Recensioni

Mancava giusto lui all’appello. Dopo il ritorno dei Devo, dei Cars, dei Blondie di Deborah Harry, dei Magazine di Howard Devoto e persino di band minori come i Men Without Hats (lo scorso anno) e i Johnny Hates Jazz (un mese fa), Steve Strange è tra gli eroi della stagione new romantic e di quell’epopea raccontata da Boy George con il musical Taboo che reincontriamo con maggior affetto; sarà perché è un vero sopravvissuto, come abbiamo appreso dalla sua autobiografia Blitzed!, ma anche perché nei primi anni Ottanta ci consegnò due gioiellini – Visage, con quella Fade To Grey immancabile in una retrospettiva del decennio che si rispetti e che è stata spesso saccheggiata, da Kylie Minogue in Like A Drug così come da Kelly Osbourne in One Word (e, di riflesso, dal ‘nostro’ Tiziano Ferro in Stop! Dimentica) e The Anvil – che hanno funzionato da blueprint per una miriade di artisti nati proprio in quel tanto amato quanto vituperato periodo.
Il new romantic è stato sempre un affare di cuori palpitanti e coltelli, un vulcano d’amore (a volte felice, più spesso tormentato) in una gelida cella di silicone, una fascinazione per il futuro a suon di tastiere e batteria elettronica e un rifugio nel passato grazie a melodie incisive, senza tempo. Ed è proprio nel luogo del delitto che i Visage ritornano, con un album dalla lunga gestazione (Hearts And Knives), dopo ventinove anni di silenzio; è un synth-pop ortodosso, quello che Steve Strange, Steve Barnacle, Robin Simon (un tempo il chitarrista degli Ultravox! e dei Magazine) e Lauren Duvall offrono con questo nuovo disco che riprende il discorso dal punto esatto in cui fu interrotto. Sembra un lost album del 1985, per quanto fedelmente sono stati ricreati suoni e atmosfere: niente soft synth, niente suoni moderni e affilati come lame, evitata come la peste la compressione dinamica e la loudness war (da oltre dieci anni un vero cruccio per gli audiofili più intransigenti). È un’elettronica morbida, quella che ci accompagna durante le dieci canzoni, che quando può evita l’autoplagio (anche se è emozionante riascoltare la stessa drum machine usata per Fade To Grey, la Roland CR 78, in She’s Electric) e strizza l’occhio alla new wave tutta, ai Japan moroderiani di Life In Tokyo nell’opener Never Enough e agli Human League nel primo singolo Shameless Fashion, quasi il rovescio della medaglia di Night People dall’ultima fatica della band di Philip Oakey.
Molti gli ospiti coinvolti durante le registrazioni, da Dave Formula (Magazine) e Michael MacNeil (ex-Simple Minds) alle tastiere ad altri veterani come Rusty Egan e Midge Ure. È una batteria vera, quella che ascoltiamo in otto brani su dieci, e ad emergere il più delle volte sono i riff chitarristici di Simon e il basso pulsante di Barnacle (mentre la voce di Steve Strange resta sempre un tantino anonima); c’è molto Martin Rushent – produttore alla cui memoria, non a caso, è dedicato il disco – in On We Go e nell’obliqua Lost In Static, così come un piacevole aroma di Hot Chip e di Cut/Copy pervade il secondo singolo Dreamer I Know. Manca solo una palla specchiata ed ecco che si fa sentire la voglia di scendere in pista da ballo, con il make-up che cola sul viso, durante il quattro quarti di I Am Watching (vicino più che mai a Sensation Nation e All Out Of Love dei riuniti Soft Cell di Cruelty Without Beauty), mentre è una rabbia punk che si fa strada in Diaries Of A Madman.
Con Hearts And Knives Steve Strange mette in piedi una dichiarata operazione nostalgia, che si regge grazie a una manciata di buone canzoni ma che a volte tentenna a causa di una produzione stranamente raffazzonata che non permette al lavoro di spiccare seriamente il volo. Tuttavia, è molto probabile che quanto abbiamo tra le mani sia sufficiente per far tornare i Visage al centro dell’attenzione degli addetti ai lavori – e l’uscita, quasi concomitante, di una raccolta della Spectrum/Universal potrebbe darci ragione.
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