Recensioni

Della serie: i “supergruppi” funzionano perché alla base c’è un solido sentire di stampo indie, nell’accezione felice di una parola utilizzata sempre più a sproposito nell’ultimo decennio e, più spesso che no, tristemente fraintesa. Cosa che non accade qui, dove due terzi delle disciolte Sleater-Kinney (Carrie Brownstein e Janet Weiss) incontrano la chitarrista e cantante Mary Timony – già negli Helium e con la stessa Carrie nelle The Spells, intestatarie a fine ’90 di un e.p. su K Records – e la tastierista Rebecca Cole, i cui Minders giustappunto aprirono concerti delle Sleater-Kinney.
Chiaro fin dai curriculum delle partecipanti che la forza dell’operazione sta nella coesione della scena di Olympia e dintorni; in quel senso di aggregazione che svela una “comunità artistica” esemplare quanto a intenti e risultati. Ha preso forma infatti spontaneamente anche questo progetto, legato a brani strumentali per un documentario di Lynn Hershman Leeson e poi esteso a canzoni più compiute che, registrate pressoché in diretta, vibrano d’intesa ed energia strabordanti. Il che non sarebbe nulla se non fosse di elevato livello la scrittura, che volga lo sguardo alla splendida maturità di The Woods (Racehorse, Future Crimes), riverisca i Television e i più ruvidi Go-Betweens (Short Version, Romance)oppure approdi su terrori tra garage – del resto è sempre Nord-Ovest americano… – e new wave (l’acidulo asso Glass Tambourine ripensa i Lost Sounds in versione “paisley undeground”; Endless Talk sono le Bangles che rifanno ? & The Mysterians con in testa le Slits).
Schiaffo che è carezza e viceversa, si spera che Wild Flag non resti episodio isolato, e che a questo punto – anche alla luce dell’ottimo lavoro della Corin Tucker Band – le tre ragazze Sleater non facciano l’errore di riunirsi.
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