Recensioni
Simeon Coxe e Dan Taylor. Elettronica, percussioni e voce solista. New York è sempre stata terra di “pauperisti estremisti”. Ben un decennio prima dei Suicide, a dire il vero, i Silver Apples seppero perfettamente condensare, in due soli album ufficiali – Silver Apples (Kapp, 1968) e Contact (Kapp, 1969) – , e con tanto di paradosso spazio-temporale, quanto di meglio gli anni ’90 post-rock abbiano mai prodotto. Gli Stereolab devono, in termini di riconoscenza artistica, moltissimo ad un brano quale Oscillations, opener dell’albo eponimo su Kapp.
The Garden, terzo album ufficiale del duo, non fece però in tempo a vedere la luce all’epoca. Coxe e Taylor furono per quasi vent’anni risucchiati via nel vortice di quell’anonimato che, i Silver Apples in vita, forse non erano mai riusciti ad evitare definitivamente. Una musica fatta di poco la loro, eppure così suggestiva. Percussioni roteanti ed ipnotiche, oscillatori compulsivi oppure imbizzarriti (utilizzati sia come solisti che some semplice “basso continuo”), ed ancora tracce di trance music, delicatissimi mandala indianeggianti, pow wow pellerossa, recitativi dimessi ed uterini a mezza voce. Il contenuto del disco è così riassumibile: sette complete registrazioni del 1969 cui si affiancano altri sette strumentali di Taylor datati 1968 e qualche altra perla, più tarda, a queste tracce frammischiata. Gli intermezzi puramente strumentali sono tutti nominati “noodle” qualcosa…ad esempio: Starlight Noodle o Fire Ant Noodle. Essi non sono per nulla inferiori alle canzoni cui fanno da diversivo.
Basti pensare a Cannonball Noodle (potrebbe benissimo uscire da uno dei primissimi dischi dei Laika) o l’ossessione percussiva, impastata di dense nebulose elettroniche, in Swamp Noodle (i Pere Ubu con più di un un quinquennio di anticipo). Le canzoni, affianco cotanta lussureggiante arte instrumental, non sfigurano punto. I Don’t Care About What The People Say, che apre gli ascolti, è una superba cavalcata della voce recitante su fitte trame di repetizioni electro-percussive, le quali potrebbero tanto anticipare il trip hop degli anni ’90 quanto riassumere perfettamente la filosofia della psichedelia lisergico-rumoristica dei Red Crayola. Il resto è davvero tutto da (ri)scoprire. Sedici composizioni stupende, che se proprio non raggiungono le vette sublimi dell’esordio, sicuramente ci vanno di molto vicino.
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