Recensioni

Non di solo Studio 54 si viveva nella New York discotecara dei ‘70. Per assaggiare il futuro potevi recarti al Galaxy 21 e sollazzarti con i set di Walter Gibbons. Non soltanto un maestro del giradischi (tra i primi con Kool Herc a far girare due copie dello stesso vinile senza soluzione di continuità) ma pure un pioniere dell’edit, ovvero del remix creato appositamente per la pista da ballo. Pratica oggi scontata ma al tempo no, ottenuta guardando al dub e passando dall’espansione della mente a quella – più corporea e materica – del ritmo: impiegando allo scopo bobine suonate durante le serate, così garantendosi (unico all’epoca tra i DJ) l’accesso a registratori multitraccia. Nello specifico quelli appartenenti a Ken Cayre della Salsoul Records, per la quale farà meraviglie inventandosi uno stile che, facendo leva sulle trame percussive, si guadagnerà il nome di – ohibò – ‘jungle music’.
Dilatando il minutaggio alla decina di minuti e oltre, raggiungerà un’ipnosi tribale che lo rende pressoché unico nel panorama contemporaneo. Ragion per cui la raccolta (che pesca tra classici e rarità con ottima mano) è databile eppure mai datata per via dei dettagli subliminali di post-produzione, degli orgiastici gorghi di conga e delle sincopi di cassa che aprono il fronte sonoro, di certi giochi d’effettistica che risucchiano fino a far sprofondare dentro il magma fisico del suono mantenendo un non so che di straniante. Modalità che in seguito riprenderanno a decine e recentemente !!! (ascoltare per credere Get Up On Your Feet di Tc James & The Fist O’funk Orchestra) e LCD Soundsytem (la mostruosa Magic Bird Of Fire intestata alla Salsoul Orchestra) e che indicano un produttore geniale nel piegare gli stereotip proprie esigenze (Bettye Lavette – non ancora uscita dal giro dei club – in Doin’ The Best That I Can è pura metafisica iper-funk…), a trasfigurarli per lanciarsi nel vuoto.
Accadrà anche nel decennio successivo, allorché Walter incrocia sul suo percorso Arthur Russell (qui presente con la favolosa danza tra specchi e malinconico stordimento See Through, più il travestimento Dinosaur L del fluviale cosmic-funk jazzato Go Bang) e frequenta il Paradise Garage, seguitando a immaginare il domani. Ad esempio in una Set It Off di Strafe tutt’uno di febbri electro, memorie disco e carne viva post-punk che accennano la house. Walter avrà ancora tempo di far breccia, non senza difficoltà, nella fiducia del ritroso Russell per supervisionargli tra il resto Let’s Go Swimming e benedire gli Stetsasonic (chiamati a testimoniare con 4 Ever My Beat), prima di abbracciare la religione a metà decennio. Non smetterà di frequentare la consolle, svoltando però logicamente verso il gospel. Operazione sensazionale e al solito curatissima della Strut, questa, che fa luce su un visionario da (ri)scoprire, purtroppo strappatoci nel ’94 da una malattia. Da mandare a memoria, per capire da dove arriva l’oggi.
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