Recensioni
Dai più oscuri meandri dell’era fricchettona, la Strut ripesca l’omonimo debutto di una band estemporaneamente creata da tre membri dei Blue Mink, tra i quali i session man Alan Parker e Herbie Flowers (il bassista di 500 dischi che, tra l’altro, due anni più tardi inventerà il doppio basso di Walk on the Wild Side) con Roger Coulam e l’altro turnista Clem Cattini, in libera uscita dalla carriera pop dell’altra band.
I quattro (il cui nome gioca d’assonanza con ugly bastard) si dedicano ad una miscela di psichedelia e hard rock solo strumentale, collocata in un punto tra i Led Zeppelin (non tanto perché sul lato del disco dedicato alle cover c’è Babe I’m gonna Leave You, quanto per certe dinamiche e per le cadenze a un passo dal funk), i Traffic e gli Iron Butterfly (per la centralità dell’organo, che suona più come quello esuberante dei primi che con la solennità dei secondi), con Parker nel doppio ruolo di solista che esegue le melodie al posto della voce e di ritmico con una durezza un passo indietro rispetto a quella dei suddetti Zep.
Dalla paletta non manca il folk, nei brevi intermezzi tra un pezzo e l’altro o nella scelta di Scarboro’ Fair (la scrivono così ma è quella), né le cavalcate psich-funk, a costruire una koinè ’60-’70 con tutti i crismi, un riassunto del suono d’epoca fatto con l’energia giusta ed evitando il rischio maniera,al punto da poter essere apprezzato anche fuori della cerchia degli archeologi-junkies del genere.
Il disco non avrà seguito: lo Psicosis spagnolo non è che una riedizione di questo, ribattezzato e con copertina (inquietante) nuova; nonché, come usava allora, coi titoli sulla copertina tradotti.
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