Recensioni

Dopo le tristi dipartite di Chris Squire e Alan White, e il volontario abbandono di due peperini come Jon Anderson e Rick “Messi delle tastiere” Wakeman, le scettro del dorato mondo Yes è passato nelle salde mani del totem Steve Howe. Era naturale. Meno scontato che il chitarrista regnasse con tale sobrietà ed equilibrio. Che non facesse del proprio reame un show case insistito e prevaricante, così da relegare i cavalieri che siedono alla sua tavola a semplici figure di contorno.
Mirror To The Sky – 23° perla, non la più preziosa ma di buon valore, inanellata su una collana di dischi di studio che pochi possono vantare – è un album, parola quasi senza senso, maniero senza re, ma bello considerarlo tale, che secondo la prospettiva Yes non manca di cogliere, anche se non è pieno centro, il bersaglio.
Il Prog rock, se vogliano continuare a chiamarlo tale, ha smesso di essere musica di avanguardia, di sperimentare, di mandare al rogo la forma canzone per osare in largo ma soprattutto in lungo (anzi lunghezza o per meglio dire durata) a metà anni Settanta. Poi è avvizzito in una formula da replicare. Chi oggigiorno fa musica con lo spirito Prog rock dei bei tempi che furono dovrebbe coniare un’altra etichetta; chi invece la fa come gli Yes, con la loro forma, o estetica se preferite, bravo o meno che sia, è un ossimoro: la restaurazione di qualcosa che nasceva come rivoluzionario.
E gli Yes, dunque? Sono una cosa a parte: un concept. Il concept album si esaurisce all’ultimo solco della singola opera. Il concetto di Yes travalica l’album, di qualunque si tratti, Tales From The Topographic Ocean (concept) o 90125 (no), e si fermerà, anzi chiuderà il cerchio, alla fine del suo ciclo vitale (per riverberare nei secoli). Hanno provato a cambiare pelle gli Yes, ad alleggerirsi della (impareggiabile) zavorra di intricati arrangiamenti e frenetici picchi strumentali, a semplificare il gergo per renderlo appetibile alle masse che cambiavano gusti, ma hanno fallito.
Fortunatamente, direbbe qualcuno. Non sono i Genesis che avevano in casa un impareggiabile burattino e burattinaio come Phil Collins, capaci di passare dai costumi teatrali a camicia hawaiana, bermuda e infradito crescendo e ammaliando una nuova generazione di “fan-amplifon”, quelli che mettono Musical Box sullo stesso livello di That’s All o la deprimente arte (?) chitarristica di Mike Rutherford al pari del sublime esito sonoro di Steve Hackett.
Perso lo zoccolo duro e mai guadagnato un vero ricambio generazionale in fatto di ascoltatori, gli Yes hanno capito che il loro futuro risiedeva nel passato, hanno appallottolato e gettato nel cestino tutta la filosofia straccia che ammoniva con “don’t look back” et similia, e hanno riaffermato con orgoglio la propria intrinseca, immutabile, identità. Il raggiunto status di concept band: di gruppo di musicisti senza tempo, campioni di un Prog senza tempo: pleonastico esercizio di stile per un esercito di giovanotti che imitano i loro idoli/predecessori; al contrario, per una pattuglia di veterani guidati in modo lucido da un illuminato reggente ultrasettantenne, immarcescibile verbo.
Alla luce di tutto questo, Mirror To The Sky non mancherà di soddisfare tanto i fan della prima ora quanto chi ha scoperto la band solo adesso e vuole provare a toccare con mano la differenza tra il mito e la carne (degli epigoni). Pubblicato il 19 maggio, nell’ora abbondante di musica uomini e donne di buona volontà non faticheranno a individuare radiosi soli di chitarra (Luminosity, Living Out Their Dream su tutti), la melodiosa ricchezza delle armonie vocali (Cut From The Stars è solo un esempio), la ricercata grandiosità degli arrangiamenti orchestrali (ancora Luminosity, e Mirror To The Sky, il cui intro ricorda Roundabout, “augmentata” con l’ausilio di una vera orchestra, la FAMES Studio Orchestra), i calibrati solo di tastiere che nella oculata congerie Yes non possono e non devono mancare, inseriti “all’occorrenza”, ogni volta che ce n’è necessità come si trattasse di una buona medicina, nello specifico senza controindicazioni.
In questa ottica, e come nella tradizione del migliore Prog rock, tutti i brani hanno qualcosa che meriterebbe la citazione, quel dettaglio (o anche più) che si disvela all’ennesimo ascolto; come un gioco di ruolo nel quali ti addentri e appassioni livello dopo livello. Merito del sovrano ma anche grazie al pregiato contributo dei cavalieri ammessi a tavola: Jon Davison (lead vocals), Geoff Downes (tastiere), Billy Sherwood (basso, backing vocals), Jay Schellen (batteria e percussioni), e last but not least il sodale di una vita per l’artwork Mr. Roger Dean.
Viva Villa! Viva! (Roxy Music) Viva Yes! Rivoluzionari, in un mondo di volta gabbana, in un mercato dove tanti sono pronti a buttare l’acqua sporca insieme al bambino pur di ottenere beneficio – Throwing It All Away, vedi Genesis col loro passato appunto – nel restare fedeli a sé stessi. Talvolta un difetto di fossilizzazione; talvolta, quando lo si fa con dignità e immarcescibile classe, e questo è il caso, un pregio che non ha prezzo.
Amazon
