Recensioni

L’idea del duo elettronico che chiama a sé il mito post-punk pare la stessa che infiammò gli animi dei Pan Sonic. In quell’album, dove l’ospite era Alan Vega e in questo, che vede protagonisti i Mouse On Mars e Mark E. Smith (The Fall), il progetto si sviluppa attorno a ruvide texture e sincopi radioattive, declami riverberati e putridume a picco in una chirurgia elettrica, disumanizzante e sacrilega. Un’alienazione e un’angoscia da sballo, primitiva e post-industriale. Cartoonesca ma senza ammetterlo frontalmente. L’heaven per le coalizioni post-punk e l’orgasmo per quelle techno-noise cresciute con il culto dei Throbbing Gristle, 23 Skidoo e Clock DVA.
Eppure in Tromatic Reflexxions, fin dalle prime note, c’è qualcosa di diverso. Rispetto al fortunato Endless, l’ingrediente allora mancante pare qui venir somministrato. Qual è? Il gusto provato da New York Dolls e Stooges nel riformarsi. La stessa sublimazione del marcio che qui si pone come un ponte tra cultura rave e post-punk. La fede, il rito se volete, che Von Sudenfed ha praticato fondendo l’erbaccia sindacalista di manchesteriana memoria con lo streaming delle radio pirata anni ’90. Fin dal – formidabile – robo-James Brown Fledermaus Can’t Get Enough (video warholiano con trans che cantano al posto di Smith compreso), dove è quasi ovvia la dialettica a distanza con James Murphy, il corpo sacrificato all’altare della tana delle tigri finnica è torturato con spade funk-dance e arpioni electro-noise, compiacimento e ironia. Immaginate un Tarantino che mette mano alle scenografie LCD Soundsystem libero dai citazionismi, quegli allacci di cui Smith non ha bisogno tranne che per questi fatidici Novanta allora bramati e mai conquistati e ora pasto nudo divorato con religiosa cupidigia. Novanta nei quali i re elettronici Andi Toma e Jan Werner ritornano a padroneggiare iniettando della sana (e apparente) monotonia punk su tracce (apparentemente) techno. Un boomerang lanciato ancora (e con successo) in The Rhinohead (con il conseguente target sfottò Nine Inch Nails) in un sovrapporsi di Kling Klang chitarra/batteria e rasoiate elettro a favore di un ritornello – persino – commerciale. Sempre in tensione, c’è inoltre Flooded dove Mark parla dall’altoparlante della fabbrica-discoteca. “I’m Am The Dj Tonight!” esclama, e i tedeschi a rispondergli con briscole KLF e basso ignorante.
Il resto è spugnoso quanto l’idea stessa del dirt: Family Feud gioca sui bleep e i break, Serious Brainskin rincara con una confusione di autechrismi hip-hop, The Young The Faceless And The Codes gigiona con la Roland acid-house in scazzo indie ’90. Noia da troppa ortodossia? Ecco servito il remissaggio del singolo Wipe That Sound (dei marsiani) in una versione da madchester-malata (That Sound Wiped), un country-blues simil Matmos chiamato Chicken Yiamas, e un folk con slide guitar che prende il nome di Dearest Friends.
Smith la canta sognante e rilassato da non credere. Che ne dite, a questo punto, di un Iggy Pop con dei riformati Atari Teenage Riot? Difficile pensare di meglio della partnership Mouse On Mars e Mark E. Smith. Nati per suonare assieme.
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