Recensioni

7.4

Un nuovo album con inediti dopo ventiquattro anni (l’ultimo era stato Tokyo Rose nel 1989) proprio quando compie settant’anni: un bel traguardo per il genio pop Van Dyke Parks, che non ha di certo bisogno di molte presentazioni. Dalla collaborazione con i Beach Boys e con Brian Wilson (le liriche per il tormentato Smile), nonché con numerosi altri artisti come The Byrds, Phil Ochs, Harry Nilsson, Randy Newman, Frank Zappa, fino a quella più recente (2006) con Joanna Newsom per il secondo album YS, il compositore, arrangiatore, liricista ed autore americano è ormai ampiamente entrato di diritto nell’Olimpo dei Grandi.

La ristampa del debutto, targato 1968, Song Cycle, risale al 2012 ad opera della Bella Union di Simon Raymonde e proprio sull’etichetta dell’ex-Cocteau Twins esce ora Songs Cycled, che già dal titolo richiama il famoso quasi omonimo. Song Cycle era un ambizioso caleidoscopio di generi e impressioni ad opera dell’allora giovanissimo autore; mescolava una struttura di base orchestrale con almeno un secolo di musica popolare americana: bluegrass, gospel, ragtime, jazz, cantautorato pop e folk, Americana tradizionale, musical, psichedelia e molto altro ancora, in una struttura “concept” sequenziale. Un’opera tutta americana che assecondava il bisogno di “classicità” del Nostro, mentre esprimeva istanze di rinnovamento e di protesta.

Songs Cycled ne riprende la concezione musicale poliedrica, ma non la struttura tematica; consta di un insieme disparato di pezzi uniti tematicamente dal punto di vista concettuale, più che musicale. Vi si trovano orchestrazioni, musica latina e tropical, pop raffinato e d’ambiente, gospel e musica corale, canzone teatrale brechtiana e quant’altro. Sono presenti inediti (Dreaming of Paris, Wall Street e Missin’ Missippi), nuove collaborazioni (Money Is King con Neville Marcano), cover inedite (Wedding In Madagascar, una folk song tradizionale, The Parting Hand, inno corale che risale al 1835) e registrazioni di vecchi pezzi (come Hold Back Time, targata 1995 dall’album Orange Crate Art allora realizzato con Brian Wilson).

Così come il debut album, Songs Cycled riflette totalmente il suo essere “un cane sciolto a piede libero”, come Van Dyke Parks si autodefinisce, che rivede con amarezza ma non con rassegnazione il vecchio “sogno americano” come la guerra e il bombardamento statunitense in Iraq (Dreaming of Paris), l’11 settembre e la crisi finanziaria (Wall Street), l’uragano Katrina (Missin’ Missippi) e numerosi altri racconti grandi e piccoli dell’America di provincia. Un’attitudine critica investe tutto il disco, mentre l’autore rivendica il vecchio ma non superato ruolo da attribuire ancora oggi alla forma-canzone come musica di protesta: “il più potente strumento politico a disposizione, ho imparato tanto da Woody Guthrie, Phil Ochs, e sì, Bob Dylan“.

Nell’insieme, allora, Songs Cycled tiene bene, confermando, se mai ce ne fosse stato il bisogno, la statura siderale del Nostro. Certo, un’opera monumentale, fresca e innovativa come Song Cycle è molto difficile da ripetere in quella forma e a distanza di ben quarantacinque anni. Ci si avvicina da par suo il Parks odierno della maturità, mantenendone la forza espressiva e il vigore. Non è poco.

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