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Sa di polvere e oscurità, così come di sofferenza e purificazione, l’album numero cinque via Thrill Jockey per la formazione aperta capitanata da J.R. Robinson, questa volta in realtà ridotta all’osso, ovvero con la sola compagna Esther Shaw ad accompagnare il titolare. E forse questa reductio quantitativa ha permesso una maggiore focalizzazione – più intima e sentita, visto anche l’argomento centrale dell’intero album – del suono e delle atmosfere della formazione americana, qui colta in una croonerizzazione caveiana virata verso i deliri dell’ultimo Scott Walker.

The Alone Rush racchiude dunque desolati paesaggi notturni – a tratti di una epicità che non è mai catartica o inclusiva ma sempre, anche nei momenti di implo/esplosione, autoreferenziale e ripiegata su se stessa, introspettiva – così come malinconiche e umorali ambientazioni che sfiorano lande quasi gotiche, fatte di ombre e chiaroscuri mai rassicuranti, o al limite affascinanti quanto possono esserlo le tenebre. Dopotutto, e lo si accennava poc’anzi, il cuore del disco è esso stesso foriero di tali umbratili tratteggiature sonore, in quanto diviene una elegiaca meditazione sulla morte e sulla solitudine legata a questioni personali occorse ai due negli ultimi tempi e che li hanno portati ad allontanarsi da Chicago per rifugiarsi in Oregon. Lì, in splendida solitudine, i Nostri hanno composto un album le cui evidenze caveiane sono innegabili, in particolare nell’impostazione baritonale e teatrale di Robinson (Covered In Blood From Invisible Wounds ne è il perfetto esempio) ma anche nella intera strutturazione del lavoro e nelle pieghe della poetica che lo pervade.

Il tutto sta a metà strada tra perdizione e redenzione, cristologie e spiritualismi laici, ma riesce a coinvolgere l’ascoltatore tra violini e percussioni minime (appannaggio di un Thor Harris di swansiana memoria), tappeti sognanti e notturni di tastiere che diventano esemplificazioni umorali (la fluviale Forgive Yourself And Let Go, la cui chiosa è un avant-rock jazzato in totale libertà), catartiche esplosioni post-drone-rock umorale (Descend Into Blindness) o destabilizzanti crooning dispersi in un oceano di suoni nero pece, come in Behold! The Final Scream. Lavoro denso, specie di riferimenti letterari, ma (auto)salvifico, depurante, curativo, anche per chi si limiterà ad ascoltarlo, figurarsi per chi l’ha composto.

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