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Estate del 1983, un impressionabile adolescente cresciuto nella provincia italiana più profonda (prima dell’avvento di internet, particolare che è bene ricordare), ma già ossessionato da tutto ciò che ha a che fare con la musica, vive un momento epifanico incollato davanti allo schermo televisivo. Sul palco di quella che ai tempi era una delle più popolari manifestazioni musicali, il famigerato e tanto vituperato Festivalbar, si esibisce un gruppo pressoché sconosciuto ma che già si era fatto notare grazie ai passaggi radiofonici del loro singolo, intitolato molto enigmaticamente Doot Doot.

La band in questione porta l’altrettanto misterioso nome di Freur e la loro immagine, scapigliatamente glam e contemporaneamente aliena, fa da perfetto “pendant” alla loro insolita proposta musicale. Sia ben chiaro, i nomi di Bowie, Roxy Music, Brian Eno oltre che quelli di tutti i gruppi del movimento cosiddetto “New Romantic” erano ben familiari alle orecchie e nell’immaginario di quell’adolescente. Ad ogni modo, la particolarità di quell’esibizione di tre minuti scarsi di pop dalle venature elettroniche e soprattutto l’ipnotica, extraterrestre unicità delle melodie della canzone eseguita in rigoroso playback (compreso il rutilante finale batteristisco, del tutto sopra le sopra le righe anche per quell’epoca) rimasero indelebilmente impresse nella sua memoria. Da lì a poco, di quella bizzarra band si persero le tracce e per certi versi pure la memoria. In realtà le cose si sarebbero sviluppate in maniera molto più complicata.

Avanti veloce fino alla fine del gennaio 1994. Preannunciata da una notevole hype messa abilmente in atto dai principali magazine musicali britannici dell’epoca, Melody Maker e New Musical Express per intenderci, e da un paio di notevoli remix – nientemeno che per Orbital ed una lanciatissima “debuttante” chiamata Björk – arriva la pubblicazione dell’album Dubnobasswithmyheadman, firmato dall’allora terzetto degli Underworld. Una nuova rivelazione musicale per l’adolescente di provincia di cui si raccontava sopra; ai tempi non più adolescente, ovviamente, ma decisamente più smaliziato ed esperto ascoltatore di musica di ogni genere. Una coincidenza a rendere tutto ancora più intrigante, ovvero la scoperta della parentela stretta tra la fantomatica band autrice di quella canzone pop che aveva contraddistinto la sua estate del 1983 e questo nuovo progetto musicale. Infatti dietro al moniker di Freur si celavano gli stessi due geniali musicisti, i gallesi Karl Hyde e Rick Smith, che in questo caso venivano salutati dalla stampa come “the next big thing”.

Anche se per molti quell’album era sembrato arrivare dal nulla, quasi si trattasse di un fulmine a ciel sereno, parlando di Hyde e Smith – dal 1991 e fino al 2000 affiancati in questo progetto dal più giovane dj Darren Emerson – c’è una cosa che spesso ci si dimentica, ed è quanto lunga fosse stata la rincorsa artistica necessaria per arrivare alla maturità che aveva reso possibile la realizzazione di questo che, ad oggi, possiamo tranquillamente definire vero capolavoro discografico.

Un sodalizio musicale iniziato alla fine degli anni Settanta e proseguito, dopo la pubblicazione di due album e lo scioglimento dei Freur avvenuta nel 1986, con la formazione degli Underworld. Alla fine degli anni ’80 vengono pubblicati altri due album in studio con questo nome, proseguendo nel solco di un synth pop funky e danzabile ma decisamente derivativo e poco interessante. Nel 1989, durante un tour in Nord America a supporto degli Eurythmics, il duo raggiunge un’impasse creativa e finanziaria che li porta ad una temporanea separazione. A seguito di questa, Hyde trova lavoro come session man alla corte di Prince, in quel dei Paisley Park Studios di Minneapolis, mentre Smith torna nel Regno Unito e, dopo aver allestito uno studio di produzione casalingo orientato specificamente alla musica elettronica, sviluppa un interesse crescente per la fiorente scena dei club.

E qui che avviene l’incontro con il già citato giovane DJ locale emergente Darren Emerson, quello che introdurrà i due veterani al mondo della club culture e ai generi musicali che lo animavano in quegli anni. Il ritorno di Hyde in Gran Bretagna segna la riformazione degli Underworld 2.0. Fanno seguito una serie di remix come Steppin’ Razor, un paio di singoli originali sotto il moniker Lemon Interupt ed una attività live che ne fa crescere il profilo, con la pubblicazione in 12″ di Rez e Mmm… Skyscraper I Love You a spianare la strada all’intero Dubnobasswithmyheadman in tutto il suo epico e monolitico splendore.

Amo Underworld e Chemical Brothers, ma il loro è un sound crossover che ingloba cose diverse, techno, house, rock, breakbeat, pop, il lascito di quella mentalità freeform che viene dall’esperienza balearic inglese. È quello che una volta si chiamava progressive house, il codice che prevale è quello meticcio della fusione, l’elemento techno è un ingrediente sonoro tra tanti
Christian Zingales, intervistato da DLSO nel 2012

Si potrebbe discutere all’infinito se sia corretto definire questo Dubnobasswithmyheadman un album di musica techno in tutto e per tutto – probabilmente innescando uno di quei dibattiti sterili di cui la rete sembra avere tanto bisogno in questi anni. Solo parente prossimo dell’elettronica che in quegli anni si produceva sull’asse Detroit-Berlino, sicuramente “britannico” nell’essere più propenso alla contaminazione e, perché no, alla commercializzazione, rispetto a molte uscite topiche di quegli anni (quelle di casa Warp tanto per fare un esempio). Sta di fatto che è proprio la sua trasversalità di genere, il suo fagocitare stili e metodi di scrittura e produzione a renderlo così originale; stilisticamente eterogeneo nella forma e, al tempo stesso, omogeneo del punto di vista della struttura narrativa (e della sostanza). Le stesse qualità che nel corso degli anni lo hanno fatto comparire di diritto in innumerevoli ranking dedicati alla musica elettronica e dance.

Tracce come l’iniziale Dark & Long, la già citata Mmm… Skyscraper I Love You, Spoonman e Cowgirl sono cariche della spinta pneumatica ed incessante dell’alternanza tra basso e cassa in quattro – quella che le rende di fatto inarrestabili attrezzi da distruzione di dancefloor. La loro giustapposizione a episodi più introspettivi e pacati quali Tongue, River of Bass e la conclusiva ariosa e solare Mother Earth, crea un varietà di tessiture sonore ed atmosfere in continua successione che mettono anche in evidenza una curva narrativa ben precisa, non certo frutto dell’accostamento casuale di una serie di groove. Come la maggior parte della “dance music” invece ci aveva abituato fino a quel momento.

Lungo tutto il lavoro discografico, il mettersi a nudo operato da Karl Hyde è sottolineato ancora di più dai suoi impressionistici e surreali testi – influenzati dalle metodologie del cut-up di scuola “burroughsiana” e delle associazioni libere – e dal suo ipnotico stile vocale. A riprova di questo, il punto più alto di questo viaggio musicale è la lunga, umorale e corrucciata ed allo stesso tempo euforica Dirty Epic, ovvero la traccia in cui la fusione tra il flusso di coscienza poetico e l’apparentemente interminabile flusso ritmico del groove trovano il punto di equilibrio ideale, con un testo che rispecchia le caratteristiche tipiche di una personalità ossessivo-compulsiva e riassume le tematiche dell’intero lavoro discografico: l’alienazione e la solitudine, la dipendenza e l’assuefazione.

O come lo stesso Hyde ha raccontato in una delle sue interviste: “Il mio compito era quello di raccogliere esperienze reali da utilizzare nei testi. Nei dischi precedenti ero stato piuttosto vacuo, quindi questa volta dovevo mettere qualcosa di reale e concreto sul tavolo. Così, mentre Rick si faceva il mazzo in studio, io ero in strada a fare esperienze piuttosto pericolose, perché ritenevo che fosse importante… per arrivare a un livello di musica elevato. Doveva essere autobiografico. E non poteva essere qualcosa di piacevole”.

Well I got phone sex to see me through the emptiness in my 501s
Freeze dried with a new religion
And my teeth stuffed back in my head
I get my kicks on channel six
The light it burns my eyes and I feel so dirty
Here comes Christ on crutches

A riflettere il mood generale dei nove brani contenuti nel disco, il geniale ed originale contrasto tra il bianco ed il nero dell’artwork – sul quale sono leggibili estratti dai testi dei brani contenuti all’interno – firmato dal collettivo artistico multidisciplinare londinese denominato Tomato ed al quale, tra gli altri, gli stessi Karl e Rick sono affiliati dall’inizio degli anni ’90. Un tipo di immaginario estetico talmente unico e personale unito ad una rielaborazione di generi musicali riconducibile solo agli Underworld stessi e funzionale al loro racconto di questa che si sarebbe portati a definire “musica techno d’autore”.

L’uscita del singolo Born Slippy nell’estate del 1996, e dell’utilizzo della sua B-side Born Slippy NUXX da parte del regista Danny Boyle per il suo Trainspotting, avrebbero confermato quanto Hyde ci tenesse a utilizzare tutte le armi a propria disposizione per raccontare e raccontarsi, come avrebbe fatto un qualsiasi cantautore armato di chitarra acustica solo un paio di decenni prima. Con quella stessa autenticità ed urgenza comunicativa. Il fatto che il testo del brano, dalla sua uscita ad oggi, sia visto come una sorta di popolarissimo inno all’edonismo più sfrenato – e se vogliamo un po’ specchio dell’aria che si respirava a metà dei 90s, nel Regno Unito ma non solo – non può cancellare la sua valenza di confessione e contemporaneamente di grido di aiuto da parte del suo autore. Nel suo tentativo di tradurre e rappresentare con i suoi versi frammentari la visione del mondo dalla prospettiva di un ubriaco, e con questo rendendo pubblica la sua lotta contro l’alcolismo.

Gli Underworld avrebbero in seguito realizzato una serie di album sempre degni di interesse, continuando a sperimentare con soluzioni sonore e tecniche, ma forse senza mai più raggiungere lo stesso tipo di visionaria intensità che Dubnobasswithmyheadman mantiene ancora intatta, a distanza di tre decenni dalla sua realizzazione.

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