposta per l’occasione. Quella sera i Crows, ancora sconosciuti al grande pubblico, fecero una cover praticamente perfetta di Caravan e molto probabilmente è per questa ragione che lo stile vocale di Adam Duritz, – leader maximo della band – è stato spesso paragonato, soprattutto a inizio carriera, a quello di Morrison, pur non avendo, invero, molte cose in comune.
All’epoca – era il gennaio del 1993 – il gruppo era conosciuto solo all’interno del circuito dei locali della bay area di San Francisco, dove avevano cominciato a muovere i primi passi Duritz e compagni, spalleggiandosi a vicenda alle serate “Open Mic”. Otto mesi più tardi – il 14 settembre 1993 – uscirà il loro disco d’esordio con la Geffen: August and Everything After – titolo e album straordinari perché in grado di cogliere in un colpo solo tutta l’euforia dell’estate, la malinconia della sua fine e la speranza per ciò che sarebbe arrivato dopo.
E che di fatto arriverà. L’album, infatti, farà sfracelli in tutte le classifiche del globo, arrivando a vendere ben sette milioni di dischi, grazie soprattutto a un singolo, il primo, misteriosamente intitolato Mr. Jones e strategicamente non commercializzato subito come singolo, in modo da obbligare i fan all’acquisto dell’album intero.
Non era la prima volta che un singolo riusciva a trainare le vendite di un disco, ma il caso di Mr. Jones fu eclatante. A un certo punto, nei primi mesi del ’94, la canzone esplose e potevi sentirla praticamente ovunque. A questo successo strepitoso contribuirono due eventi: l’apparizione televisiva al Saturday Night Live (bissata qualche mese più tardi da quella al Dave Letterman) e il video ufficiale mandato in heavy rotation da Mtv.
Purtroppo il momento di maggior successo del brano coincise con il suicidio di Kurt Cobain che ebbe un impatto emotivo molto forte sul leader della band. La canzone parla infatti del sogno di diventare una rock star (Mr. Jones and me/ We’re gonna be big stars), o più in generale del desiderio di fama e di successo e di quanto, a volte, si pensi ingenuamente che questo sia sufficiente ad alleviare la propria solitudine. Il protagonista del brano dice in continuazione “When everybody loves me I will never be lonely – Quando tutti mi ameranno non sarò mai solo”, arrivando a ripetere la frase finale più volte, con la voce incrinata, come se stesse parlando fra sé e sé cercando di autoconvincersi di una cosa che in cuor suo sa non essere vera.
Come ha raccontato in più occasioni lo stesso Adam Duritz, il brano nasce da una serata alcolica passata col suo amico – e all’epoca compagno di band negli sconosciutissimi Himalayans – Marty Jones – e quindi non ha nulla a che vedere col Mr. Jones citato da Bob Dylan in Ballad of a Thin Man come, invece, aveva ipotizzato qualcuno. Pur avendo un testo narrativo piuttosto semplice si tratta di uno dei brani più fraintesi della storia, “qualcuno disse che parlava di un vecchio bluesman che mi aveva insegnato a suonare” – ha raccontato Duritz – ma i migliori furono dei ragazzini che poco prima di un’intervista a Rolling Stone gli urlarono “Mr. Jones è il tuo cazzo, vero?”.
In realtà, la storia vera è quella di lui e il suo amico che sono andati a sentire un concerto in un locale di San Francisco, dove quella sera suonava il padre di Marty, un apprezzato chitarrista di flamenco (al secolo David Serva Jones), trasferitosi in Spagna e tornato in città per suonare con la sua vecchia compagnia. Dopo il concerto andarono tutti a bere insieme in un altro locale – il New Amsterdam citato all’inizio del brano, finendo per ubriacarsi. In particolare Duritz ricorda:
Io e Marty eravamo seduti al bar e fissavamo queste due ragazze, desiderando di poter parlare con loro, ma eravamo troppo timidi. Continuavamo a scherzare tra noi dicendo che se fossimo state delle grandi rockstar invece di essere dei musicisti così sfigati e a basso costo, sarebbe stato tutto più facile. Quella sera sono tornato a casa e ho scritto una canzone sull’argomento. Scherzo sul significato di quella storia, ma in realtà è una canzone che parla di tutti i sogni e di tutte le cose che ti fanno venire voglia di fare qualsiasi cosa ti prenda il cuore
Adam Duritz
La canzone racconta una storia dall’esito diverso in cui realtà, sogno e desiderio si mescolano, per questo la prima strofa dice: “Mr. Jones strikes up a conversation / With a black-haired flamenco dancer). E per questa ragione il video ha una doppia ambientazione. Da una parte ci sono le immagini lynchiane del locale notturno, con le ballerine di flamenco che danzano nella quasi totale oscurità, le luci blu soffuse e i corpi parzialmente avvolti nella penombra, come se fossero dei ricordi poco nitidi, sfumati dai contorni del sogno o dai fumi dell’alcool. Dall’altra parte queste visioni oniriche da Velluto Blu sono controbilanciate dalle riprese interne all’appartamento in cui si sta esibendo la band al completo. Qui le immagini sono nitide perché siamo nel mondo della realtà: quella di una band sconosciuta che non suona sul palco di un locale, ma tra le quattro mura di una stanza dai toni più caldi, mentre fuori tutto il resto del mondo vira sul blu.
Il blu contraddistingue non solo il sogno del locale, ma anche l’esterno del palazzo in cui si trova l’appartamento e altre scene visionarie in cui vediamo l’ombra della solitudine di un uomo stagliarsi su uno sfondo blu acceso, proprio mentre la voce di Duritz si contorce sulla parola “lonley”. L’importanza del colore è talmente fondamentale per capire fino in fondo la canzone che a un certo punto lo si dichiara esplicitamente (All of the beautiful colors are very, very meaningful). Il protagonista dice di voler dipingere la propria figura di nero, di blu, di rosso e di grigio e nello stesso verso cita esplicitamente Picasso, che aveva avuto il suo famoso “periodo blu”.
In particolare Duritz fa riferimento a un quadro malinconico di quel periodo, intitolato “Il vecchio chitarrista cieco”, quando dice che il suo colore preferito è il grigio e che se conoscesse Picasso si comprerebbe una chitarra grigia da suonare. Il sogno di essere una rockstar non è quindi tutto rosa e fiori, come sembrerebbe suggerire a un primo ascolto la canzone, ma qualcosa di molto più complesso e ricco di sfumature cromatiche ed esistenziali. È come se la canzone volesse mettere in guardia il suo autore.
È vero, come ha dichiarato lo stesso Duritz, che “Mr Jones parla del sogno di voler diventare una rockstar e di quanto sia bello e gioioso sognare di suonare per diventare una rockstar”, basta vedere come balla e si dimena il cantante nella stanza, ma l’elefante che c’è e non si vede “parla anche del fatto che non sarà come pensi. Non renderà tutto migliore. Non risolverà tutti i problemi della tua vita. […] Non si tratta solo di “voglio essere una rockstar”, ma di tutto ciò che comporta sognare, di ciò che costituisce le persone che sono artisti e di come ottenere tutto ciò non risolva la tua vita”.
In questo senso il brano si è rivelato un “sogno premonitore”. Non solo la canzone inizialmente nata come una preghiera per la realizzazione dei sogni di rock’n’roll è diventata quella con cui i Counting Crows hanno raggiunto davvero il successo mondiale, ma quella stessa canzone, che aveva tentato di metterli in guardia sui possibili pericoli, è finita per diventare una sorta di profezia auto-avverante anche da quel punto di vista.
Il successo aveva catapultato la band sulle copertine delle riviste, ma ben presto Duritz si rese conto di non gradire affatto tutta questa esposizione mediatica, al punto da decidere di non girare più altri video dopo l’uscita del secondo singolo Round Here, lasciando di fatto privi di accompagnamento visuale gli altri due brani – Rain King e Murder Of One – che inizialmente erano stati individuati come i pezzi forti dell’album.
Una prima avvisaglia di questo sentimento deve averla provata la sera stessa della consacrazione al Saturday Night Live, quando decise di cambiare in diretta il verso “I wanna be Bob Dylan” in “I wanna be Alex Chilton”, il compianto cantante dei Big Star, la cui dimensione di culto è stata molto più ridotta rispetto a quella del bardo di Duluth. Ma evidentemente era quella a cui si sentiva più vicino Adam Duritz, che nel momento esatto in cui afferra il successo tanto desiderato lo rifugge.
Col passare dei mesi comincerà a nutrire sentimenti sempre più contrastanti nei confronti della canzone che gli aveva donato il successo, non riconoscendosi più nei suoi versi, tanto da decidere di smettere di cantarla e di ritirarsi a vita privata. La band rimase inattiva per oltre un anno, e ce ne vollero tre prima di tornare sulle scene con un nuovo album (Recovering The Satellites del 1996).
Una prova ancora più evidente di questa idiosincrasia nei confronti di Mr. Jones fu la puntata di VH1 Storytellers, le cui esibizioni confluirono poi nel doppio live Across a Wire: Live in New York City del 1998. In quella circostanza venne presentata una versione acustica di Mr. Jones completamente stravolta: il brano originale fu spogliato delle radici folk-roots rock – assicurate dalla produzione di T Bone Burnett – e delle pulsazioni jangle della chitarra (Alex Chilton e i Big Star non erano stati certo scelti a caso, ma avevano avuto una grossa influenza sulla band, tanto che quel We all wanna be big, big stars è probabilmente un gioco di parole col nome della band di Memphis).
Dal punto di vista musicale a prendere il sopravvento sulla canzone è la sua vena più malinconica e contemplativa, ma non si tratta dell’unica novità e nemmeno della più sconvolgente. A trasformare il brano in una bomba emotiva sono i cambiamenti del testo, che trasfigurano letteralmente il significato della canzone. Innanzitutto viene messo un cappello introduttivo preso di pari passo da So you want to be a rock and roll star? dei Byrds che qui suona come un vero e proprio avvertimento: So you want to be a rock and roll star? / Then listen now to what I say / Così vuoi essere una rockstar? Allora adesso ascolta quello che ti dico.
Il cambiamento più estremo è quello che modifica una delle strofe più significative e cariche di pathos dell’originale in cui Duritz supplicava di “credere in lui”, con uno slancio emotivo tale da farti credere per forza in un salto nel vuoto necessario come il semplice atto di respirare. Nella versione acustica, invece, avviene un ripensamento di segno opposto – Noi tutti vogliamo essere grandi star / Sì, ma poi ci ripensiamo. È qualcosa che atterrisce anche per il tono con cui vengono riformulati i versi, che alla fine consigliano esattamente il contrario: Quindi credimi, amico, io non credo in niente /E non voglio essere qualcuno che crede /Non dovresti credere in me.
Persino la chiosa finale ha smesso di farlo: non è più Mr. Jones and me / We’re gonna be big stars, ma Mr. Jones and me, we don’t see each other much anymore. Ci vorrà del tempo prima che Durirz faccia pace con la canzone e torni a cantare l’originale, che in realtà era perfetta così com’era, perché includeva già luci e ombre.
In ogni caso resta un brano che ha fatto da spartiacque nella loro carriera. Prima di Mr. Jones i Counting Crows erano una band che aveva deciso di darsi il nome di un’attività inutile, com’era appunto quella di “contare i corvi” – un detto che avevano preso da una filastrocca britannica, inserita poi anche nell’ultimo brano di August and Everyghing After: One for sorrow / Two for joy / Three for a girl/ Four for a boy/ Five for silver / Six for gold / Seven for a secret / Never to be told.
E resta davvero un segreto mai del tutto svelato quello dei Counting Crows che dopo Mr. Jones hanno continuato a sfornare buona musica nella quasi totale indifferenza della critica e nel più viscerale attaccamento dei fan, restando così, a modo loro – e a 30 anni di distanza dal loro esordio – un gruppo che, almeno per qualcuno, continua a “contare”.
