Recensioni

7.3

Mentirei se dicessi di non essere delusa dalla mancanza di quei rock anthem che hanno reso i Wolf Alice cari al loro pubblico. È vero: dopo l’ascolto di questo album sono tornata a sentire i brani di punta di My Love Is Cool. Ma ciò non significa non condividere la direzione intrapresa dalla band londinese con questa quarta prova in studio. The Clearing non è affatto un disco arrabbiato come i precedenti, ma è coraggioso: poche formazioni oggi possono dirsi davvero immuni alle pressioni esterne e alle mode del momento. Sarebbe stato semplice ripiegare sull’indie-rock degli esordi, ritornare ai temi forti, al sound grunge e alla fusione di generi che si erano affievoliti nel percorso verso Blue Weekend (2021), il lavoro più pop fino a questo momento. Al contrario, la band ha scelto di sacrificare l’intensità collerica degli inizi in favore di una pacatezza soft rock, modellata dalle mani esperte di Greg Kurstin (Adele, Sia, Beck, McCartney ecc.). È un prezzo inevitabile per chi decide di cambiare.

Tutto l’album è infatti improntato sul cambiamento, inteso come definitiva accettazione di sé e del proprio futuro. D’altronde, chi è che vuole essere triste per sempre? (Si veda Silk). L’ottima Thorns apre il disco con piano e archi à la Elton John, cori che sembrano passare dalle canne di un organo e una voce che volge rapidamente dal dolce al grintoso, gridando alla libertà della propria espressione artistica senza prodigarsi in scuse (“I must be a narcissist, God knows that I can’t resist to make a song and dance about it”). In posizione speculare, a chiudere un cerchio perfetto, The Sofa torna sul tema centrale e, con piano e voce eterea intrecciati ad archi e batteria spazzolata, ribadisce la necessità di avere fiducia in sé anche nell’incertezza.

Nel mezzo, i cieli si aprono rivelando momenti di quiete e visioni di vita adulta. Tra i brani migliori figurano la ritmata Bloom Baby Bloom, una funambolica art song che alterna pieni e vuoti facendo collidere St. Vincent e PJ Harvey su un dancefloor immaginario; la delicata Leaning Against The Wall, ballata folk in cui la chitarra arpeggiata dialoga con rumori d’ambiente, synth celestiali e drum machine; e l’intima Play It Out, ninna nanna che affronta la scelta di non avere figli e le domande, paure e conseguenze emotive che ne derivano. Un tema, quello dell’autodeterminazione, che riecheggia anche nella scrittura di Mitski, qui tradotto in un crescendo che si dissolve in un carillon difettoso, una giostra vuota o un giocattolo rotto. Degna di nota anche Midnight Song, vicina per atmosfera a After The Zero Hour da Visions Of A Life, ma arricchita da cori angelici, tamburi, percussioni e da un lirico dialogo tra violino e violoncello.

Sui mid-tempo i Wolf Alice risultano meno incisivi: Just Two Girls, che celebra l’amicizia femminile, e Passenger Seat, che attraverso la metafora della guida riflette sul controllo in una relazione, intrecciano suggestioni disco con richiami agli Steely Dan e al country-pop di Dolly Parton. Tuttavia faticano a liberarsi da una certa patina di maniera, restando in superficie rispetto ai passaggi più intensi del disco.

In The Clearing ricorre più volte la metafora della sabbia nella clessidra, da Bread Butter Tea Sugar alla sopracitata Play It Out (“I will rule the world, rock the cradle with a babe-less hand, just watch me build castles in the hourglass sand”): un’immagine che rimanda tanto al fluire degli anni quanto alla possibilità di costruire, granello dopo granello, strutture splendide e insieme fragili. È l’album di una band con una carriera ormai consolidata, che punta a conquistare una fetta più ampia del mercato discografico statunitense. Lo fa con un lavoro importante, dalla produzione impeccabile, centrato sulla performance vocale e su melodie familiari a chi frequenta il country contemporaneo, ma anche con soluzioni più ardite e non banali, che mostrano estro e ambizione. La scelta di guardare agli anni Settanta e alla maturità come raggio d’azione richiama una stagione d’oro per l’industria musicale, quando gli album nascevano in studi rinomati (non a caso la registrazione è avvenuta a Los Angeles) con largo impiego di session man.

The Clearing segna per i Wolf Alice la fine della poetica adolescenziale della sofferenza: resta la volontà di raccontare un raro momento di pace. E con essa subentra un tappeto sonoro più pacato, ma non meno intenso. Per la rabbia, dopotutto, c’è ancora tempo.

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