Recensioni

Del super-inflazionato marasma Soundcloud-emo-vapor-trap-eccetera (che ha contribuito a creare) lo svedese Yung Lean è tra i fenomeni più lanciati e interessanti. Il precedente Stranger era buono e questo nuovo Starz lo è forse ancora di più. Perché il giovanotto fa la stessa cosa di tutti gli altri ma la arricchisce frullando riferimenti diversi, perché sfoggia quella lena tutta scandinava che lo rende immediatamente riconoscibile e perché la sua musica è storta quanto basta: a sufficienza per essere interessante, non abbastanza da risultare criptica.
Se Future si fotte la tua tipa comodamente in ciabatte Gucci (Thought It Was a Drought), Yung Lean «se lo fa leccare mentre gioca a Yu-Gi-Oh» (Deathstar). Si rischia di rimanere soverchiati dinanzi a cotanta poesia, ma il discorso è interessante: YL è un bianchissimo ragazzo svedese letteralmente outta nowhere, con una street credibility tutta da verificare; per parlare delle solite cose (droghe e depressione abbondano) ha indovinato la furbata di mischiare le carte con i riferimenti jappo che fanno la facile gioia di qualsiasi nerd. Basti sentire la produzione della sua prima hit Ginseng Strip 2002, una bolla rallentatissima che shakera soul e melodie orientali che potrebbero essere firmate dal Four Tet più speziato.
La ricetta è furba: prendiamo un disadattato norvegese sottoposto a una Cura Ludovico a base di 24 ore filate con Gummo di Korine in loop, e buttiamogli quattro pasticche in corpo; poi via libera ai riferimenti nippo giusti tra manga, anime e pop vario, aggiungiamo un piglio emo 2.0 à la Lil Peep, le basi giuste – psichedeliche ma à la page – e testi tra l’onirico e il no-sense, con una punta di disfattismo esistenziale. L’intingolo funziona? Sì, funziona, ed è pure discretamente saporito. Quantomeno se rapportato agli ultimi episodi di nomi americani come Drake o il già citato Future, pare di sentire una tavolozza piena zeppa di colori. Perché se le ritmiche restano essenzialmente quelle lì – serpentine 808 e via – il buon Lean ci infila dentro un po’ di tutto: alza un’aria di shoegaze à la God Is An Astronaut in Boylife in EU, poi spruzza distorsioni a profusione nella macabra My Agenda e si coccola con nostalgie vaporwave (Outta My Head).
Infine aggiungiamo al tutto pure un side-project di sbilenco folk-pop a cavallo tra Bob Dylan e Syd Barrett, registrato a nome Jonatan Leandoer127, con cui ha condiviso un paio di album. C’è vita oltre la trap, e il ragazzo è sia sveglio che versatile, teniamolo d’occhio.
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